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La valle dei sorrisi (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 8 min

La valle dei sorrisi

Italia Slovenia 2025 horror 2h2’

 

Regia: Paolo Strippoli

Sceneggiatura: Jacopo Del Giudice, Paolo Strippoli, Milo Tissone

Fotografia: Cristiano Di Nicola

Montaggio: Federico Palmerini

Musiche: Federico Bisozzi, Davide Tomat

Scenografia: Marcello Di Carlo

Costumi: Susanna Mastroianni

 

Michele Riondino: Sergio Rossetti

Giulio Feltri: Matteo Corbin

Paolo Pierobon: Mauro Corbin

Romana Maggiora Vergano: Michela

Sergio Romano: Pichler

Anna Bellato: Anna

Sandra Toffolatti: Elisabetta Gengo

Roberto Citran: don Attilio

 

TRAMA: A Remis, il piccolo paese montano noto come il più felice d’Italia, nessuno piange più. Tutti sorridono, parlano con gentilezza, vivono in armonia. Ma dietro questa perfezione si cela un rituale: gli abitanti si raccolgono attorno a Matteo, un ragazzo quindicenne che, secondo la comunità, è in grado di guarire ogni ferita con un abbraccio. Lì arriva Sergio, il supplente di educazione fisica del liceo.

 

VOTO 6,5

 

 

Il film di Paolo Strippoli – fattosi notare con il buonissimo esordio A Classic Horror Story (2021 e con il seguente meno riuscito Piove - è un horror adulto che scava sotto la pelle: un intreccio di gotico, politica e poesia scura che non concede vie di fuga. Fin dall’inizio impone una domanda che brucia: quanto siamo disposti a permettere che il dolore venga rimosso, delegato ad altri, addomesticato fino a diventare merce, una felicità di cartapesta? L’opera del regista pugliese, nuovo vero fenomeno che dà con questa trilogia una ventata di novità nel panorama del cinema di genere italiano, risponde con immagini taglienti, rituali che sembrano emergere da un’altra notte e un’allegoria che parla direttamente al nostro presente iperconnesso: quei sorrisi obbligati sono specchi incrinati, e in ogni crepa affiora una ferita che non ha mai davvero smesso di sanguinare.

 

 

Remis, piccola cittadina di fantasia ma dal nome che evoca quelli delle località montane, è un paesino incastonato tra le montagne, isolato come una favola nera e lontano da ogni tempo. I suoi abitanti sembrano sempre sorridenti, immuni alla fatica, al dolore e alla sofferenza. Una serenità sospetta, che mette i brividi più di un urlo nella notte. È qui che arriva Sergio Rossetti (Michele Riondino), insegnante di educazione fisica tormentato da un passato mai del tutto risolto. Ex campione di judo segnato da una sciagura che si scoprirà in seguito, viene trasferito come insegnante nel remoto paese alpino, dove scopre una comunità insolitamente serena. Il motivo è Matteo (Giulio Feltri), un ragazzo capace di assorbire dolore e angoscia attraverso un abbraccio rituale settimanale.

 

 

Anche Sergio sperimenta (pur se contro la sua iniziale volontà) il potere del giovane e ritrova un equilibrio emotivo, cominciando a sorridere alla vita sociale ed iniziando una relazione con la barista Michela (Romana Maggiora Vergano) e un rapporto quasi paterno con il giovane. Ma il dono del ragazzo è anche una condanna: il duro padre Mauro (Paolo Pierobon) e l’inflessibile parroco don Attilio (Roberto Citran) lo costringono a rituali continui, mentre la popolazione sviluppa una vera e propria dipendenza, con sintomi di astinenza quando non viene “purificata”. Matteo, sempre più instabile, entra in una sorta di trance in cui controlla le persone e, in un crescendo oscuro dovuto a bullismo, induce anche a gesti estremi. Dopo una tragedia, Matteo fugge e trova rifugio da Sergio, ma viene presto catturato e portato alla cappella per un nuovo rituale. La comunità, ormai in preda a follia collettiva, si scatena per un finale che pare proprio senza via d’uscita.

 


L’horror di Strippoli non è il consueto, non è quello tradizionale, se ne allontana con stile molto personale perché a lui non interessano le scene classiche che incutono paura ma piuttosto lo attira e caratterizza la sua idea di cinema di genere per esplorare l’horror come spazio simbolico e non tanto fisico, senza aver paura di citare film ben più famosi, a cominciare da Midsommar e soprattutto dall’edificio in cui avvengono gli incontri purificatori e liberatori del male che ognuno porta dentro di sé. Ma più che liberati dal male, gli abitanti paiono invasati dalla falsa e plastica serenità, la loro sembra una sorta di religione del benessere spirituale in cui l’officiante è sì un prete ma il cui comportamento sembra quello di un esorcista al contrario. È una specie di fede spirituale rivolta al terreno, che bada a guarire le ferite della mente, in cui se ne resta modellati come ipnotizzati a vita, a condizione, però, di rinnovare periodicamente la cerimonia: se ne sente un bisogno fisico e mentale che rasenta la follia.

 

 

Ad osservare quelle persone - che sorridono anche senza motivo (la preside accoglie il supplente con “Benvenuto, professore. Vedrà: è la pace dei sensi”), che vagano per le strade del paesino, che non hanno problemi - vengono in mente gli zombies, ma non mettono paura, non sono deformi o sanguinanti e aggressivi, bensì incutono inquietudine. L’unico alieno è Sergio che, nonostante la prima esperienza positiva con Matteo – e quindi essersi sentito finalmente rilassato e lontano dal cupo senso di dolore e colpa che lo condiziona e perfino, ora sbarbato e ripulito (pareva un bohémien sporco e trasandato) – continua a sentirsi estraneo da loro, un esterno, uno che non c’entra con l’ambiente. Finanche la relazione, in verità poco passionale e “sentita”, che nasce con la barista Michela, produce un sesso che sa di pratica da sbrigare. Mai un reale gesto affettuoso, piuttosto un modo di sfogare da entrambe le parti un attimo di variazione dalla vita monotona che si vive a Remis.

 

 

La scuola dove insegna Sergio è forse l’unico luogo in cui tira un’aria appena differente, dove gli studenti conducono una vita quasi normale, partecipi accondiscendenti alle pratiche sportive e alla grande novità che ha portato il supplente: il judo che lo ha reso famoso come campione. Eppure, quell’atmosfera apparentemente normale è come un fuoco sotto le cenere pronto ad incendiare l’ambiente scolastico e non solo. Sergio osserva sempre scettico e prende posizione a favore della vera vittima della straniante situazione, che è proprio Matteo, il quale avverte, anche se con un po’ di ritardo ma soprattutto per la fiducia che ha perso ormai per tutti gli altri, della sincerità del professore, Non ne era abituato. Ora tra i due nasce un’alleanza – sebbene in contrappeso: uno cerca redenzione, l’altro si fa carico – in cui il giovane trova un’ancora di salvezza per la sua frustrazione fisico-morale e la speranza di liberarsi da quel compito rituale che ormai non sopporta più. Sergio lo vuol salvare, estrarlo dalla prigione isolatrice che costringe il giovane all’abbraccio ossessivo degli zombies ma sa anche che gli saranno tutti contro. Tutti, tranne uno, l’unico anomalo nell’anomalia generale, che tutti ritengono pazzo e da lasciar perdere: è Pichler (Sergio Romano), uomo solitario che cerca in ogni modo di avere contatti con l’ospite per metterlo in guardia.

 

 

Tutti contro, si diceva, a cominciare dal padre che, con l’atipico prete, organizza e vivifica la ritualità salvifica, perché se si bloccasse si rischierebbe di far succedere quello che… succederà nel finale, fase in cui il regista ci porta nel classico horror, ancora abbastanza richiamante Midsommar ed altri: gli abitanti sono allo sbando e le loro pene intime li riportano allo stato che avevano dimenticato. Questa chiesa “anticrista”, questo anticlero, quel tempio vuoto santificato da Matteo, la finta felicità, il falso benessere spirituale si sfaldano schiantandosi sulla più terranea materialità, riportando la gente alla disperazione. Il male di ognuno torna a farsi sentire, il prete ha un fucile, la gente rivuole il Matteo che rinuncia al potere, ma soprattutto alla forza interiore che lo animava. Un terremoto spirituale che riporta tutti alla paura dimenticata.

 

 

In realtà, Remis cancella il dolore attraverso Matteo, ma il prezzo è la perdita dell’identità, in un villaggio addomesticato costruendo un culto attorno al povero giovane che, alla pari di un novello cristo, assorbe il male di tutti per farlo suo: è la distorsione della cristianità? Ma innanzitutto è la prima riflessione quella prende il sopravvento, dal momento in cui, proprio come dice il regista stesso, “il dolore ci rende umani” e che eliminarlo significa “rinunciare a un pezzo di noi stessi”. Che è quello che succede a quegli abitanti. Ecco perché all’inizio parlavo di una strana sensazione di serenità che mette paura e che prende la forma di “possesso” più che di una conquista. Strippoli non è forse l’unico che elabora un cinema con queste convinzioni, perché se si guarda ad autori come Zach Cregger (vedi Weapons) o appunto Ari Aster, le similitudini le troviamo facili.

 

 

L’operazione di Paolo Strippoli, a questo punto e dopo tre film quasi omogenei, assume i contorni di “nuovo cinema”. Se prima era una bella novità, ora troviamo la conferma e viene a noi spettatori da sorridere soddisfatti notando questa specie di sprovincializzazione del cinema asfittico italiano degli ultimi anni. Se escludiamo infatti i migliori e più premiati autori del nostro Paese, di buone novelle ce ne sono più che poche ed il cinema nostrano non si va rinnovando ormai da molto tempo. Ci sono buoni e interessanti affacci ma si tratta sempre di film che hanno l’impronta consueta: commedia, dramma, genere, comicità dal peggior Bagaglino… ma un’idea così precisa e nuova non si vedeva da tempo. Lo dimostra anche lo stile di regia che adotta, sempre precisa, sicura, con una mano che sa essere delicata nei momenti giusti e pesante quando ci vuole.

 

 

La recitazione non è stata del tutto di mio gradimento. L’attore più importante presente è ovviamente Michele Riondino ed è quello che in effetti interpreta il ruolo meglio di tutti, mentre la vera scossa la dà Giulio Feltri, il quale ha il pregio, essendo il fulcro della trama, di recitare con un’intensità sorprendente per un interprete così giovane, scelto appositamente dal regista in quanto non proveniva da percorsi attoriali tradizionali, dato che secondo lui il personaggio richiedeva una presenza quasi “vergine” e non codificata. Il suo ruolo di Matteo funziona proprio grazie a tre elementi che un attore non professionista può portare con grande forza: una fragilità non costruita, che rende credibile la sua natura “sacra” e vulnerabile; un corpo non addestrato alla recitazione, che permette a Strippoli di lavorare su gesti minimi, quasi rituali; uno sguardo abbastanza spontaneo e poco costruito che perciò evita cliché dell’horror e mantiene il personaggio sospeso tra innocenza e inquietudine. Almeno a me ha destato queste osservazioni. Sergio Romano e Paolo Pierobon sono bravissimi come sempre, Roberto Citran ci sorprende non poco con un personaggio lontano dai suoi soliti. Chi mi delude ancora – ma questo è evidentemente un mio problema, dato che piace a tutti – è Romana Maggiora Vergano. Non riesco ad apprezzarla a fondo perché mi dà sempre l’idea di essere troppo impostata, rigida, non flessibile, troppo recitativa e per nulla interprete. Secondo il mio insignificante parere dovrebbe sciogliersi e lasciarsi andare, essere più spontanea. Capisco, per esempio, che la scena del sesso doveva dare l’idea di essere molto meccanica dato il turbamento che la coglieva in quei momenti, ma è davvero una sequenza inguardabile.

 

 

So che il film non piacerà a molti, ma va colto il messaggio di novità, notizia che porta conforto e speranza per il futuro, che indica una strada, che rivela le possibilità di un autore che va guardato con interesse. Molti critici hanno esultato, altri sono stati più timidi ed io, timidamente, mi accuccio a metà strada e aspetto il futuro.

Un film che assume la forma di un prisma che riflette una serie di questioni profonde sul cinema italiano contemporaneo, sul rapporto con il dolore e sulla costruzione delle comunità. Questo è, in sintesi estrema, il lavoro del buon Paolo Strippoli.

 


 
 
 

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