Le cose che verranno (2016)
- michemar

- 19 feb 2021
- Tempo di lettura: 4 min

Le cose che verranno
(L’avenir) Francia/Germania 2016 dramma 1h42’
Regia: Mia Hansen-Løve
Sceneggiatura: Mia Hansen-Løve
Fotografia: Denis Lenoir
Montaggio: Marion Monnier
Scenografia: Anna Falguères
Costumi: Rachel Raoult
Isabelle Huppert: Nathalie Chazeaux
André Marcon: Heinz
Roman Kolinka: Fabien
Édith Scob: Yvette Lavastre
Sarah Le Picard: Chloe
Solal Forte: Johann
Guy-Patrick Sainderichin: l’editore
Yves Heck: Daniel
Rachel Arditi: Amélie
Elise Lhomeau: Elsa
TRAMA: Nathalie e Heinz, entrambi insegnanti di filosofia, sono sposati da molto tempo e hanno due figli già adulti. Anche editrice, Nathalie dedica il tempo libero alla sua collezione, agli ex studenti diventati amici e soprattutto a sua madre, una donna molto possessiva. Un giorno, Heinz comunica alla moglie di essersi innamorato di un'altra, con cui ha deciso di andare a vivere. Per Nathalie sarà solo l'inizio di una nuova vita che coincide con i primi giorni di una lunga estate.
Voto 6,5

Se Isabelle Huppert è stata una delle attrici che meglio hanno rappresentato il cinema del glaciale Michael Haneke il motivo è facilmente intuibile: poche donne al mondo sanno esprimere tutte le intime sensazioni necessarie con il minimo movimento delle sopracciglia, del mento, degli occhi che si spostano. Anzi, quando alza di più la testa, esponendo il viso apparentemente inespressivo verso un interlocutore o un punto preciso che ha di fronte, sembra chiedere con sfrontatezza e sicurezza: beh, e allora? vogliamo parlarne? tanto a me non importa proprio nulla! Movenze essenziali ridotte all’osso ideali per le ferme inquadrature del regista austro-tedesco. Ma è stata ed è ancora la perfetta protagonista per molto cinema d’autore. Come in questa occasione.

Nell’occasione è la brava e premiata Mia Hansen-Løve (questa sua regia ha ottenuto l’Orso d’Argento al Berlino 2016) che sa sfruttare queste eccellenti doti, dandole il ruolo di una insegnante di filosofia di un liceo parigino, materia che lei ha assimilato come pensiero e stile di vita. Ha un marito, due figli, una madre ex modella che le richiede sempre molte, troppe attenzioni, ma quando l’uomo la abbandona, i figli sono ormai andati via di casa e la insopportabile, nevrotica, depressa mamma muore, scopre improvvisamente la libertà di cui può godere, delle possibilità che la vita le sta aprendo davanti. La regista le costruisce un personaggio libero da zavorre mentali, il cui futuro è tutto da inventare, in piena indipendenza. Prende con filosofia (è proprio il caso di dirlo) anche le novità delle copertine dei libri di una collana che cura per una casa editrice (“Sembrano confezioni di caramelle”). Diventa insomma la storia di una donna che reinventa se stessa e la sua vita, pur se tra qualche incertezza, qualche tentennamento, ma sempre con tanta autoironia e senza pentimento o ripensamenti nei riguardi del marito che ha perso la testa per una donna molto più giovane.

Lei, la sessantenne Nathalie, non reagisce più di tanto neanche quando il marito le annuncia la passione per una donna più giovane: “Credevo che mi avresti amata per sempre. Che stupida!”. Come approfittare di questa inaspettata libertà? In tante maniere, come per esempio passare le vacanze nella casa in montagna nella quale è andato a vivere, in una sorta di comune, Fabien, il suo ex studente preferito che da lei ha imparato ad amare la materia. Oppure fare tutte quelle cose che non aveva mai fatto, proprio come la gatta Pandora, la sua nuova compagna in casa ereditata dalla madre. Gatta che vede per la prima volta il bosco quando lei si è recata in montagna e dopo una prima riflessione si decide di addentrarvisi, all’avventura. Come Nathalie con la nuova vita. L’avvenire.

C’è una particolare aria di malinconia tutta francese che circola nel film, quella tipica della classe media benestante parigina, degli appartamenti ben arredati con libreria stracolme di libri: essendo due professori di filosofia, i coniugi protagonisti hanno sempre un libro in mano, da scambiare, da prestare, da commentare. E diventano oggetto di proprietà quando si separano come gioielli di famiglia da dividersi: questo è mio, questo non è possibile che te lo porti via, ecc.. La casa di città e quella in Bretagna sul mare assumono non solo la veste di luoghi ma anche di comprimarie essenziali per la narrazione della giovane regista francese. Restano i figli che son cresciuti, che si riuniscono per la festa di Natale, quando Nathalie diventa inaspettatamente una cuoca provetta ma anche quando scopre che essere nonna è ancora più bello che interpretare il ruolo di moglie tradita e durante il pranzo festivo, appena arriva il pianto del nipotino dalla camera da letto, le viene istintivo alzarsi e allontanarsi dalla tavolata. Resta una sedia vuota, inquadrata da Mia Hansen-Løve: lei preferisce cullare e coccolare il piccolo.

Nathalie, come d’altronde gli altri personaggi, si muovono parecchio sulla scena, dando l’idea che si muovano più delle loro parole, caratteristiche che, se ricordo bene, si ripetono spesso nei film della regista. Inquadrare i movimenti degli attori diventa una sorta di scoperta della loro personalità e la macchina da presa diventa il mezzo per catturare la loro vitalità, anche di pensiero. Quello di Mia Hansen-Løve è un cinema intelligente in cui si muovono personaggi colti e autoironici, padroni dei propri sentimenti e in queste condizioni senza la folgorante Isabelle Huppert il film non sarebbe stato lo stesso.






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