top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

In linea con l’assassino (2002)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 19 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

In linea con l’assassino

Phone Booth

USA 2002 thriller 1h21'

 

Regia: Joel Schumacher

Sceneggiatura: Larry Cohen

Fotografia: Matthew Libatique

Montaggio: Mark Stevens

Musiche: Harry Gregson-Williams

Scenografia: Andrew Laws

Costumi: Daniel Orlandi

 

Colin Farrell: Stuart “Stu” Shepard

Kiefer Sutherland: killer

Radha Mitchell: Kelly Shepard

Katie Holmes: Pamela McFadden

Forest Whitaker: cap. Ramey

Tia Texada: Asia

John Enos: Leon

 

TRAMA: Un cecchino prende di mira un pubblicista che si trova in una cabina telefonica, minacciando di ucciderlo nel caso decida di riattaccare il telefono.

 

VOTO 7

 

 

Ma è vero che una telefonata allunga la vita? Beh, direi proprio che dipende dalle circostanze, mica sempre! E questo caso lo dimostra ampiamente. Metti per esempio che ti trovi sotto un ricatto imprevedibile da parte di un tizio che non conosci e tu, mezza tacca di procuratore di starlettes, sei costretto a fare e dire cose che non faresti e confesseresti mai, come per esempio ammettere i tuoi peccatucci anche a tua moglie. Joel Schumacher crea un'atmosfera artefatta per un thriller che ha alti e bassi ma che non molla quasi mai la tensione e con pochi elementi in primo piano: una cabina telefonica, un uomo per strada e un cecchino.

 

 

Intorno la folla, la stampa e le telecamere, ma che non ti possono dare una mano. Al massimo c’è il capitano di polizia (Forest Whitaker) che non può intuire la situazione e che cerca di guadagnar tempo. In più, ovviamente, la moglie preoccupata e indispettita e la giovane amante, terza incomoda. La ricetta è bella e pronta, basta mescolare e la strada newyorkese, bloccata, diventa la location perfetta per la storia.

 

 

Stuart Shepard (Colin Farrell) è un giovane e brillante pubblicista di New York, abituato a manipolare chiunque gli stia intorno, un furbetto che se la sa cavare mentre cerca di gestire una relazione extraconiugale senza farsi scoprire dalla moglie, che entra in una cabina telefonica di Times Square per fare una chiamata “sicura”. Appena riaggancia, il telefono squilla: l’istinto è quello di rispondere e… mettersi nei guai. Dall’altra parte c’è una voce maschile che sembra sapere tutto di lui che gli ordina di non lasciare la cabina e lo minaccia di rivelare i suoi segreti più compromettenti se non obbedisce.

 

 

Il misterioso interlocutore (Kiefer Sutherland), uno squilibrato armato con un fucile di precisione, dimostra subito di essere estremamente pericoloso e di avere un controllo totale sulla situazione. Stuart si ritrova intrappolato in pochi metri quadrati, circondato da polizia, curiosi e telecamere, mentre la voce al telefono lo costringe a confrontarsi con le sue menzogne e con le persone che ha ferito. La tensione cresce minuto dopo minuto, trasformando la cabina in una prigione psicologica da cui sembra impossibile uscire senza conseguenze devastanti. Ma chi è? E perché tutto ciò?

 

 

Insomma, il film segue la discesa agli inferi di Stu, l’arrogante Stu che vive di mezze verità e manipolazioni. Una semplice telefonata che si trasforma in incubo perché - come sia possibile è un mistero - la voce dimostra di conoscere ogni dettaglio della sua esistenza e di essere pronta a punirlo per le sue menzogne, costringendolo a un confronto diretto con la propria doppiezza. Mentre lui tenta di mantenere il controllo, la situazione attira l’attenzione di passanti, media e polizia, trasformando la cabina in un palcoscenico pubblico.

 

 

Con il passare dei minuti, la pressione psicologica aumenta e Stuart è costretto a rivelare verità che ha sempre evitato, mentre cerca disperatamente di capire chi sia il suo aguzzino e cosa voglia davvero da lui. La tensione aumenta in un crescendo di minacce, confessioni e scelte morali, mentre la polizia cerca di interpretare i suoi comportamenti sempre più disperati.

 

 

Il trucco, riuscito a ben vedere, di Joel Schumacher è quello di costruire il thriller in tempo reale, dove ogni parola detta al telefono può cambiare il destino del protagonista e di chi gli sta intorno, mantenendo lo spettatore intrappolato nella stessa claustrofobia che soffoca il giovanotto.

 

 

Si potrebbe leggere come una parabola sulla redenzione di un peccatore che comprende gli stretti rapporti tra telefono e cinema, l'angosciosa ubiquità dei sistemi di controllo, l'aumento della vulnerabilità personale, l'eccesso di visione di cui siamo vittime. Ma soprattutto, e questo nel 2002, è il collasso della privacy. La privacy! Quella che ci condiziona ogni volta che andiamo su un sito, che scarichiamo una applicazione sullo smartphone, che dobbiamo accettare o respingere su ogni modulo. Se agli inizi degli Anni Venti era un problemino che poteva indignare, oggi è diventato una bomba-carta tra le mani. La verità è che ci siamo dentro fino al collo. Provatelo a chiederlo a Stu!

 

 

Quando un regista gira un thriller e riesce a tenere agganciato il pubblico sin dai primi minuti e fino alla fine, vuol dire che ha raggiunto lo scopro prefissato. Teniamo anche presente che il film fu girato in tempo reale e con l'uso dello splitscreen, pensato dal regista per dare maggior ritmo alla situazione quando il ritmo si abbassava e tenere sottocchio la completa situazione: due o tre porzioni di schermo che, sommate ad un montaggio frenetico, danno una frenesia indiavolata. Colin Farrell, con quella faccia da schiaffi che aveva da giovane strafottente è il tipo di attore adatto e non ci piove. Kiefer Sutherland è quel tipo di attore che… “po' esse fero e po' esse piuma”, bivalente, cattivissimo feroce o brav’uomo, un po’ come suo padre. Radha Mitchell e Katie Holmes vanno molto bene ma per Forest Whitaker andrebbe sempre spesa una parola di affetto e stima, sempre grande.

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page