L’anno nuovo che non arriva (2024)
- michemar

- 11 ore fa
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L’anno nuovo che non arriva
Anul Nou care n-a fost
Romania Serbia 2024 dramma storico 2h18’
Regia: Bogdan Mureșanu
Soggetto: Bogdan Mureșanu (corto The Christmas Gift)
Sceneggiatura: Bogdan Mureșanu
Fotografia: Biró Boróka, Tudor Platon
Montaggio: Vanja Kovacevic, Mircea Lacatus
Scenografia: Iulia e Victor Fulicea
Costumi: Dana Anghel
Adrian Văncică: Gelu
Nicoleta Hâncu: Florina Miu
Iulian Postelnicu: Ionuț Dincă
Mihai Călin: Ștefan Silvestru
Emilia Dobrin: Margareta Dincă
Andrei Miercure: Laurențiu Silvestru
Luca Toma: Marius
Ioana Flora: Mariana
Vlad Ionuț Popescu: Vlad
Marian Râlea: Mihalcea
Radu Gabriel: Gabi
Ion Sapdaru: Comrade Vârtosu
Gabriel Spahiu: Benghe
Manuela Hărăbor: Alina Silvestru
Vasile Muraru: zio Romică
Ada Galeș: Camelia Dincă
TRAMA: Sull’orlo della rivoluzione in Romania del 1989, sei vite si incrociano tra proteste e lotte personali, portando alla caduta di Ceausescu e del regime comunista.
VOTO 7,5

Il momento storico in cui si sviluppa il film è importante per la Storia della Romania: siamo nel 1989 e la successione di eventi e di proteste nel mese di dicembre, a ridosso del Natale, portarono al crollo del regime dittatoriale comunista guidato da Nicolae Ceaușescu. Le proteste, sempre più violente, raggiunsero il culmine con il processo e l’esecuzione di dittatore e della moglie Elena. Questo tipo di eventi si possono raccontare in diversi modi, uno dei quali è seguire le vicende di un personaggio e, metaforicamente, osservare come questo, assieme alla popolazione insofferente, attende timidamente o coraggiosamente il cambiamento del clima politico. Altre volte i registi scelgono un racconto corale, magari, come questo caso, con personaggi che non si conoscono e le loro vite né si intrecciano né si coinvolgono ma assieme ci conducono nell’evoluzione sociale che sta avvenendo.

Bogdan Mureșanu, sviluppando un suo cortometraggio precedente, segue le orme di alcuni personaggi che abitano a Bucarest dove giungono vaghe notizie dei tumulti che stanno avvenendo a Timișoara. Sono sei persone che neanche si rendono conto della portata della rivoluzione in evoluzione e conducono passivamente la loro esistenza e sempre con cautela, dal momento che un nonnulla – una frase, un comportamento dissonante, un gesto d’insofferenza – può bastare per una denuncia di un altro cittadino delatore o l’intervento della milizia del dittatore. Pensare di cambiare è impossibile, anche fuggire è proibitivo, e quindi paiono rassegnati.

Il film intreccia sei vite ordinarie nel caos del 20 dicembre 1989, mentre la Romania è scossa dalle prime notizie frammentarie sulla rivolta di Timișoara. A Bucarest, nessuno comprende davvero cosa stia accadendo, ma la tensione filtra ovunque. Un regista televisivo, disperato perché la star del suo show di Capodanno è fuggita, tenta di salvare la trasmissione coinvolgendo un’attrice teatrale in crisi, che nel frattempo non riesce a contattare l’ex fidanzato proprio a Timișoara. Il figlio del regista, studente inquieto, progetta di scappare in Jugoslavia nuotando attraverso il Danubio, sorvegliato da un ufficiale della Securitate impegnato a trasferire la madre in un nuovo appartamento che lei detesta. Intorno a loro, la città vive un’attesa sospesa, fatta di paure, silenzi e segnali contraddittori.

Il mosaico umano si completa con un operaio che precipita nel panico quando il figlio, nella letterina a Babbo Natale, rivela che il padre desidera la morte di Ceaușescu: un dettaglio che, sotto la sorveglianza invisibile e onnipresente della Securitate, può diventare una condanna. Le vite dei protagonisti si sfiorano e si intrecciano in una tragicommedia di equivoci, timori e scelte impulsive, mentre il regime vacilla senza che loro ne siano pienamente consapevoli. Tutto converge in una sequenza finale esplosiva, quando scoppia un petardo durante una manifestazione organizzata dal partito a sostegno del tiranno, innescando simbolicamente la scintilla della rivoluzione. Nel caos che segue, le piccole storie private si fondono con la grande Storia, mostrando come l’irruzione dell’imprevisto possa trasformare destini individuali e collettivi. L’inquadratura che vede al centro Gelu, in mezzo alla folla festante, ho l’impressione che sia un omaggio al celebre quadro Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo.

Un’attrice in piena depressione che non riesce a recitare a teatro per le crisi di panico; un’anziana donna che deve abbandonare la casa in cui ha sempre vissuto che decide di suicidarsi con il gas prima del trasferimento; un operaio che vuol bene al figlio a cui ha comprato un regalino per Natale ma, scoprendo che ha scritto la letterina a Babbo Natale rivelando una notizia che manderebbe il padre in prigione, si scatena in scene violente e tenta di distruggere la lettera dalla cassetta postale; il regista televisivo che deve girare una piccola trasmissione di auguri al Presidente ma che perde la donna che deve recitare e non sa come cavarsela, oppresso dalla ossessiva presenza di un uomo di partito.

Nel frattempo, un giovanotto ha messo da parte un bel gruzzolo di denaro per poter pagare un autista che lo accompagnerà col suo amico fino al Danubio dove hanno intenzione di nuotare per attraversare in confine. A questi si aggiungono il funzionario figlio dell’anziana che cerca di convincere la madre che trasferirsi non è la fine del mondo e il personaggio politico che controlla affinché la trasmissione televisiva si realizzi secondo i programmi previsti dal partito e il dittatore resti soddisfatto. Un mondo di piccoli personaggi, insomma, che cercano di sopravvivere secondo le regole imposte prima che vengano contraddetti o sorpresi a compiere atti contrari al regime. Una piramide in cui chi sta più sotto, e cioè tutti, non scontenti chi sta più sopra nella scala gerarchica, e così via, fino in cima. Tutti ad omaggiare e venerare il grande capo, ma con la mai confessata speranza che la vita migliori e che la democrazia arrivi anche per loro.

È una sorta di sineddoche, in cui il regista parla di un singolo personaggio che però rappresenta un’intera popolazione, ad eccezione, ovviamente, dei pochi privilegiati che restano protetti dal regime. L’operaio, l’attrice, il giovane in fuga, così come gli altri, soffrono la limitazione della libertà ma sono coscienti che la ribellione costa carissima. Fino a quando, come succede sempre nella Storia, il popolo reagisce compatto. E così quella manifestazione forzata si trasforma in festa: le bandiere rumene bucate e strappate diventano il simbolo di una nazione che si ribella e che chiede a gran voce la libertà e la democrazia. Passano anche, nel film, le insopportabili immagini di Ceaușescu e signora che rifiutano la corte che li sta processando e che ritengono illegale. Ma solo così la Romania si avviò alla vita normale dopo circa 24 anni di dittatura comunista.

Il film si inserisce nella “nuova onda” del cinema rumeno, nata dall’urgenza di raccontare la realtà manipolata sotto Ceaușescu e la mano del regista Bogdan Mureșanu è felicissima e fa intuire molto bene l’atmosfera che regnava nella società impoverita, dove anche un oggetto di poco conto poteva essere un bel regalo. Come detto, l’autore sceglie la strada del corale, del mosaico, affinché ogni tessera abbia la sua importanza, a cominciare dal funzionario che pare paranoico a finire alla troupe televisiva sotto pressione. Vi si nota anche un’atmosfera che pare sonnacchiosa da parte del popolo che invece rivela solo rassegnazione, fingendo quasi di ignorare le notizie incoraggianti da Timișoara, che indica però l’insofferenza crescente del popolo, ormai al limite. Come se la rivoluzione fosse pronta da tempo ma che non avveniva mai: ed invece la grande svolta arriva attraverso vite comuni.
Film che fa riflettere e che scuote.

Riconoscimenti (tra 26 premi e 15 candidature):
Mostra internazionale di Venezia 2024
Premio Orizzonti per il miglior film
Premio FIPRESCI per il miglior film
Bisato d’Oro per la miglior sceneggiatura
EFA 2024
Candidatura al Premio Fipresci per la miglior rivelazione a Bogdan Muresanu






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