Intrigo a Stoccolma (1963)


Intrigo a Stoccolma
The Prize
USA 1963 thriller 2h14’
Regia: Mark Robson
Soggetto: Irving Wallace (romanzo)
Sceneggiatura: Ernest Lehman
Fotografia: William H. Daniels
Montaggio: Adrienne Fazan
Musiche: Jerry Goldsmith
Scenografia: George W. Davis, Urie McCleary
Costumi: Bill Thomas
Paul Newman: Andrew Craig
Elke Sommer: Inger Lisa Andersson
Edward G. Robinson: dott. Max Stratman / prof. Walter Stratman
Diane Baker: Emily Stratman
Micheline Presle: dott. Denise Marceau
Gérard Oury: dott. Claude Marceau
Sergio Fantoni: dott. Carlo Farelli
Kevin McCarthy: dott. John Garrett
Leo G. Carroll: conte Bertil Jacobsson
Jacqueline Beer: Monique Souvir
Sacha Pitoëff: Nicholas Daranyi
Gene Roth: Bjornefeldt
John Wengraf: dott. Hans Eckhart
Virginia Christine: Mrs. Bergh
TRAMA: Sei esponenti del mondo della cultura giungono a Stoccolma per l’assegnazione dei premi Nobel. Uno dei premiati, lo scrittore americano Craig, anticonformista e amante dell’alcol, comincia a nutrire sospetti circa l’identità di un altro vincitore.
VOTO 7

Pur restando comodamente nel genere del giallo classico, il film dell’esperto Mark Robson gioca con l’innesto del tono da commedia, almeno per i momenti in cui serve allentare la morsa del thriller, un po’ come succedeva in Intrigo internazionale che è dello stesso Ernest Lehman (ai distributori italiani evidentemente l’“intrigo” piaceva abbinarlo a questo sceneggiatore), autore anche delle due versioni di Sabrina, Tutti insieme appassionatamente, West Side Story, giusto per fare qualche menzione. Entra però di diritto nel genere più preciso dello spionaggio. Al centro della scena c’è il grande Paul Newman, che adatta alla sua maniera il protagonista che indaga e nel frattempo non si tira indietro in una storia che è anche romantica, avendo come partner la bellissima Elke Sommer. Notevole poi la presenza di un altro grande, Edward G. Robinson, nei panni di uno scienziato. L’ambiente è il Premio Nobel a Stoccolma. Infatti, il titolo originale del film è Il Premio.

Andrew Craig (Paul Newman), scrittore americano premiato con il Nobel ma in piena crisi creativa, arriva a Stoccolma più interessato all’alcol e alle donne che alla cerimonia. Gli viene assegnata come accompagnatrice la giovane Inger Lisa Andersson (Elke Sommer), mentre all’hotel incontra gli altri vincitori, tra cui il fisico Max Stratman (Edward G. Robinson) e la nipote Emily (Diane Baker). Quando Stratman viene rapito da agenti dell’Est e sostituito da un impostore, Emily è costretta a collaborare per salvarlo. Craig, pur non preso sul serio a causa della sua fama di ubriacone, intuisce l’inganno e inizia a indagare: un informatore muore davanti ai suoi occhi, la polizia non gli crede, e lui finisce persino coinvolto in un grottesco episodio in un circolo nudista. Nonostante gli ostacoli, Craig e Emily seguono tracce che li portano a un ospedale, dove il vero Max è tenuto prigioniero.

Quando Inger viene sequestrata, Craig si imbarca clandestinamente su una nave diretta a Leningrado, dove trova Max e la ragazza. Riesce a liberarli e a riportarli all’hotel, ma Max collassa: i medici Garrett e Farelli lo rianimano con un defibrillatore improvvisato, permettendogli di presentarsi alla cerimonia. L’impostore viene ucciso dal sicario Daranyi, che poi tenta di eliminare Craig sul tetto del palazzo; la polizia interviene e Daranyi muore. Craig arriva in tempo per ricevere il suo premio, finalmente sobrio e consapevole del proprio valore, mentre Inger gli dimostra il suo affetto.

Trovo che sia un thriller elegante che mescola mistero, ironia e ritmo con una leggerezza giusta per il cinema degli anni Sessanta. La storia parte da un’idea affascinante: i vincitori del Nobel riuniti a Stoccolma, ognuno con le proprie tensioni, ambizioni e fragilità. In questo contesto, Andrew Craig, interpretato da un Paul Newman brillante e divertito, diventa il fulcro di un intrigo che cresce scena dopo scena. Lui dà al personaggio una vitalità contagiosa: è spiritoso, scanzonato, sempre un po’ fuori posto, ma proprio per questo irresistibile. Il film gioca con i codici del thriller hitchcockiano, ma li alleggerisce con humour e situazioni impreviste, creando un tono piacevole e godibile.

La regia di Mark Robson tiene insieme i vari fili narrativi con mano sicura, costruendo un intreccio che non perde mai la sua eleganza. Le sequenze d’azione, pur non frenetiche, hanno un gusto classico che funziona ancora oggi, e alcune trovate – come la fuga nel campo dei nudisti o la tensione sui moli del porto in una scena movimentata – aggiungono colore senza scadere nel grottesco. Elke Sommer e Diane Baker portano fascino e presenza, mentre Edward G. Robinson offre un ruolo doppio che aggiunge spessore alla vicenda. Il film è confezionato con cura: dialoghi vivaci, atmosfera glamour, ritmo costante. Non è un capolavoro, ma è un intrattenimento solido, piacevole, costruito con mestiere. Un thriller “di una volta” che si lascia guardare con piacere e che, grazie a Paul Newman, trova un’energia speciale che ancora oggi lo rende sorprendentemente fresco.

Regista e sceneggiatore utilizzano Newman per come lo conosciamo, seducente e mascalzone, e una delle scene lo dimostra tutto, quando lui arriva in hotel e chiede informazioni alla receptionist:
Mi dica, che fa qui la gente la sera?
Be’ c’è l’Opera Reale, il teatro.
No no no. Qualcosa un tantino più volgare, sa: danze, musica, bevande a leggera gradazione alcolica…
Poi, se lui ti guarda e sorride, mezzo film è fatto.

Riconoscimenti
Golden Globe 1964
Miglior promessa femminile a Elke Sommer
Candidatura miglior attrice non protagonista a Diane Baker





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