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L’agente segreto (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 7 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

L’agente segreto

O Agente Secreto

Brasile Francia Messico Germania Olanda 2025 dramma 2h41’

 

Regia: Kleber Mendonça Filho

Sceneggiatura: Kleber Mendonça Filho

Fotografia: Evgenija Aleksandrova

Montaggio: Matheus Farias, Eduardo Serrano

Musiche: Mateus Alves, Tomaz Alves Souza

Scenografia: Thales Junqueira

Costumi: Rita Azevedo

 

Wagner Moura: Armando (Marcelo) Alves / Fernando

Maria Fernanda Cândido: Elza

Gabriel Leone: Bobbi

Carlos Francisco: Alexandre

Alice Carvalho: Fátima

Robério Diógenes: Euclides

Hermila Guedes: Claudia

Igor de Araújo: Sergio

Italo Martins: Arlindo

Thomás Aquino: Valdemar

Laura Lufési: Flavia

Udo Kier: Hans

Roney Villela: Augusto

Isabél Zuaa: Tereza Vitória

Tânia Maria: Dona Sebastiana

João Vitor Silva: Haroldo

Luciano Chirolli: Henrique Castro Ghirotti

Buda Lira: Anisio

 

TRAMA: Sotto il repressivo regime brasiliano del 1977, Armando Alves, con lo pseudonimo di Marcelo, si trasferisce a Recife dopo essere fuggito da un violento passato, cercando un nuovo inizio sulla costa nordorientale.

 

VOTO 7,5

 

 

Invece che creare una scena adeguata o metterne in fila più di una come si usa fare di frequente, Kleber Mendonça Filho ci introduce con una sostanziosa prima sequenza nel Brasile del 1977 che vive sotto la dittatura militare, ambientazione politica che in buona sostanza non denuncerà mai chiaramente durante tutte le quasi tre ore del film, ma la ammanterà come una coperta silenziosa e liberticida per mostrare semplicemente l’aria che si respirava in quegli anni in quel Sudamerica. Il maggiolino arancione che arriva in una polverosa e deserta stazione di servizio è il mezzo con cui il protagonista, che per ora si fa chiamare Marcelo, arriva per fare il pieno di benzina spendendo le ultime banconote ancora a sua disposizione. Lì c’è un cadavere, un ladro colpito a morte che giace da qualche giorno e che non interessa neanche alla polizia che sopraggiunge per fare dei controlli a quell’automobilista sconosciuto che si è fermato. Son tutti impegnati per gli ultimi giorni di carnevale ed in Brasile non esistono interessi che possano distrarre dai frenetici balli, dalle ubriacature e dai numerosi morti che tutto ciò causa, che è solo e soltanto un dato statistico. 90? 91? Di più? A chi importa? I due poliziotti si fermano e non degnano di uno sguardo il corpo coperto malamente da un cartone alla mercè dei cani: piuttosto il sergente cerca di mettere in difficoltà con i controlli e le domande l’automobilista, sperando di coglierlo in fallo per affibbiargli una multa o chiedere una mancia. Il Brasile è in festa, non conta null’altro. Chi è Marcelo e dove e perché sta viaggiando da tre giorni?

 

 

Nel 1977, in un Brasile soffocato, un uomo che si fa chiamare Marcelo percorre oltre duemila chilometri da São Paulo a Recife, guidando un maggiolino arancione e portandosi dietro un passato che non può dichiarare. Arriva durante il Carnevale, quando il Paese sembra sospeso in un’euforia collettiva che copre tutto: la corruzione, la violenza, la paura. Alla prima sosta, in una stazione di servizio polverosa, trova un cadavere abbandonato da giorni e una polizia più interessata a estorcere denaro che a indagare. È il primo segnale di un mondo dove la morte è routine e l’arbitrio è legge. Marcelo cerca rifugio presso Dona Sebastiana, anziana militante anarco-comunista (non sa neanche lei cosa è innanzitutto) che ospita dissidenti, rifugiati angolani (conseguenze colonialiste) e figure marginali che vivono ai bordi del regime. Qui prova a ricostruire un equilibrio, a rivedere il figlio Fernando che vive con i nonni materni, a trovare un lavoro che gli permetta di restare invisibile. Ma Recife è una città piena di occhi: poliziotti corrotti, burocrati compiacenti, killer assoldati da un potente industriale che vuole cancellarlo per una vecchia disputa accademica e politica che maschera motivi industriali.

 

 

Mentre tenta di muoversi nell’ombra, il protagonista scopre che la città è un labirinto di sorveglianza, dossier, archivi manipolati, identità cancellate. Una gamba umana trovata nello stomaco di uno squalo diventa leggenda urbana, simbolo di un Paese dove la verità è sempre distorta. Tra cinema di quartiere, feste di strada, uffici pubblici fatiscenti e case sicure, Marcelo prova a proteggere il figlio e a organizzare una fuga impossibile. Ma ogni passo lo avvicina a un passato che ritorna, a un presente che lo bracca e a un futuro che qualcuno sta già registrando su nastro, in attesa che venga ritrovato.

 

 

Opera complessa, che spiega poco, che attende che il pubblico vi entri e vi stia con calma per capire di cosa si tratta, il film del paziente Kleber Mendonça Filho è un’opera-mondo: un film che non procede per linearità ma per stratificazioni, accumuli, deviazioni, materiali d’archivio, inserti di genere e improvvise aperture emotive. Il regista costruisce un thriller politico che rifiuta la grammatica del thriller, preferendo un racconto che si espande ai margini, dove il reale si contamina con il grottesco, il folclore urbano, la memoria orale e il cinema stesso. Al centro la lenta storia, nei contorni l’atmosfera pesante che tutti fanno finta di aver accettato e quindi personaggi tra i più vari che entrano ed escono dalla scena in maniera continua e di cui non si sa mai se fidarsi o meno.

 

 

La forza del film sta proprio in questa porosità: ogni scena sembra appartenere a più film contemporaneamente. C’è il noir (i killer, le ombre, le strade notturne), c’è il melodramma familiare, c’è la commedia nera, c’è persino l’horror degno del b-movie rappresentato da quella gamba umana nello squalo, trasformata in leggenda urbana, che viene (!) sostituita da agenti della polizia in borghese (tipico esempio di dittatura) con una zampa di animale che diventa metafora perfetta di un Paese dove la verità è sempre un racconto distorto, censurato, reinventato. Invece di far parlare di politica scomoda, il potere fa discutere di cronaca nera, se non proprio da fantasy horror: fa più notizia e intrattiene di più distraendo. Nel frattempo, il buon suocero di Marcelo, Alexandre, gestendo una sala cinematografica, proietta Lo squalo ed altri mitici horror del tempo. In pratica, il film non spiega la dittatura, non la mostra ma la mette in scena come atmosfera, come temperatura emotiva, come logica quotidiana. Ambientazione silenziosa ma presente e controllante. Non si vedono visi impauriti ma rassegnati, malinconicamente remissivi.

 

 

Mendonça Filho lavora come un archeologo della memoria: recupera cassette, fotografie, archivi, registrazioni, li mescola alla finzione e li fa reagire con il presente. Con continui spezzoni inframmezzati ci ritroviamo con un salto temporale al 2025, quando due studentesse, che conducono una ricerca su quel periodo di mezzo secolo prima, ritrovano registrata la voce di Marcelo e ciò non è un espediente narrativo, ma un atto politico: la Storia sopravvive solo se qualcuno decide di ascoltarla. Il risultato è un film denso, ipnotico, a tratti volutamente prolisso (161 minuti), che chiede allo spettatore di abitare un tempo diverso, più lento, più sospeso, più pericoloso. Un film che non vuole intrattenere: vuole far ricordare.

 

 

Il regista firma la sua opera più ambiziosa: una regia che usa la profondità di campo, i movimenti di macchina lenti, le inquadrature stratificate per sovrapporre tempi, memorie, livelli di realtà. Perché solo così il cinema, al posto di filmare in modo tradizionale, evoca. Non denuncia, ma mostra la logica del potere attraverso omissioni, silenzi, deviazioni. Il suo lavoro è insieme politico e cinefilo: Recife diventa un organismo vivente, un archivio a cielo aperto, un teatro sociale dove tutti recitano un ruolo imposto. La scelta tecnica del regista è importante e influente, avendo preferito di girare, con la fotografia di Evgenia Alexandrova, in Panavision anamorfico, per cui il film ha un’immagine che sembra già “memoria”: bordi sfocati, luce naturale, colori che oscillano tra il seppia e il tropicale. Questa fotografia costruisce un Brasile caldo, opaco, pieno di ombre, con la gente con le camicie aperte e sudate, dove ogni spazio è potenzialmente una trappola. Si prova continuamente la sensazione che qualcosa di grave possa accadere da un momento all’altro. E se non succede, sicuramente sta succedendo, anche se non lo si vede.

 

 

Il montaggio non è lineare, è pieno di ellissi, sovrapposizioni, salti temporali. Matheus Farias e Eduardo Serrano tagliano e incollano in fase di montaggio con un lavoro che non guida la visione, bensì disorienta volutamente lo spettatore, perché è quello che succede nella vita reale lì, in quel tempo, dove il regime controlla tutto ma non dice nulla. La visione è accompagnata da musiche idonee e da brani celebri che si rifanno all’epoca e al cinema amato: Morricone, Donna Summer, Chicago, brani popolari brasiliani.

 

 

La regia è ineccepibile e la recitazione di Wagner Moura è misurata in un insieme di sorrisi accennati e sguardi silenziosi di un uomo che attraversa il film come un corpo braccato, ma non si atteggia ad eroe o a un rivoluzionario e non è neanche l’agente del titolo: è un uomo che cerca di sopravvivere. Una interpretazione tutta fisicità, silenzi, sguardi laterali di uno che vive nella zona grigia, vittima e complice, osservatore e protagonista, padre e fuggitivo. Il suo Marcelo, in realtà Armando, si affida a Dona Sebastiana (Tânia Maria, un personaggio ed un’attrice impagabili) che, materna e politica, incarna la resistenza silenziosa, la memoria che non si cancella in un Brasile in cui la repressione è amministrazione ordinaria, dove la paura è un rumore di fondo, dove la vita quotidiana è un teatro di ruoli imposti per suggerire (è questo il senso del film) che molti di quei meccanismi non sono mai davvero scomparsi. Il film diventa così un’opera sulla persistenza del potere, sulla fragilità della democrazia, sulla necessità di ascoltare le voci che la Storia ha tentato di seppellire. Poi c’è l’elegante interpretazione di Maria Fernanda Cândido, già conosciuta ne Il traditore di Bellocchio.

 

 

E “l’agente segreto” dov’è? Semplicemente non c’è, se non per il momento in cui alla TV è in onda Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (Le Magnifique) con Belmondo. Lo stesso regista Mendonça Filho ha ammesso, con un pizzico di malizia, di aver scelto questo titolo perché nell'immaginario collettivo suona "misterioso, eccitante e sexy". Gli piaceva l’idea di giocare con le aspettative del pubblico, prendendo in prestito un’etichetta tipica del cinema d’azione hollywoodiano per applicarla a un contesto radicalmente diverso: il Brasile profondo e soffocante della dittatura militare.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 2026

Candidatura per il miglior film

Candidatura per il miglior attore protagonista a Wagner Moura

Candidatura per il miglior film internazionale

Candidatura per il miglior casting

Golden Globe 2026

Miglior attore in un film drammatico a Wagner Moura

Miglior film straniero

Candidatura per il miglior film drammatico

Candidatura per la miglior sceneggiatura

Festival di Cannes 2026

Prix de la mise en scène

Prix d'interprétation masculine a Wagner Moura

Premio FIPRESCI

 


 
 
 

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