La bambola (2025)


La bambola
La poupée
Francia 2025 commedia fantasy 1h20’
Regia: Sophie Beaulieu
Sceneggiatura: Sophie Beaulieu
Fotografia: Yann Maritaud
Montaggio: Jean-François Elie
Musiche: Alexis Delong
Scenografia: Celine Diano
Costumi: Charlotte Richard
Vincent Macaigne: Rémi
Zoé Marchal: Audrey, la bambola
Cécile de France: Patricia
Adèle Journeaux: Domi
Gilbert Melki: Bernard Allard
Marianne Basler: Rosy Allard
Souleymane Sylla: Louis
Ludovic Thievon: Eric
Eric Guerin: Hervé
Victor Bonnel: Renan
Guillaume Clérice: Jerôme
Mayel Elhajaoui: Abdu
TRAMA: Un uomo, segnato da una rottura con la ragazza, rimedia al dolore comprando e vivendo con una bambola, ma l’arrivo della collega Patricia cambia tutto.
VOTO 6

L’argomento non è nuovo, se ne era occupato già nel 2007 Craig Gillespie (il regista del premiato Tonya) con il suo Lars e una ragazza tutta sua in cui il protagonista interpretato da Ryan Gosling era un ventisettenne introverso con problemi relazionali che si faceva compagnia con una bambola in silicone, un film paradossale. Questo è un caso simile ma anche con notevoli differenze e vede un uomo maturo apparentemente felice nel lavoro di venditore di piccoli elettrodomestici per l’azienda Gazonzon, con base in un ufficio moderno abitato da solo pochi colleghi molto in armonia che spesso si frequentano e si confidano. Rémi è una persona gioviale e sorridente ma anche afflitto, che al lavoro racconta della sua vita felice e delle tante iniziative che intraprende con la ragazza con cui vive, Audrey, che descrive appassionata di parapendio, con la meraviglia e forse invidia dei colleghi.

Rémi (Vincent Macaigne), quarantenne solitario che lavora come venditore di prodotti sintetici per la Gazonzon, ha ormai rinunciato da tempo alle relazioni sentimentali dopo una seria delusione che lo ha reso diffidente e disilluso. Per colmare il vuoto affettivo, vive con una bambola molto sensuale e a grandezza naturale che ha chiamato Audrey (Zoé Marchal), una figura bionda dagli occhi azzurri che tratta come una compagna silenziosa e rassicurante. La routine di Rémi procede immobile finché, in modo impercettibile ma crescente, Audrey sembra iniziare a manifestare segni di vita (!), movimenti e reazioni che sfuggono a ogni logica. Spaventato e incredulo, Rémi tenta di trovare un manuale d’uso, cerca spiegazioni tecniche e arriva persino a riportarla alla fabbrica dove l’ha acquistata. Tuttavia, la progressiva animazione della bambola lo destabilizza e allo stesso tempo lo affascina, spingendolo a tenerla con sé. Inizia così un rapporto nuovo, fragile e sorprendente, che mette in discussione le sue certezze emotive.

Mentre Audrey diventa sempre più autonoma e capace di interagire con il mondo, Rémi si ritrova a oscillare tra il desiderio di proteggerla e quello di lasciarla emancipare, convinto che la sua vitalità meriti spazio e libertà. L’arrivo di Patricia (Cécile de France), una collega temporanea, introduce un ulteriore elemento di caos nella sua vita: la donna porta con sé un’energia diversa, concreta, che costringe Rémi a confrontarsi con la possibilità di un legame umano reale. Il triangolo emotivo che si crea – tra la collega in carne e ossa e la bambola che prende vita – mette Rémi davanti alle sue paure più profonde: la vulnerabilità, il bisogno di essere amato e la difficoltà di fidarsi di nuovo. Intorno a lui, la famiglia e i colleghi osservano con stupore i suoi cambiamenti, mentre Audrey continua a evolversi in modi che sfidano ogni previsione. In questo equilibrio instabile, Rémi deve capire cosa significhi davvero amare e lasciarsi amare, senza che la sua storia scivoli nel grottesco o nel tragico.

È una commedia e ha tutte le caratteristiche per esserlo, dato che è divertente e leggera (pur partendo da un problema vero), ma oltre che trattare seriamente l’aspetto delle problematiche che affliggono le persone sole che sole non vogliono essere, per giunta provate da una cocente delusione affettiva (Rémi è stato lasciato dalla fidanzata che lui amava) prende ovviamente la piega del fantasy allorquando questo essere sintetico – che dorme nel suo letto e che porta a tavola come uno di famiglia a cui parla con disinvoltura – comincia a dare segnali di vita autonoma e a comportarsi realmente come fosse la sua compagna amata che ricambia il sentimento. Timido e impacciato com’è, Rémi resta spiazzato (lo saremmo tutti) ma soprattutto spaventato, non sapendo come risolvere la situazione. Anche perché lui ne parla agli altri (compreso i genitori) come una ragazza vera. Solo la sorella Domi (Adèle Journeaux) è al corrente della realtà e lui la tormenta continuamente al telefono da quando non sa più che pesci pigliare.


La storia precipita quando la bambola umana prende iniziative autonome e si fa viva anche presso i colleghi e in casa dei genitori di lui, tutti stupefatti dall’avvenenza e dalla disinvoltura di Audrey, la quale, così come era in casa, va in giro con la sottana perché intanto Rémi si era liberato dei vestiti e dei tacchi a spillo con cui lei era arrivata dopo l’apparente “malfunzionamento” e la conseguente restituzione alla ditta madre. Tanto per dare un’idea del tono da commedia, è facile immaginare le reazioni stupite e spaventate dell’uomo che, dopo aver abbandonato nottetempo quel “corpo” fuori dai cancelli dell’azienda produttrice, se l’era ritrovata sdraiata sul prato di casa. Scene da Buster Keaton (mi si perdoni l’accostamento inaudito). Ma ora immaginiamo anche lo stupore e l’approvazione dei genitori e dei colleghi davanti a tale bellezza procace! Chi ha invece una reazione differente è la sorella Domi, la quale non nasconde, da tendente lesbica (aspetto mai approfondito in modo chiaro), ne è attratta e dopo una prima perplessità, stabilisce una certa complicità che chiarisce il suo orientamento sessuale.

Come ogni commedia che voglia essere presentabile e apprezzata, la scenografia scritta dalla regista Sophie Beaulieu crea situazioni divertenti e spiazzanti, mettendo in evidenza l’accoglienza riservata da amici e famiglia a questa ospite e l’imbarazzo di Rémi, il quale non sa mai se tutto sta precipitando oppure che sta facendo un figurone, avendo portato alla luce del sole una tale bellezza di ragazza, anche se vestita stranamente e perfino scalza. Ma Audrey ha il potere di incantare tutti e di metterli a proprio agio, mentre l’uomo sta sempre sulle spine. E quando finalmente ha dimenticato la vecchia delusione d’amore e si sta abituando ad avere una compagna siffatta, arriva il ritorno alla realtà. Per fortuna però è anche arrivata in ufficio l’intraprendente Patricia che scombina le carte sul tavolo.

Sì, è una commedia che, ripeto, si rivela abbastanza piacevole e divertente, ma parte da un argomento serio: la timidezza e la delusione di un uomo maturo che ne sta vivendo le conseguenze, e se non è proprio depresso ne è vicino. Le oscillazioni d’umore di Rémi nascono in primo luogo dalla fine della relazione con la fidanzata, poi dal tentativo di consolarsi con un oggetto di plastica che diventa la sua unica compagnia; poi quando questo oggetto sembra trasformarsi in un essere vivo, docile, fedele e sorprendentemente attraente, Rémi si ritrova in un equilibrio emotivo ancora più fragile; il ritorno alla realtà arriva con l’ingresso di una donna vera, affascinante e presente, che mostra interesse per lui e gli apre uno spiraglio su una vita più autentica: Patricia! Sarà davvero la svolta della sua vita? La prova definitiva avverrà in cima da una collina col volo del parapendio. E adesso?

Ci si diverte sufficientemente, merito di una situazione di partenza anomala, di una scrittura brillante sebbene semplice, e di un gruppo di attori che stanno al gioco. Tutti bravi ma Vincent Macaigne è l’attore adatto, indeciso com’è in tutti i ruoli che i vari registi gli affidano: buona parte del merito del film, se piace, è tutto suo, simpatico e impacciato; Cécile de France è così esperta e brava che riesce a dare un’impronta al film; ma la vera sorpresa è, perbacco, Zoé Marchal. Figlia del regista dei migliori noir polizieschi degli ultimi anni, Olivier, e dell’attrice Catherine, da noi è praticamente sconosciuta ma si rivela una perfetta bambola (oramai non più gonfiabili) che porta con sé una carica sensuale paragonabile solo a quella di Virginie Efira (a cui assomiglia) o di Adèle Exarchopoulos. Spigliata, offre una prova sorprendente, capace di dare al personaggio una vitalità ironica e delicata che diventa uno degli elementi più riusciti e affascinanti del film, possedendo la capacità di interpretare l’oggetto che prende vita con naturalezza, ironia e una fisicità sorprendente, passando dalla rigidità della bambola alla curiosità di un essere che scopre il mondo. Per essere un esordio nel lungo, si può affermare che Sophie Beaulieu se la cava decentemente.






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