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Miracle - Storia di destini incrociati (2021)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 23 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Miracle - Storia di destini incrociati

Miracol

Romania, Repubblica Ceca, Lettonia 2021 dramma/thriller 1h58’

 

Regia: Bogdan George Apetri

Sceneggiatura: Bogdan George Apetri

Fotografia: Oleg Mutu

Montaggio: Bogdan George Apetri

Scenografia: Mihaela Poenariu

Costumi: Liene Dobrāja

 

Ioana Bugarin: Cristina Tofan

Emanuel Pârvu: Marius Preda

Cezar Antal: Batin

Ovidiu Crisan: agente Macarie

Valeriu Andriuță: Albu

Valentin Popescu: dott. Ivan

Marian Râlea: dott. Mihăescu

Ana Ulariu: dott. Marcu

 

TRAMA: Una giovane suora esce di soppiatto dal monastero in cui si trova per sbrigare una faccenda urgente. Non fa più ritorno e la sua scomparsa fa partire le indagini della polizia. Un ispettore, indagando sul suo destino, scopre indizi e rivelazioni che portano non solo alla verità.

 

VOTO 7,5

 

 

Notevole dramma d’autore firmato da un eclettico cineasta capace di produrre, dirigere, scrivere e montare una trilogia (questo film ne è la seconda parte) incentrata su una serie di eventi di finzione che si svolgono nella sua città natale, Piatra Neamț, una località della Romania, sua patria. Il film di Bogdan George Apetri è praticamente suddiviso in due tronconi, come due parti distinte non solo collegate ma anche con una seconda che scaturisce in maniera consequenziale dalla prima, allorquando si scopre, non senza sorpresa, il legame che unisce i due tempi e i due personaggi principali: la novizia Cristina e l’ispettore di polizia Marius.

 

 

Il film tratta di una vicenda sconcertante che inizia con lo stile di un dramma personale e si evolve in un thriller non tanto per l’atto criminoso, pur sempre grave e determinante per lo sviluppo della trama della seconda parte, quanto per il rapporto che lega la vittima con chi indaga. Per questo motivo non è la solita inchiesta che scatta da parte degli inquirenti all’indomani del reato, non è un’indagine di routine come parrebbe di primo acchito, ma è la diretta conseguenza di quel legame, che causa una reazione rabbiosa e vendicativa che va oltre il consueto rito poliziesco. Due capitoli ben divisi ma connessi, interrotti e collegati entrambi dallo schermo totalmente nero all’inizio di entrambi, a dimostrazione dello stacco sia narrativo che di personaggi, alcuni dei quali, ovviamente, ricompaiono.

 

 

Cristina Tofan (la bella e brava Ioana Bugarin), giovane novizia, lascia di nascosto il monastero e raggiunge la città con un’urgenza che non rivela a nessuno (o quasi). Nell’andata mente sui motivi del viaggio al tassista chiamato dalla sorella Mina che, a differenza sua, è suora e in ospedale (vero scopo della trasferta) entra in un ambulatorio per donne dove si intuisce praticano l’aborto; poi si mette alla ricerca un uomo in un condominio e non trovando tracce, ma tardando all’appuntamento col tassista per il ritorno, si mette alla ricerca di un altro taxi. Sulla via del ritorno, in auto, la tensione cresce fino a quando l’autista la fa scendere nei pressi di un bosco per potersi dismettere gli abiti civili e indossare quelli del convento ma lì subisce dall’uomo l’aggressione grave e violenta: un evento che interrompe bruscamente la sua fuga e lascia sospesa la domanda su cosa, esattamente, Cristina stesse cercando di evitare o risolvere. Ma soprattutto, sul momento, non sappiamo se ne sia uscita viva, visto l’epilogo della violenza sofferta.

 

 

L’ispettore Marius Preda (l’eccellente Emanuel Pârvu) ripercorre ogni passo di Cristina, replicando il suo itinerario con metodo quasi ossessivo. Interroga tassisti, personale dell’ospedale, persone che lei ha incrociato senza ottenere risposte. La sua indagine ricompone lentamente il mosaico: emergono indizi, confessioni, omissioni che chiariscono le ragioni della fuga della diciannovenne e la natura dell’uomo che cercava. Quando si reca sul luogo dell’aggressione, la sua determinazione si fa ambigua: sembra cercare la verità, ma anche qualcosa di più personale, come se fosse coinvolto in modo meno neutrale di quanto appaia. Risulta evidente come e perché si liberi momentaneamente e perentoriamente dello stretto collaboratore per recarsi da solo sul luogo del misfatto, specialmente perché è chiaro che stia manomettendo le prove sul terreno per far incolpare e confessare il tassista che nel frattempo (al regista non interessa spiegarci come la polizia sia giunta all’uomo) è in stato di arresto. Che sia lui non ci sono dubbi per il pubblico (lo abbiamo visto all’opera) ma la polizia non ha tutte le prove indispensabili per accusarlo e farlo processare. Nello stesso tempo è lampante come Preda sia certo e vuole chiudere il caso comunque, con o senza i crismi della legalità. Siamo vicinissimi alla giustizia fai-da-te. Tanto, il colpevole è il tassista, a che serve provarlo?

 

 

Ma la prima vera sorpresa è osservare come Preda parli con la povera vittima Cristina, che è in ospedale in gravi condizioni, ma non in coma, ed il saluto dell’ispettore prima di accomiatarsi non lascia più dubbi (no spoiler). Il caso si chiude su un evento che può essere letto come coincidenza estrema o come intervento soprannaturale - il “miracolo” evocato dal titolo - lasciando allo spettatore la scelta dell’interpretazione. Il film - che è così chiaro e narrativo, che non lascia dubbi sull’evoluzione sia nel dramma che nella parte delittuosa - diventa ambiguo e interpretativo in un finale che lascia perplessità, ma al contempo anche una traccia di legalità o di miracoloso. Lo spettatore abituato al cinema didascalico qui non trova tutte le risposte e ben fa l’ottimo Bogdan George Apetri a lasciare le porte aperte.

 

 

Il poliedrico autore non firma un film che deve per forza soddisfare i gusti del pubblico di massa: elabora un’opera sconvolgente e inquietante dal punto di vista psicologico che bada più al dramma e all’insopportabile abuso che al lato dell’indagine: il colpevole lo conosciamo, la polizia sospetta, ma l’ispettore – che ha famiglia con moglie e due figli – ha un fortissimo interesse personale affinché la vicenda criminale si concluda in un modo preciso e quindi o il tassista confessa o lo fa confessare alla sua maniera. Oppure ci penserà personalmente a chiudere l’indagine in un unico modo. Bogdan George Apetri ci fa vivere la dolcezza e i tanti timori che affliggono Cristina: con la camera da presa addosso al suo giovane viso, ci (di)mostra quanto il suo percorso sia nervoso, frammentato, come se stesse tentando di riparare ad un errore o prevenire un pericolo imminente. Non ci sono immagini o frasi che ci chiariscono le inquietudini della ragazza ma quando entra nell’ambulatorio i dubbi cessano e resta solo di avere conferme: ecco il motivo dei pianti, dei tentennamenti, del silenzio complice di alcune delle suore implicate. Poteva restare tutto soffocato dall’omertà e dall’ influsso della religione e del luogo sacro, ma il carattere e la determinazione del poliziotto sono elementi decisivi per far crollare gli ostacoli: non usa mezze misure ed è imperioso con tutti, tranne che con una persona. Cristina. Perché si scoprirà in quel maledetto secondo capitolo.

 

 

Apetri è un regista bravissimo a studiare la psicologia dei personaggi, a fotografarli da vicino per spiegarceli, e per parlare – in fondo, forse, è proprio questo il nocciolo – del Male, così radicato nell’uomo, a cui si contrappone il protagonista maschile, il Preda, sempre irascibile, irritabile, che non sopporta le inutili e continue chiacchiere che tipizzano i dialoghi del prototipo cittadino rumeno, tanto che la sceneggiatura è ricca di sequenze di colloqui tra tutti i personaggi, soprattutto nelle automobili. Tutti parlano, tutti hanno qualcosa da dire in merito ad ogni argomento, tutti caratterizzati dal darsi di gomito per soprassedere e nessuno di loro si capacita dell’atteggiamento sempre severo e nervoso (e snervante per loro) dell’ispettore, più che mai determinato a chiudere la faccenda come un giustiziere della notte. La sua è anche una necessità caratteriale, come si nota per la mania dell’orologio da parete fermo e per la pila scarica che fa comprare al suo aiutante: è un poliziotto metodico, ossessivo, che vuole “far funzionare” ciò che è rotto - persone, indagini, meccanismi morali. Un tic che è il bisogno di controllo sul tempo, o un tentativo di rimettere ordine in un mondo che gli sfugge, ma anche un gesto di normalità che contrasta con la brutalità dell’indagine. Ci sono più scene in cui lui si intestardisce sulla faccenda della pila e prova soddisfazione quando riesce a far ripartire il tempo. L’orologio è il mondo razionale di Preda. Le pile sono il tentativo di riattivarlo. Il “miracolo”, ammesso che lo sia, però lo smentisce.

 

 

Poi c’è un particolare che accomuna tutti i personaggi quando viaggiano in auto: la musica dalle radioline, con i più svariati successi rumeni e italiani (si va da Toto Cotugno ad Al Bano e Romina, un campionario fermo ai decenni dimenticati, non da loro): tutti, appena montati in auto, accendono la radio a transistor, cercano musica da compagnia, vecchi successi. Bogdan George Apetri no, porta avanti il film mostrandoci il Male, come fosse allievo di Haneke, senza commento musicale, nel silenzio del sottofondo che acuisce il dolore della vittima e dello spettatore attonito. Fa sempre effetto il silenzio nei film, al contrario di tanti autori, anche di grande nome, che caricano l’effetto visivo con le note d’effetto.

 

 

Cinema spietato, cinema in un luogo dell’Europa centrale dove la Giustizia ha il suo blando ritmo, come i suoi servitori, come le chiacchiere dei cittadini e dei poliziotti. Qui non si cerca l’identità della vittima o del carnefice, li conosciamo. Qui si cerca la natura e l’eventualità della giustizia sulle orme di un uomo che va oltre i suoi compiti, che però, in questo finale spiazzante, esce dallo schema così realistico finora costruito dall’autore, in quanto la parte finale introduce l’elemento che dà il titolo al film. Senza rivelare troppo, Apetri costruisce una situazione in cui la razionalità dell’indagine e la spiritualità del mondo monastico entrano in collisione. Il destino di Cristina, che sembrava segnato, si intreccia con un evento che può essere interpretato in due modi: razionale, una coincidenza estrema, ma possibile; mistico, un vero e proprio miracolo, un intervento che sfida la logica. Il regista non dà risposte e quindi il film si chiude lasciando lo spettatore sospeso tra due letture: quella del poliziotto, aspramente ateo, che cerca una verità terrena, e quella del monastero, che vede nella vicenda un segno divino. Quasi un passaggio da cinema realistico a cinema spirituale.

 

 

Il cinema rumeno d’autore riserva sempre belle sorprese.

7 premi e 19 candidature, raccolti a Tromsø, Il Cairo, Cleveland, Stoccolma, Vancouver, Valsavia, Zurigo, Venezia e ovviamente in Romania.

 


 
 
 

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