Le aquile della Repubblica (2025)
- michemar

- 17 ore fa
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Le aquile della Repubblica
Eagles of the Republic
Svezia Francia Danimarca Finlandia Germania 2025 thriller 2h9’
Regia: Tarik Saleh
Sceneggiatura: Tarik Saleh
Fotografia: Pierre Aïm
Montaggio: Theis Schmidt
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Roger Rosenberg
Costumi: Virginie Montel
Fares Fares: George Fahmy
Lyna Khoudri: Donya
Amr Waked: Mansour
Zineb Triki: Suzanne
Husam Chadat: generale
Ahmed Khairy: Fawzy
Cherien Dabis: Rula
Donia Massoud: moglie di George
Sherwan Haji: Yasser Islam
Suhaib Nashwan: Ramy
Tamer Singer: Tarik-Abdalla
TRAMA: George Fahmy, il più celebre attore d’Egitto, si trova costretto ad accettare un ruolo in un film propagandistico commissionato direttamente dai vertici del potere militare. Coinvolto suo malgrado nel cuore dell’apparato politico, viene risucchiato in un mondo opaco e manipolatorio, dove nulla è ciò che sembra.
VOTO 6,5

Il Cairo non compare nel titolo, stavolta, ma rimane costante come le altre due volte (Omicidio al Cairo e La cospirazione del Cairo) come luogo e simbolo del cinema di Tarik Saleh, tramite cui continua la aspra critica al regime militare che opprime la libertà del popolo egiziano. Che il potere influenzi e controlli l’immagine di sé attraverso la cultura è un fenomeno che si riscontra dappertutto e sempre, anche qui da noi (proprio in questa primavera 2026 lo possiamo notare con le scelte ministeriali a proposito dei film da finanziare con gli aiuti governativi, guarda caso proprio su un film che parla dell’assassinio di stato di Regeni in Egitto). Questa invadenza prepotente è esattamente ciò che racconta il film presentato al Festival di Cannes del 2025, in cui il protagonista viene, suo malgrado, coinvolto nella propaganda governativa al servizio del presidente Abdel Fattah al-Sisi.
George Fahmy (Fares Fares) è il più celebre attore egiziano, un divo popolare e riconoscibile, definito da tutti come “il faraone del cinema”. La sua carriera è all’apice, la sua immagine pubblica fulgida, e il regime del presidente al‑Sisi vede in questa figura di successo un’occasione perfetta per autocelebrarsi. L’attore un uomo a cui piace godere della propria fama, ricco, divo assoluto, vive con la giovane amante Donya (Lyna Khoudri) da cui ultimamente si sente meno attratto, tanto da dover ricorrere a stimoli farmaceutici per non destare sospetti. Si è separato dalla moglie ma tiene contatti molto affettuosi con il figlio ormai giovanotto. È pieno di sé e sa che può interpretare alla grande qualsiasi personaggio sul set, servito fedelmente dal regista e dal cast di sempre. Quando viene avvicinato e invitato a cena da funzionari militari governativi – autodefinitisi Le Aquile della Repubblica -, inizialmente riluttante, scopre poi di non avere scelta: deve interpretare addirittura il grande Capo in un film di propaganda che celebra la forza, la stabilità e la moralità dello Stato. Il rifiuto non è contemplato. Accettare significa sopravvivere; opporsi significa rischiare la rovina, forse la prigione, ma soprattutto viene ricattato con la minaccia dell’arresto – lì sempre facile – proprio dell’amato figlio.
Sul set - un ambiente claustrofobico, controllato, dove ogni parola è sorvegliata dal potente dottor Mansour – George entra in un gioco di specchi tra finzione e realtà. Il film che sta girando diventa una metafora della sua stessa vita: un uomo costretto a recitare un ruolo che non riconosce più, mentre il potere tenta di piegarlo fino al punto di rottura. Attorno a lui si muovono figure ambigue: l’amante Donya, giovane attrice che oscilla tra opportunismo e solidarietà; il Mansour (Amr Waked), appunto, emissario del regime, che usa la psicologia come arma; Suzanne (Zineb Triki), presenza affettiva e fragile, che ricorda a George ciò che rischia di perdere. Il percorso del protagonista diventa così un viaggio nella manipolazione politica, nella paura e nella responsabilità morale. Quanto può piegarsi un uomo prima di spezzarsi? Con lui rischia parecchio e sarà stritolata l’impaurita collega Rula (Cherien Dabis) che ha il coraggio di respingere le prepotenze del generale.
Il film mette in scena il potere come macchina narrativa: lo Stato non reprime soltanto, racconta e obbliga l’arte a raccontare per suo conto. Quindi, propaganda e controllo dell’immaginario popolare. George, che ha sempre vissuto di immagine, la sua immagine, ora deve decidere se salvare la propria pelle o salvare la propria dignità. Mediante questa figura, prima sicura di sé, ora in balia della paura e della perdita del successo, il regista Tarik Saleh prosegue la sua riflessione sul rapporto tra arte, verità e potere: chi crea immagini può essere un alleato del regime o il suo peggior nemico. Il film però non offre eroi puri, perché tutti i personaggi sono compromessi, tutti cercano di sopravvivere, dallo stuolo dei potenti generali ai vari scagnozzi che lavorano dietro le quinte, tutti intimoriti da paura, coercizione, ambiguità morale.
Le conseguenze sono evidenti e il set obbligatorio diventa un dispositivo metacinematografico in cui George recita un ruolo che lo annienta, mentre la sua vita reale diventa sempre più simile alla sceneggiatura imposta dal regime. Lo stile che il regista sceglie è quello del thriller politico, del noir, del giallo condito da qualche battuta sarcastica ma trattenuta o bloccata in tempo prima che la mannaia governativa si abbatta: è risaputo quanto i regimi siano permalosi alla satira seppur leggera. Diciamo che aleggia nel film l’atmosfera del dramma politico con qualche dose appena di umorismo nero in un’aria tesa, cupa, controllata, con momenti di ironia amara. Date queste premesse, ovvio che la regia sia forzatamente asciutta, realistica, con ambienti chiusi e sorvegliati. La presenza discreta (come una spia, come una telecamera di sicurezza sempre in funzione) ma costante ed opprimente del dottor Mansour rappresenta l’occhio vigile del potere che non molla la preda e controlla ogni minimo movimento: anche le frequentazioni che nascono tra George e Suzanne, la nuova amante, addirittura la moglie del generale ministro della Difesa.
Tarik Saleh, di papà egiziano e di mamma svedese, prepara tutto come al solito in Svezia, sua terra natìa, e gira ancora a Istanbul, non potendo lavorare nella terra d’origine del padre di cui parlano sempre i suoi film per il divieto politico che lo punisce dal 2015 e si serve delle belle musiche di Alexandre Desplat per aggiungere il necessario tono inquieto e solenne. Ottimo e preparato, tra le bellissime Lyna Khoudri, Zineb Triki e Cherien Dabis, rivediamo Fares Fares, quasi sempre presente in tutti i lavori del regista. I due hanno una certa sintonia anche biografica: l’attore è libanese (fuggito dalla guerra civile) ma naturalizzato svedese e sposato con la bionda mozzafiato artista e fotografa svedese Clara Hallencreutz. L’attore è ben noto a noi tutti anche la partecipazione alla serie danese dei film su Carl Mørck.
Nell’ambito di quella che si può definire quindi la trilogia, Omicidio al Cairo è un thriller noir ambientato poco prima della rivoluzione del 2011 in cui i temi principali sono la corruzione sistemica e collusione tra polizia, élite e potere politico e in cui Fares è un poliziotto che scopre di essere parte del sistema che vorrebbe invece combattere. La cospirazione del Cairo è ancora un thriller politico come sempre ma con un pesante intreccio teologico ambientato all’università di Al‑Azhar dove uno studente ingenuo viene invischiato tra servizi segreti e potere religioso. Ciò che unisce i tre film è che tutti vedono l’Egitto come teatro di potere, paura e manipolazione, dove i protagonisti si ritrovano intrappolati in sistemi più grandi di loro, e sempre con lo scomodo sguardo critico e lucido sulle strutture autoritarie.
Buon film, in conclusione.






























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