Io sto bene (2020)
- michemar

- 2 giorni fa
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Io sto bene
Lussemburgo Belgio Germania Italia 2020 dramma 1h34’
Regia: Donato Rotunno
Sceneggiatura: Donato Rotunno
Fotografia: Jean-François Hensgens
Montaggio: Matyas Veress
Scenografia: Marie Janezic
Costumi: Carmen Di Pinto, Magdalena Labuz
Renato Carpentieri: Antonio
Sara Serraiocco: Leo
Alessio Lapice: Antonio giovane
Marie Jung: Mady
Vittorio Nastri: Vito
Maziar Firouzi: Giuseppe
Luigi Di Razza: Rosario
Véronique Kinnen: Gina
Pitt Simon: Paul
Gabriel Boisante: Alan
Anita Pomario: Francesca
Jean-Paul Raths: signor Ries
Nicole Max: signora Ries
TRAMA: Antonio ha trascorso tutta la sua vita in Lussemburgo, lontano dall’Italia, il suo paese d’origine. Un giorno incrocia Leo, una giovane artista italiana che sta cercando di sfondare all'estero.
VOTO 6,5

Da tempo gli italiani hanno dimenticato quando anche i nostri concittadini emigravano all’estero, all’inizio del XX secolo verso l’America e nel dopoguerra verso Paesi europei dove si trovava lavoro tra i più umili, spesso con la speranza di fare affari e diventare anche imprenditori. Trattati non bene (eufemismo) e facilmente sfruttati in lavori manuali sottopagati. Essi speravano di migliorare le condizioni di vita e mandare denaro alle famiglie rimaste in Italia, maggiormente nel sud. Lasciando da parte la facile retorica, la trama di questo film, bello e malinconico, rispecchia sicuramente la vita del regista Donato Rotunno nato sì proprio a Lussemburgo come il protagonista Antonio, ma da genitori emigrati dalla Lucania per cercare lì una miglior vita. La sua esperienza ha di certo ispirato la scrittura di questo suo terzo lungometraggio (dopo numerosi corti, medi e documentari), dopo un horror ed un dramma che si svolge ancora a Lussemburgo.

Il protagonista qui è Antonio (Renato Carpentieri), che ha vissuto la sua intera vita in Lussemburgo, lontano dalla sua terra natale, ed ora, ormai in pensione e a pochi mesi dalla scomparsa di sua moglie Mady, incontra Leo (Sara Serraiocco), una giovane ragazza italiana che sta cercando di affermarsi nel mondo della musica come video-jockey. I loro destini collidono e in un gioco di ricordi tra passato e presente tentano di trovare serenità. Sarebbero due persone distanti in tutto: lui anziano emigrato dal sud Italia da giovane convinto di stare solo un anno lontano, ed ora, dopo aver fatto fortuna come imprenditore edile, vedovo inconsolabile ed ambientato nella nuova patria; lei giovane alla disperata ricerca di affermarsi dopo un diploma di grafica computerizzata senza una vera casa, lavorando saltuariamente, arrabbiata senza reali prospettive. Lui generoso fino al punto di volerla aiutare, lei scostante non per superbia o cattiveria ma solo perché è disperata, per giunta incinta senza futuro.

Il regista articola la narrazione alternando parecchio la vita odierna con gli anni della gioventù di Antonio (Alessio Lapice), partito assieme ai due amici d’infanzia a cercar fortuna in Paesi sconosciuti, tanto da confondere Lussemburgo e Belgio. Muratore, pittore, carpentiere, tutto andava bene pur di mandare i soldi della paga raccattata da sfruttatori datori di lavoro e di inviarli in lettere al padre vedovo scrivendo ogni volta che stava bene (ecco il significato del titolo), auspicando sempre “e così spero di voi”. Il tempo passa inesorabile e non si torna più indietro, arrivando anche a conoscere una simpatica e volitiva ragazza del posto, Mady (Marie Jung), che nonostante le tante titubanze reciproche lo farà felice per tutta la bella convivenza fino alla vecchiaia. Incontra Leo quando lui sta decidendo mestamente di vendere la bella e grande casa per andare (molto malvolentieri) in una RSA e, per volerla aiutare pazientemente nonostante le sue intemperanze e le reazioni nevrotiche, decide di rinunciare e dare un futuro alla ragazza che intanto litiga a telefono con la mamma, non al corrente di stare diventando nonna. I consigli dell’anziano innervosiscono Leo ma, come succede sempre, sono quelle raccomandazioni che, unite all’affetto che manca, confortano e indirizzano meglio la vita dei giovani allo sbando.

La vita del giovane Antonio tanti anni prima, la vita di oggi di Leo, in parallelo, seppur in condizioni molto differenti, seppur in tempi tanto cambiati. Eppure, queste vite lontane e vicine nei tempi sono l’eterna storia di chi, tantissimo distante dal nucleo natale, deve cercare la sua strada, soffre i rimpianti delle occasioni perse e cerca di cogliere al volo le seconde possibilità, che quasi sempre si affacciano nel destino di noi tutti. Si tratta di scelte, a volte volute, altre fortunose, ma sempre chances che possono ribaltare la situazione anche nei momenti peggiori. Il “caratterino”, diciamo così, di Leo è però di quelli che per testardaggine o orgoglio rifiutano la mano tesa come fosse un’elemosina e tendono a rifiutare. Per fortuna, una persona ammodo come Antonio, per esperienza e bontà d’animo e per aver vissuto sulla propria pelle le difficoltà della solitudine e dei compromessi, non si arrende e aspetta sulla riva del fiume che la ragazza si rifaccia viva. Il guaio è che ciò accade non in circostanze positive, senza che però pregiudichi il miglioramento del loro legame. Antonio non ha avuto figli e quindi nipoti e questa ragazza sperduta nella vita può essere lo scoglio affettivo a cui potrebbe aggrapparsi per i suoi ultimi anni e, altrettanto, può diventare per Leo l’approdo sicuro per rilanciarsi. A patto che, come spinge l’uomo, vada ad aprirsi sinceramente alla madre in ansia.

Retorica? Forse. Saggezza? Senz’altro. Realismo? Sicuramente. Tenerezza, tanta. A maggior ragione perché questo incontro casuale avviene all’estero, perché qui, Lussemburgo, dista migliaia di chilometri da dove si è partiti comunque. Ed è per questo che il film mette in parallelo due migrazioni lontane nel tempo ma simili nelle emozioni: solitudine, identità sospesa, bisogno di rassicurare la famiglia senza mostrare le proprie fragilità. Ah, “Io sto bene”, “Dì’ alla mamma che sto bene e la chiamerò presto”, frasi di circostanza che nascondono incertezze e instabilità materiale e psicologica, oltre che affettiva per mancanza di legami d’amore (in senso lato). Le lettere di Antonio al padre, chiuse sempre con “Io sto bene”, diventano il simbolo di ciò che non si dice.

Il duo di attori che sostiene il film recita magnificamente con misura e interpretazioni giuste, appropriate, seguendo questo doppio percorso, mostrando come il passato di Antonio illumini il presente di Leo. Nel finale, l’uomo accetta le proprie ferite e trova un modo per trasformarle in sostegno per la ragazza, dando nuovo senso alla frase che ha ripetuto per tutta la vita. Ora, staranno bene, anche assieme, come padre-tutore e figlia mancata che ha bisogno di sostegno materiale e mentale. Che Renato Carpentieri reciti splendidamente non è più una notizia, dopo un’intera vita di magnifici personaggi, tutti dosati e perfetti: che attore!

Discorso a parte per Sara Serraiocco: qualche premio lo ha ricevuto, ma mai abbastanza premiata per la sua bravura. È costantemente intensa, come in questa occasione. Perfetta nei tempi, nella recitazione, nella pronuncia, nelle espressioni. Per me, che l’avevo notata all’esordio in Salvo (2013) e subito dopo amata in Cloro (2015), è una delle migliori attrici italiane in giro, eppure raramente un grande autore italiano o straniero la chiama per ruoli importanti. Forse è anche una sua scelta avendo prediletto un profilo coerente in ruoli molto specifici, spesso radicali, in progetti d’autore medio‑piccoli, e questo orientamento la colloca naturalmente in un certo tipo di cinema, non nel mainstream dei grandi nomi. E, comunque, non l’avevo mai vista così matura e precisa. Un applauso lo merita anche Alessio Lapice, avendo interpretato egregiamente l’Antonio giovane con una bella faccia pulita e sincera. Buona prova.

Film lento e un po’ triste, date le situazioni infelici e difficili, ma Donato Rotunno dimostra saggezza d’autore nel dosare i sentimenti e nel fotografarli in modo che raggiungano il cuore del pubblico, spero come sia successo a me. È una regia che si contraddistingue per precisione nel mettere in scena un racconto delicato che attraversa oltre cinquant’anni di vita tramite il dialogo due epoche (persone) diverse ma sorprendentemente vicine. Bene ha fatto nell’infondere tanta speranza nel finale, guardano al futuro in maniera positiva. Per poter dire alla fine: io sto bene, finalmente. L’autore rinuncia completamente, quindi, ai colpi di scena e sceglie una conclusione coerente con il tono dell’intero racconto.






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