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Elisa (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 25 gen
  • Tempo di lettura: 9 min

Elisa

Italia Svizzera 2025 dramma 1h45’

 

Regia: Leonardo Di Costanzo

Soggetto: Adolfo Ceretti, Lorenzo Natali (saggio “Io volevo ucciderla”)

Sceneggiatura: Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero, Valia Santella

Fotografia: Luca Bigazzi

Montaggio: Carlotta Cristiani

Musiche: Giorgio Matteo Aki Oliviero

Scenografia: Luca Servino

Costumi: Bettina Pontiggia

 

Barbara Ronchi: Elisa Zanetti

Roschdy Zem: prof. Alaoui

Diego Ribon: padre di Elisa

Valeria Golino: Laura

Giorgio Montanini: Radice

Hippolyte Girardot: direttore

Monica Codena: madre

Roberta Da Soller: Katia

Marco Brinzi: Franck

Nadia Kibout: Karbusi

 

TRAMA: In carcere da dieci anni per l’omicidio della sorella, Elisa non ricorda quasi nulla del delitto. L’incontro con il criminologo Alaoui riporterà a galla dolorosi ricordi sepolti, aprendo uno spiraglio verso una possibile redenzione.

 

VOTO 7,5

 

 

Non è necessario fare riferimenti alla trama, che è solo la fotografia dello stato delle cose come punto di partenza, perché l’intero film di Leonardo Di Costanzo è semplicemente e duramente un percorso psicologico, quello di Elisa (Barbara Ronchi) che, in carcere per un omicidio feroce e inspiegabile, anche per lei stessa, decide di affrontare al fine di abbattere il muro psicologico che ha istintivamente eretto tra ciò che ha commesso e la piena cognizione della sua azione, tra il passato ed il presente. Lo stimolo le arriva quando assiste ad alcune lezioni che il criminologo professor Alaoui (Roschdy Zem) tiene nel carcere sperimentale di Montaldo nel Canton Ticino, rivolto sia alle detenute che ai dipendenti e a chi ne è interessato, come capita al personaggio di Laura (Valeria Golino) che è una donna che sta affrontando il dolore di madre a cui hanno barbaramente ucciso il figlio ad opera di una banda di giovani delinquenti. Non è quindi una storia che si sviluppa durante la narrazione, bensì è il cammino mentale che, mediante le sedute tra la protagonista e lo studioso, lei deve percorrere per fare luce non tanto su quello che è successo, quanto sull’ammissione della ricostruzione fattuale - non ancora rivelata dalla stessa a distanza di anni - e sulla presa di coscienza del suo comportamento.

 

 

Succede questo perché, nonostante dei dieci anni trascorsi, Elisa non solo non ha mai parlato dal momento dell’interrogatorio dopo l’arresto, ma vive in uno stato di coscienza apatico e indifferente e non ha sensi di colpa: la chiave di volta potrebbe essere lasciarsi andare e ammettere apertamente i fatti, ma prima di tutto ricordare. Perché, a suo dire, nelle poche parole che pronuncia, non rammenta alcunché. Nel frattempo lavora - all’interno del centro di detenzione modello, con casine sparse nel bosco della località (il film è girato nel Südtirol, è un carcere “aperto” immerso nella natura) - nel bar dove si mostra sempre disponibile e chiacchiera con i sorveglianti, in particolare con Radice (Giorgio Montanini), l’agente che ha molte attenzioni verso la detenuta e si preoccupa quando la nota rabbuiata, oppure fortemente depressa come quando, in seguito agli incontri sempre più incisivi e indagatori tra Elisa e Alaoui, lei sta subendo il peggior momento del percorso, forse perché molto vicina al traguardo della memoria dimenticata come difesa psicologica e sta patendo un crollo emotivo a causa del quale il direttore (Hippolyte Girardot) decide di interrompere le sedute, con gran rammarico del criminologo che vede così interrompere il delicato e prezioso lavoro. Per lui sono importanti ai fini dei suoi studi sui vari casi e per dedurre i comportamenti e le reazioni dei soggetti sottoposti. È il punto di maggior patimento della donna, è il momento che forse, nel suo subconscio, non vuole affrontare: il tempo della verità, del ricordo, del disvelamento dei fatti, della presa di coscienza. Ed ha paura.

 

 

Il film è un insieme di flash, quelli del terribile passato, quelli che hanno reso Elisa un soggetto debole e malato. Qualche sprazzo del vissuto viene svelato dal regista con frammezzi inseriti, ma la maggior parte proviene durante i tentativi del professore di far parlare la donna. Così scopriamo, anche con le rivelazioni della sua infanzia, adolescenza e maturità, che la mamma non le nascondeva di non averla mai desiderata e che faceva il possibile per avere un aborto spontaneo, che subiva rimproveri di continuo, che l’azienda del commercio di legname del paziente padre (Diego Ribon) era passata a lei e al fratello Frank (Marco Brinzi) e siccome la ditta stava andando verso il fallimento (per gli investimenti eccessivi del congiunto socio) le fu riversata la colpa. Insomma, era da sempre sotto pressione e quando cercò un sotterfugio complicato per venirne fuori ebbe il diverbio decisivo con la sorella Katia (Roberta Da Soller), che la fece reagire nella maniera più sbagliata immaginabile: cercò di strangolarla e, una volta svenuta, le diede fuoco. Da lì lo shock psicologico, il muro a difesa, la mente che reagisce annebbiando la memoria. Dimenticare tutto, mettere da parte, gesto cancellato. Di conseguenza i genitori che non hanno notizie della sorella, la madre che immagina il peggio e che le urla sospetti: anche lei è sul punto di diventare vittima della mente stravolta di Elisa ma viene salvata dall’intervento della Polizia.

 

 

Non è un film da trama, come detto, è un’indagine psichiatrica su come può nascere un trauma che porta a comportamenti insani, sulle persone che attraversano questo buio mentale, sulla personalità che soffre e sull’identità, nel caso specifico, di Elisa Zanetti. Perché è accaduto, perché non ricorda, come fare a smantellare il muro difensivo? Alaoui è un professionista calmo e ragionevole, esperto e indagatore, che ha la pazienza di indagare e studiare il caso, ammesso che non manchi la collaborazione della paziente. E ciò era avvenuto, per giunta proprio per sua volontà, perché lei, conscia del suo malessere, sa che se si lasciasse andare riuscirebbe a liberarsi dell’incubo silenzioso che ha dentro e a pacificare la mente e l’esistenza, tranquillizzando finalmente anche il preoccupato padre, uomo che si è trovato in mezzo alla bufera di una figlia uccisa dall’altra figlia, una moglie che ha condizionato psicologicamente l’esistenza di quest’ultima e forse tutto ciò non sarebbe successo se lui fosse stato più vigile e partecipe. Per fortuna, a furia di ripensarci e soffrire, Elisa decide di tornare a parlare con professore in una seduta che si rivelerà molto sofferta e liberatoria.

 

 

È certamente un film opprimente, perché Leonardo Di Costanzo, scrivendolo assieme a Bruno Oliviero e Valia Santella (ritengo convintamente che il tocco della scrittura di una donna sia essenziale per parlare di una personalità femminile) ammanta l’intera opera di una cappa pesante e angosciante che non ci lascia un solo secondo lungo tutta la visione, dato, ovviamente, il tema e gli avvenimenti connessi. Contribuisce non poco anche l’ottimo commento musicale di Giorgio Matteo Aki Oliviero (musicista anche sperimentale), che è appropriato e delicato anche se presente, ma mai invadente. Gli spazi aperti della location dà un senso di libertà pur se nell’ambito di una prigione che non è la solita detenzione ferrosa e grigia ma solare e bianca quando innevata, che offre sguardi più ampi di un corridoio di celle sbarrate, dove si sperimentano corsi che fanno divagare e dimenticare alle varie detenute la sensazione di essere rinchiuse. E quindi il coro musicale, le attività interne, le lezioni su argomentazioni le più varie in un’aula molto simile a quelle universitarie. Un carcere modello-sperimentale in cui si prova a salvare la vita non fisica ma quella mentale di persone che hanno sbagliato.

 

 

Leonardo Di Costanzo torna nell’ambiente carcerario come nel precedente eccellente Ariaferma (2021) ma se lì si trattava di un vero dramma carcerario, qui – sbagliano a mio parere gli affermati critici che lo definiscono tale – qui è solo un luogo dove avviene ben altro: lo scardinamento ordinato e liberatorio di un male oscuro che opprime la mente di una donna che è nello stato in cui non si rende conto di ciò che ha fatto, anche se lo “avverte”. È un posto fisico ed anche dell’anima, che chiede aiuto senza parlare. Lo fa lo sguardo silenzioso e triste di Elisa nella sua personale tragedia: uno sguardo sospeso che sembra restare a metà tra ciò che è successo e ciò che non può (vuole inconsciamente) ricordare, una malinconia vigile che osserva il mondo senza più fiducia ma senza smettere di cercare un appiglio, un dolore trattenuto che non chiede pietà e non si concede sfogo, una quiete ferita dove ogni emozione è compressa per non crollare, uno sguardo che pesa il passato come se ogni immagine interiore sia troppo grande per essere detta e ricordata. Ebbene, la grandezza della recitazione di Barbara Ronchi è lì, nei suoi gesti minimi, negli occhioni, nel raro sorriso che rilascia, nei piccoli gesti affettuosi verso il padre, nella sofferenza del racconto dell’età adolescenziale: sentirsi dire da una madre che non l’aveva mai voluta è terribile. Non per questo, ovviamente, vanno giustificati i due gesti criminali compiuti.

 

 

Il gioco psicologico e di indagine tra i due protagonisti (ebbene sì, anche il professore lo è) subisce anche un ribaltamento quando, momento lucidissimo di ragionamento di Elisa, la donna rimanda all’altro il quesito fondamentale. “Tuttavia”, dice l’uomo, “se ammettiamo che la molla che l’ha fatta scattare è stata la paura, questo dà l’idea di una sorta di piano. […] Come se nella sua testa pensasse che, uccidendo o bruciando sua sorella, tutti i guai, tutti i problemi che aveva creato sarebbero spariti. O si sarebbero dissolti. E da un certo momento in poi agisce sulla paura. Sull’onda interminabile del suo sentimento di essere smascherata, che gli altri scoprano, secondo la sua percezione, ovvio, che lei è una fallita. Questa parola ha la chiave di tutto. Il fallimento della falegnameria diventa il suo fallimento personale.” Toccata duramente qui, Elisa decide di andare via, non prima di aver detto: “Lei scrive di altri criminali come me e mi sono domandata: che cosa la spinge ad incontrare persone come me?”. È una domanda che lei gli ripeterà ancora in seguito ma non riceverà mai una risposta. Questo non è un film di trama ma di approfondimento psicologico che scava profondo nell’animo umano, che spesso è la mente stessa. E non è un dramma carcerario. È solo un tragico dramma e la storia di una mente da curare, prima, durante e dopo i fattacci.

 

 

Inevitabilmente, anche lo spettatore oscilla tra la comprensione e il rifiuto, tra la freddezza e la sofferenza, che diventa il lavoro di consapevolezza che Elisa compie con il criminologo. All’inizio sembra che abbia solo il bisogno narcisistico di parlare di sé, come se non lo facesse da anni per il senso di colpa che sente. Poi capisce che deve indagare profondamente chi è, per assumersi la responsabilità e tornare nella società. Ma ciò che la spaventa davvero è la realtà fuori dal carcere, tanto da rinviare continuamente la richiesta di semilibertà. Tutto con una recitazione di indicibile forza interpretativa che conferma le sue grandi doti: intensa e misurata, rende palpabile il conflitto tra desiderio di rinascita e peso del dolore. Lei è il cuore pulsante del film, la lente attraverso cui lo spettatore si confronta con domande scomode e necessarie. Bravissima! Se la si osserva mentre ascolta l’interlocutore, lei esprime tutto solo con il viso, gli occhi, le labbra, i sorrisi trattenuti, la cercata sottrazione anche fisica. Che attrice!

 

 

L’altro formidabile interprete è Roschdy Zem, uno dei migliori attori francesi in questi anni, che sa dare al professor Alaoui una efficacissima rappresentazione, conscio che le nostre menti non sono formattate per capire un criminale, sapendo che un criminologo deve andare alla ricerca dell’umanità che c’è nel criminale. Elisa è una donna normale, ordinaria, ed è questo che fa paura: possiamo rivederci in lei. Il suo personaggio porta in scena un’altra grammatica, che non condanna né assolve, ma cerca di comprendere i processi invisibili dietro un atto estremo. E lo fa recitando da grandissimo professionista. Peccato che Leonardo Di Costanzo - straordinario a far giungere il contenuto del film e gli aspetti preponderanti mediante una direzione perfetta – utilizzi chiaramente, nel momento in cui il film passa dal francese all’italiano, un non perfetto doppiaggio. Dopo i primi minuti tutti in francese, Roschdy Zem, infatti, viene doppiato nelle scene in cui dovrebbe parlare italiano sebbene all’inizio, nella sua lingua, afferma che i colloqui possono svolgersi in italiano perché “parlo poco l’italiano ma lo capisco bene”. Ed invece, appena iniziano lui viene doppiato e parla un italiano perfetto con termini appropriati degni di una persona colta. E non basta: anche che Barbara Ronchi si autodoppia e lo si nota dalla imperfetta sincronia tra suono e movimento delle labbra. Peccato.

 

 

Valeria Golino ha il ruolo di Laura, la signora che, come detto all’inizio, assiste alle lezioni perché ha avuto un’esperienza terribile ma resta un personaggio di contorno. Però fino ad un certo punto, perché con il suo caso, che racconta al docente, contribuisce al fenomeno della diffusione della violenza, in particolar modo quella dei giovani (problema in crescita in Italia e non solo), quella delle piccole gangs che imperversano per le strade e le scuole con armi da taglio. Alimenta quindi l’argomento e allarga l’orizzonte per esaminare più a fondo l’atto criminoso della violenza gratuita. Non è in senso generale un film alla Haneke – assoluto maestro del tema – perché il film inquadra questo caso riferito al fenomeno della mente piegata dai fallimenti e dalle proprie paure.

 

 

Film eccellente, interpretato benissimo, diretto con maestria su un argomento molto delicato in cui è facile andare oltre le righe o sbagliare il trattamento. Invece tutto fila liscio per merito di ogni minimo contributo, dal cast artistico alla crew adoperata.


Un gran bel film: chi non lo apprezza vuol dire che non sarà stato attento. E non è un dramma carcerario. È un dramma esistenziale.

 


 
 
 

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