La scomparsa di Eleanor Rigby: Lei – Lui – Loro (2013 / 2014)
- michemar

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La scomparsa di Eleanor Rigby: Lei – Lui – Loro
The Disappearance of Eleanor Rigby
USA 2013 – 2013 – 2014 dramma 1h40’ – 1h29’ – 2h3’
Regia: Ned Benson
Sceneggiatura: Ned Benson
Fotografia: Christopher Blauvelt
Montaggio: Kristina Boden
Musiche: Son Lux
Scenografia: Kelly McGehee
Costumi: Stacey Battat
Jessica Chastain: Eleanor Rigby
James McAvoy: Conor Ludlow
Viola Davis: professoressa Lillian Friedman
William Hurt: Julian Rigby
Isabelle Huppert: Mary Rigby
Jess Weixler: Katy Rigby
Bill Hader: Stuart
Ciarán Hinds: Spencer Ludlow
Nina Arianda: Alexis
Nikki M. James: Sia
Katherine Waterston: Charlie
TRAMA: La storia di una coppia mentre cerca di reclamare la vita e l’amore che conosceva una volta e di raccogliere i pezzi di un passato che potrebbe essere troppo lontano. Dal punto di vista di lei, di lui, assieme.
VOTO 8

La trilogia è il debutto alla regia di Ned Benson, un’opera prima talmente ambiziosa da presentarsi non come uno, ma come tre film complementari: Him, Her e Them (in Italia: Lui, Lei, Loro). Non esistono altri titoli nella filmografia di Benson che abbiano avuto un impatto simile: questo progetto è la sua firma, il suo biglietto da visita, la dimostrazione di un autore che sceglie di raccontare una storia d’amore spezzata attraverso la soggettività radicale dei due protagonisti. Il regista costruisce un dispositivo narrativo che ricorda il cinema indipendente americano più sensibile agli stati emotivi – un approccio vicino a Kenneth Lonergan o Derek Cianfrance – ma lo porta oltre, dividendo la percezione, il tempo, la memoria. “Lei” e “Lui” sono due film autonomi, con scene diverse, toni diversi, persino una diversa gestione del silenzio. “Loro” è il tentativo di ricomporre il quadro, un montaggio unico pensato per la distribuzione cinematografica, ma che inevitabilmente perde parte della complessità originale.

Eleanor (Jessica Chastain) e Conor (James McAvoy) sono una giovane coppia di New York segnata da una tragedia devastante: la morte improvvisa del loro bambino. Il lutto li ha trasformati in due estranei che condividono lo stesso dolore ma non riescono più a parlarsi. Eleanor, incapace di superare la perdita, tenta il suicidio gettandosi dal Manhattan Bridge. Sopravvive e decide di lasciare Conor, tornando a vivere dai genitori, una famiglia colta e distante, dove ritrova la sorella Katy (Jess Weixler) con il suo piccolo. Cerca di rimettere insieme la propria identità iscrivendosi a un corso universitario tenuto dalla professoressa Friedman (Viola Davis), con cui instaura un rapporto di fiducia.

Conor, rimasto solo, tenta di salvare il suo pub in crisi e di capire cosa sia rimasto del loro matrimonio. Quando scopre che Eleanor frequenta l’università, inizia a seguirla, incapace di accettare la separazione. I due si incontrano, si scontrano, si sfiorano: lui vorrebbe ricominciare, lei ha bisogno di sparire per ritrovarsi. Una notte, dopo un temporale, provano a riavvicinarsi, ma la confessione di un tradimento occasionale di Conor spezza di nuovo l’equilibrio fragile.

Entrambi cercano conforto altrove: Eleanor tenta un’avventura occasionale senza riuscirci, Conor si rifugia nel lavoro e negli amici. Quando lei torna nel loro vecchio appartamento, i due condividono un momento di intimità e di memoria, ricordando il figlio perduto “Non ero preparata a tanto dolore” “Non potevamo esserlo”. Ma al mattino Eleanor se ne va: ha deciso di partire per Parigi e completare la tesi abbandonata anni prima. Il tempo passa. Tornata a New York, lo cerca. Lo segue da lontano. Forse è pronta a ricominciare, forse no. Il film non offre risposte, ma lascia aperta la possibilità che due persone cambiate dal dolore possano ritrovarsi in una forma nuova.

Guardando nel suo insieme, ciò che colpisce davvero è l’ambizione rara del progetto: raccontare una storia d’amore tragicamente interrotta attraverso tre prospettive che non si sovrappongono, ma si illuminano a vicenda. È un film che non cerca scorciatoie emotive, non spiega il dolore: lo abita. E proprio questa scelta lo rende così coinvolgente. La struttura a specchio dei due capitoli originali permette di percepire quanto la stessa esperienza possa trasformarsi in due verità parallele, entrambe sincere, entrambe incomplete. È un dispositivo narrativo che funziona perché non è un esercizio di stile, ma un modo per rendere visibile la distanza emotiva che si crea tra due persone che si amano e non riescono più a spiegarsi.

C’è una delicatezza rara nel modo in cui il film affronta il lutto: niente melodramma, niente retorica, solo gesti minimi, silenzi, tentativi di ricominciare che si infrangono contro la fragilità dei protagonisti. È un cinema che osserva, che ascolta, che lascia spazio al non detto. E in questo spazio si muovono due interpretazioni straordinarie: Jessica Chastain e James McAvoy costruiscono personaggi vivi, complessi, credibili in ogni esitazione, in ogni sguardo che cerca l’altro senza trovarlo. La loro chimica non è quella delle coppie perfette, ma quella delle coppie vere, che si amano e si feriscono con la stessa intensità.

Attorno a loro, un cast di supporto che non fa da semplice cornice, ma aggiunge profondità: Viola Davis con la sua presenza solida e umana, Isabelle Huppert, la mamma, con la sua distanza elegante e impenetrabile, il papà William Hurt con una dolcezza ferita che resta impressa. Tutti contribuiscono a costruire un mondo emotivo coerente, fatto di persone che cercano di capire come si sopravvive a ciò che non si può cambiare. Nel complesso, è un’opera che conquista per la sua sincerità, per la sua forma insolita e per la capacità di trasformare una storia intima in un’esperienza universale. È un film che non dà risposte, ma offre uno sguardo profondo su ciò che resta quando l’amore viene messo alla prova dal dolore.

Jessica Chastain offre una delle sue interpretazioni più vulnerabili: un personaggio che vive il dolore come un peso fisico, che si muove nel mondo come se fosse diventato troppo grande per lei. La sua Eleanor è fragile ma non passiva, spezzata ma non sconfitta. Ogni scena con lei è un campo di tensione emotiva. È magnetica, dolorosamente autentica, capace di trasformare il silenzio in linguaggio. James McAvoy interpreta un uomo che tenta di sopravvivere al dolore attraverso l’azione: lavorare, riparare, ricominciare. Pure litigare con il padre Spencer (Ciarán Hinds) è un modo per sfogare i tumulti intimi. Il suo Conor è impulsivo, tenero, confuso, spesso incapace di capire ciò che prova. L’attore gli dà una fisicità nervosa, un’energia trattenuta che esplode nei momenti di frustrazione. È una performance che mostra la difficoltà maschile di elaborare il lutto senza cadere nella negazione. Se la Chastain ha avuto modo di esprimere altre volte la sua formidabile vena drammatica, McAvoy ha avuto in seguito sempre ruoli distanti da questo, ed è un peccato.

Viola Davis, pur con poche scene, lascia un’impronta fortissima: è la figura che offre a Eleanor uno spazio di ascolto non giudicante, ma anche una fermezza che la costringe a guardarsi dentro. La sua presenza è un contrappunto di lucidità e calore. Pur se il film è drammaticissimo, l’unico passaggio divertente lo ha in mano proprio lei: “Non so perché la gente fa i figli. Prima ti fai 9 mesi di agonia, ti fa male tutto, hai caldo, hai freddo, hai voglia di sottaceti. E non voglio ricordare neanche per un attimo le doglie. Poi esce fuori un piccolo alieno che ti succhia quel po’ di vita rimasta e quando stai per buttarti dalla finestra, lui ti sorride.”

Isabelle Huppert costruisce una madre distante, elegante, quasi impenetrabile, difficile da inquadrare, sempre con un calice di vino rosso in mano. Ogni sua apparizione aggiunge un livello di complessità al passato di Eleanor: una donna che ha imparato a sopravvivere al dolore chiudendosi, non aprendosi. William Hurt è il cuore emotivo del film nelle scene in cui racconta alla figlia il proprio trauma. Il suo monologo è uno dei momenti più intensi dell’intera trilogia, un passaggio che chi ama questo film come me può definirlo indimenticabile. Come è possibile che questo amore – così travolgente e intenso – possa rovinarsi e rovinare le persone, compreso i familiari? Probabilmente, la risposta giusta la dà lui dopo che lei chiede “Come fate a durare tanto, voi due?” “Non saprei. Resistenza. Tutti cominciano pensando che sia per sempre. Ma le cose si complicano. Prima o poi succede. E si impara che la vita non va sempre secondo i programmi. Fosse il trucco è non mollare tutto, anche quando non vedi altre possibilità. Ma non lo so.” Verità inoppugnabile, che in una maniera o l’altra ha riguardato la maggior parte delle coppie, di tutte le coppie di questa vita. Ma la frase più emblematica resta quella in cui dice: “La tragedia è un paese straniero in cui si parla una lingua sconosciuta.” “Non so di che parli.”, ribatte lei. William, quanto manchi! Che bel ruolo ti ha dato il regista!

Ma la realtà è che in quella situazione nessuno è capace di affrontare il problema di Eleanor, come parlarne, come parlarle. E lei lo avverte. Perché, a ben guardare, questo è un film in cui soffrono tutti, nessuno escluso. Tutti gli attori sono davvero superlativi. Ogni sguardo o minimo movimento facciale di Jessica, assoluta protagonista, inoltre, ha un peso, un significato, nulla è casuale e tutto ha la sua importanza. Ogni volta che si ferma a riflettere, per esempio, non si sa cosa le passi per la testa e i ricordi si materializzano in flashback. Glielo si legge sul viso, perché, pur nella sua chiusura totale, è su quel viso, su quelle espressioni minime che viene proiettato l’intero film.

“Lui” è il segmento più diretto, lineare, direi pragmatico. Conor affronta il dolore attraverso l’azione: il lavoro al pub, il tentativo di salvare il matrimonio, la difficoltà di chiedere aiuto. Il film mostra la sua incapacità di comprendere la profondità del trauma di Eleanor e la sua tendenza a rimuovere, a chiudere il dolore in un cassetto. Il tono è più asciutto, più narrativo, con una struttura che segue la sua discesa e il suo tentativo di ricostruzione. È anche la parte che più mette in luce il rapporto con il padre e con gli amici, e la sua solitudine maschile, spesso muta e irrisolta.

“Lei” è il segmento più complesso, emotivo, stratificato. Eleanor vive il lutto come un collasso identitario: non sa più chi è, cosa vuole, come tornare a respirare. Il film la segue nel suo tentativo di sparire e rinascere, tra la casa dei genitori, l’università, la relazione con la professoressa Friedman, il rapporto difficile con la madre. Il tono è più intimo, più ellittico, più vicino al cinema del trauma e della memoria. Le stesse scene viste in “Lui” assumono qui un peso diverso: più sfumature, più silenzi, più ferite. È il capitolo che dà corpo alla sua interiorità e al suo bisogno di allontanarsi per sopravvivere. La conclusione artistica denominata “Loro” è il compromesso narrativo pensato per la distribuzione. Unisce i due film in un unico flusso lineare, eliminando ripetizioni e scegliendo una sola versione delle scene condivise. Il risultato è più accessibile ma inevitabilmente meno profondo: la dialettica tra i due punti di vista si appiattisce, la complessità emotiva si riduce, e il film diventa un dramma sentimentale più tradizionale. Si può però dire che questa parte conclusiva funziona, ma non restituisce la ricchezza dell’esperimento originale: perde la tensione tra percezioni diverse, tra ciò che è ricordato e ciò che è vissuto, tra ciò che i due protagonisti vedono e ciò che non riescono più a vedere l’uno dell’altra.

Trovo la regia di Ned Benson incredibilmente riuscita, che sa essere vicino ad ogni personaggio, facendoli esprimere alla perfezione, senza tralasciare niente e dando la possibilità di sprigionare ogni carattere al meglio, scrivendo per loro dialoghi da antologia. Sullo sfondo di una NY quasi sempre notturna, le musiche di Son Lux creano un’atmosfera che acuisce la sospensione drammatica: il bellissimo brano principale, No Fate Awaits Me, cattura perfettamente l'atmosfera malinconica e rarefatta.
Non è un’opera nota, è uscito, è stato visto e apprezzato, è stato dimenticato: io lo amo profondamente e ne comprai subito il BRD. Lo trovo meraviglioso perché ricco di emozioni, di sentimenti, di reazioni umane. E interpretato a meraviglia. Ne sono rapito.
Per me un capolavoro.






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