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Kes (1969)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Kes

UK 1969 dramma 1h51’

 

Regia: Ken Loach

Soggetto: Barry Hines (romanzo Un falco per amico)

Sceneggiatura: Barry Hines, Ken Loach, Tony Garnett

Fotografia: Chris Menges

Montaggio: Roy Watts

Musiche: John Cameron

Scenografia: William McCrow

Costumi: Daphne Dare

 

David Bradley: Billy

Freddie Fletcher: Jud

Lynne Perrie: Mrs. Casper

Colin Welland: Mr. Farthing

Brian Glover: Mr. Sugden

Bob Bowes: Mr. Gryce

 

TRAMA: Vittima di bullismo a scuola, ignorato e maltrattato a casa dalla madre indifferente e dal fratello maggiore prepotente, Billy Casper, quindicenne della classe operaia nato e cresciuto nello Yorkshire, si distrae dai problemi della vita di tutti i giorni addestrando un falco gheppio domestico che chiama Kes. Aiutato e incoraggiato dal suo insegnante di inglese e da alcuni compagni di scuola, Billy trova finalmente uno stimolo positivo per cui vivere

 

VOTO 7,5

 

 

Due anni dopo l’esordio con il drammatico Poor Cow (nel cui cast primeggiava il già noto Terence Stamp, appena reduce dal bellissimo Via dalla pazza folla di John Schlesinger), Ken Loach si ripresenta con il tenero e sofferto romanzo di Barry Hines che narra le vicende sfortunate di un ragazzino, Billy, che non trova pace né in casa né a scuola. Il regista è già dentro pienamente nelle tematiche che lo contraddistingueranno per sempre: la vita della povera gente, del ceto più debole, dei disoccupati, delle famiglie costantemente indietro, argomenti che non abbandonerà mai fino al suo 26esimo ed ultimo film, The Old Oak (2023). A differenza di quasi tutti i suoi contemporanei, lui non ha mai ceduto al richiamo delle sirene di Hollywood, ed è praticamente impossibile immaginare che il suo particolare tipo di realismo socialista britannico si traduca bene in quel contesto. Impossibile, per esempio, immaginarlo girare un film come questo in un posto come Hollywood.

 

 

Ambientato alla fine degli anni ’60 nel Sud dello Yorkshire, vi si racconta la storia di Billy Casper, quindicenne cresciuto in una famiglia disfunzionale e in una comunità segnata dalla povertà e dal lavoro minerario. A scuola Billy è considerato un caso disperato: non riesce a concentrarsi, viene bullizzato dai compagni e punito da insegnanti autoritari, mentre a casa subisce le violenze del fratello maggiore Jud, mentre la madre, abbandonata dal marito, lavora tutti i giorni e cerca sfogo solo nel weekend nei pub della cittadina. Senza prospettive, destinato a lasciare la scuola senza qualifiche, Billy rifiuta l’idea di finire in miniera come tutti. La sua vita cambia quando trova un giovane falco e decide di addestrarlo. Per imparare la falconeria ruba un libro, studia, osserva, si dedica con disciplina. Il legame con l’animale, che battezza col nome di Kes, diventa per lui un rifugio e una forma di libertà. Per la prima volta Billy riceve attenzione e rispetto, soprattutto quando racconta in classe la sua esperienza con il falco, mostrando un talento che nessuno aveva mai visto.

 

 

La relazione con il volatile apre a Billy un orizzonte nuovo, fatto di cura, responsabilità e orgoglio, ma la precarietà del suo mondo resta in agguato. Un giorno Jud gli affida dei soldi per scommettere su due cavalli; Billy, convinto che perderanno, usa il denaro per comprare cibo per sé e per il falco. Quando i cavalli vincono, Jud esplode di rabbia e si vendica nel modo più crudele: uccide il volatile. Billy ritrova il corpo dell’uccello nel bidone dei rifiuti e lo mostra alla madre e al fratello, incapaci di comprendere la profondità del suo dolore. La scena è devastante: il falco rappresentava l’unico spazio di bellezza e autonomia nella sua vita. Billy seppellisce Kes sulla collina dove giocavano insieme, in un gesto silenzioso che racchiude perdita, maturazione e resistenza. Il film si chiude senza consolazioni, ma con la sensazione che Billy, nonostante tutto, continuerà a cercare un modo per sopravvivere e affermarsi.

 

 

Girato e recitato da attori comuni e non professionisti – d’altronde come quasi sempre – è già un esempio dimostrativo del suo cinema riconoscibile, macchina da presa, spesso a mano, che segue da vicino i personaggi, dialoghi che paiono non scritti ma improvvisati e sinceri, scenari freddi e ordinari, protagonista che si muove all’impronta e a seconda delle necessità, tutti alla ricerca di una stabilità affettiva e materiale che non troveranno mai. È sempre un tono politico, un tema sociale che caratterizza i personaggi, povera gente che deve arrabattarsi e affannarsi per arrivare a sera. Se normalmente i film di Loach parlano di adulti, questo film è totalmente accentrato su un adolescente infelice che però non si arrende mai e che, quando nulla di positivo gli si prospetta, trova fortuitamente uno scopo nella vita.

 

 

Billy è bistrattato dai compagni di scuola, dai severissimi professori che urlano continuamente, non possiede (figuriamoci) l’abbigliamento adatto per partecipare alle lezioni di educazione fisica, il cui insegnante è fissato con il calcio e partecipa in prima persona alle partite dove bara sempre pur di vincere. In quella occasione mostrata, è costretto a giocare in porta con i suoi vestiti e dopo viene obbligato dal professore a fare la doccia anche se non ha indumenti adatti per cambiarsi e quello lo punisce anche fornendogli solo acqua fredda. La prepotenza di chi comanda e governa è già negli argomenti del regista e questa imposizione ne rappresenta l’emblema.

 

 

Tutto l’ambiente è contro ma non demorde, a maggior ragione quando intuisce la sua passione per addestrare il gheppio che ha catturato con coraggio. Lo lega ad una corda, lo ammaestra con la ricompensa di un pezzo di carne, di insetti, di qualsiasi cibo che riesce a raccattare. Kes si adegua e lo riconosce, gli ubbidisce e viene custodito con affetto e passione in una gabbia tenuta nascosta in un rudere vicino casa.

 

 

A Billy non interessa come vanno le cose al di fuori della sua passione, sopporta tutto perché sa che appena libero deve correre a giocare con Kes, che vola e torna, mangia ciò che gli ha procurato e vola e torna. È il suo miglior amico, è la sua famiglia vera e sincera, fedele e gentile. Al contrario di quello che succede ogni volta che rientra in casa, specialmente dopo il grave errore che ha compiuto non scommettendo le sterline che gli aveva dato il fratello, che avrebbero fatto risparmiare a questi una settimana di duro lavoro da minatore. Lavoro faticoso spesso presente nelle storie di Loach: le miniere degli operai sempre protagonisti dei suoi film, gli ultimi del popolo che protestavano sempre contro l’odiata premier Margaret Thatcher (ed in seguito Tony Blair).

 

 

Come ho sempre scritto per i film di questo amato regista, lui è stato negli ultimi decenni l’unico autore che ha continuato a suo modo e con il suo linguaggio il neorealismo moderno, quello degli anni difficili odierni, parlando di disoccupazione, immigrati disperati, ultimamente di razzismo, lavori sottopagati e sfruttamento da parte di datori di lavoro senza cuore, che badano solo al profitto. Pugno chiuso alle premiazioni – spesso rifiutando i premi – e fierezza delle proprie idee. Billy è solo un piccolo personaggio, eppure rappresenta la gente che predilige, la parte di umanità intesa come insieme di persone e di sentimento, soprattutto quest’ultimo che è sparito dalle agende dei politici. Non solo britannici, beninteso. Per dare voce a chi non viene ascoltato.

 

 

Il film è un’immersione nella vita dei minatori dello Yorkshire alla fine degli anni ’60, un mondo segnato da povertà, assenza di prospettive e un destino lavorativo già scritto, la cui cornice sociale non è decorativa: è la gabbia da cui Billy tenta di evadere. Anche la scuola è parte integrante della sceneggiatura scritta a sei mani e diventa un atto d’accusa contro un sistema che spreca potenziale umano. La relazione con il falco è il cuore emotivo del film: rappresenta libertà, dignità, autonomia. Il volo dell’animale è il controcampo del destino di Billy, intrappolato in una vita che non ha scelto. La metafora è semplice ma potentissima. Ken Loach adotta un approccio documentaristico: attori non professionisti, dialetto locale, location reali, luce naturale. Il risultato è un realismo crudo, senza abbellimenti, che amplifica l’impatto emotivo e politico del film. La performance di David Bradley, all’epoca adolescente e non attore, offre un’interpretazione memorabile: asciutta, vulnerabile, autentica. La sua presenza è uno dei motivi per cui questo film è da considerarsi un classico del cinema britannico.

 

 

La morte del falco è un colpo narrativo devastante. Loach rifiuta ogni lieto fine: la realtà non offre scorciatoie. Ma Billy, pur ferito, resta un personaggio resistente, capace di sopravvivere. Lo accosterei ai mitici I 400 colpi.

Grazie, Ken!

 

 

Riconoscimenti

BAFTA 1971

Miglior attore promettente David Bradley

Candidatura miglior regia

Candidatura miglior film

Candidatura miglior sceneggiatura

Candidatura miglior attore non protagonista Colin Welland

 


 
 
 

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