La notte brava (1959)
- michemar

- 31 gen
- Tempo di lettura: 3 min

La notte brava
Italia Francia 1959 dramma 1h35’
Regia: Mauro Bolognini
Soggetto: Pier Paolo Pasolini
Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini, Jacques-Laurent Bost
Fotografia: Armando Nannuzzi
Montaggio: Nino Baragli
Musiche: Piero Piccioni
Scenografia: Carlo Egidi
Costumi: Marcel Escoffier
Laurent Terzieff: Ruggeretto
Jean-Claude Brialy: Scintillone
Franco Interlenghi: Gino, il “Bella-Bella”
Tomas Milian: Achille il “Moretto”
Rosanna Schiaffino: Rossana
Elsa Martinelli: Anna
Anna Maria Ferrero: Nicoletta
Antonella Lualdi: Supplizia
Mylène Demongeot: Laura
Maurizio Conti: Pepito
Piero Palmisano: Frustoni
Mauro Meniconi: Mosciarella
Franco Balducci: Eliseo
Marcella Valeri: madre di Rossana
TRAMA: Accade tutto in una notte. Due borgatari, Scintillone e Ruggeretto compiono un furto e subito dopo si fanno rubare i soldi da due prostitute. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare le occasionali compagne tentano di rifarsi con un altro furto: tentano di sottrarre una macchina fotografica da un'auto, ma interviene il proprietario con due amici e finisce in rissa.
VOTO 7

Dopo alcuni film degni di poter rientrare nella categoria della commedia all’italiana degli Anni ’50, Mauro Bolognini cambia traiettoria e si spinge nel campo più impegnativo del dramma, traendo una storia da un racconto di Pier Paolo Pasolini che qui è anche sceneggiatore. Film che tra l’altro vede, in un importante cast italo-francese, l’esordio nella recitazione di un cubano che divenne anche italiano e statunitense: Tomas Milian.

Ambientato nella Roma delle borgate alla fine degli anni ’50, il film del regista toscano segue una lunga notte di tre giovani balordi: Scintillone (Jean-Claude Brialy), Ruggeretto (Laurent Terzieff) e Bella‑Bella (Franco Interlenghi). I tre cercano di piazzare alcuni fucili rubati e, per passare inosservati, caricano in macchina due prostitute, Anna (Elsa Martinelli) e Supplizia (Antonella Lualdi), coinvolgendole, loro malgrado, nei loro traffici. Quando il ricettatore a cui volevano rivolgersi non può aiutarli, le ragazze li indirizzano verso un altro intermediario, Frustoni, (Piero Palmisano), sordomuto che vive a Fiumicino. Con l’aiuto di Nicoletta (Anna Maria Ferrero), un’altra prostituta, l’affare va finalmente in porto.
Sulla via del ritorno, le tre coppie si fermano in campagna per divertirsi un po’, ma il clima si guasta presto: i ragazzi scappano lasciando le donne a piedi e, poco dopo, scoprono che Anna ha rubato il portafoglio di Scintillone. Tornano indietro per recuperarlo, ma le ragazze sono sparite. Nel tentativo di rintracciarle, i tre vagano per la città, tra prostitute reticenti, ricettatori inaffidabili e piccoli imbrogli che si ritorcono contro di loro. La notte diventa così un percorso caotico e senza scopo, fatto di miseria, spacconate e illusioni di riscatto, mentre Roma - tra Caracalla, periferie polverose e strade deserte - osserva impassibile il loro girovagare.
È uno di quei film che, rivisti oggi, sorprendono per la loro modernità. Non solo per la cura formale o per la qualità del cast, ma per lo sguardo lucidissimo che Bolognini, e dietro di lui Pasolini, getta su una gioventù sospesa tra miseria, desiderio e puro istinto di sopravvivenza. È un’opera che dialoga in modo quasi naturale con La dolce vita, non per imitazione, ma perché entrambe le pellicole nascono da una stessa matrice culturale, quella pasoliniana, che in quegli anni stava ridefinendo il modo di raccontare Roma e i suoi margini.

Il film segue un gruppo di ragazzi e ragazze che attraversano una lunga notte romana senza un vero scopo, mossi da un materialismo quasi infantile, pronti a consumare tutto ciò che ottengono e a cambiare alleanze con una leggerezza che oggi appare quasi profetica. È un’umanità che vive alla giornata, senza futuro, senza ideali, e proprio per questo incredibilmente contemporanea. Bolognini la osserva con un realismo sporco, corrotto, che anticipa non solo Accattone, ma anche molto cinema americano successivo: da Gangster Story a La rabbia giovane, fino a certi meccanismi narrativi che ritroveremo decenni dopo in Pulp Fiction.

Rivederlo significa cogliere un momento di passaggio del cinema italiano: l’abbandono definitivo del neorealismo e l’ingresso in una modernità inquieta, dove la città diventa un labirinto morale e i personaggi si muovono come ombre in cerca di un’identità. È un film che non giudica, non consola, non offre redenzioni: si limita a mostrare, con una sincerità che oggi colpisce ancora di più. E proprio per questo resta un tassello fondamentale per capire l’Italia di fine anni ’50 e il cinema che stava per nascere.














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