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Un inverno in Corea (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 22 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Un inverno in Corea

Hiver à Sokcho

Francia, Corea del Sud 2024 dramma 1h44’

 

Regia: Koya Kamura

Soggetto: Elisa Dusapin (romanzo)

Sceneggiatura: Koya Kamura, Stéphane Ly-Cuong

Fotografia: Élodie Tahtane

Montaggio: Antoine Flandre

Musiche: Delphine Malaussena

Scenografia: Hyein Ki

Costumi: Sohee Hong

 

Roschdy Zem: Yan Kerrand

Bella Kim: Soo-ha

Ryu Tae-ho: Park, padrone della pensione

Park Mi-Hyeon: mamma di Soo-ha

Gong Do-yu: Jun-oh

Jung Kyung-soon: la zia di Soo-ha

 

TRAMA: In una cittadina di pescatori vicina al confine settentrionale della Corea del Sud, Soo-ha, franco-coreana, incontra l’illustratore francese Yan: tra silenzi e attrazione trattenuta riaffiorano desideri e ferite.

 

VOTO 7

 

 

Accostando la sensibilità del cinema francese alla delicatezza poetica di quello coreano, l’esordiente Koya Kamura, con mano altrettanto garbata, narra di un incontro tra due persone molto differente, anche d’età, ma anche di culture e di stati d’animo molto lontane. La coniugazione artistica deriva dall’incontro di autori che hanno in comune origini miste e attinenti. Il soggetto è il romanzo della scrittrice franco-coreana Élisa Shua Dusapin, il regista è un giapponese cresciuto a Parigi, il cosceneggiatore è il franco-vietnamita Stéphane Ly-Cuong: l’insieme confluisce in un racconto gentile e profondo, fatto di silenzi e sguardi, di riflessioni e occasioni mancate, ma anche di tradizioni e voglia di cambiamento.

 

 

La giovane franco-coreana mai uscita dalla Corea del Sud, Soo-ha (Bella Kim), studentessa di letteratura francese e fidanzata con un ragazzo che ha deciso di tentare la carriera da fotomodello nella capitale, accoglie nella pensioncina dove lavora, a Sokcho, cittadina di pescatori, un autore di libri illustrati francese, Yan Kerrand (Roschdy Zem), venuto nella città marinara e di frontiera, a pochi chilometri dalla Corea del Nord, per cercare ispirazione. Tra loro si stabilisce un legame che va oltre l’iniziale cortesia, nutrito da passeggiate e dialoghi prima di cortesia e poi pian piano sempre più confidenziali. La giovane non ha mai conosciuto il padre francese che 25 anni prima ha lasciato la Corea senza sapere di stare per diventare genitore, e vorrebbe che sua madre cercasse di scoprire qualcosa di più sull’uomo di cui non si sono più avute notizie. Ma un segreto casualmente svelato è destinato a travolgere le sue certezze.

 

 

Soo-ha – detta la “spilungona” – non si è mai sentita veramente a “casa” in quel posto che pare un’isola rispetto al resto del mondo e non ha ancora idee chiare per il suo futuro. È tentata dal suo ragazzo, che vuol provare a far carriera di modello a Seul, a partire insieme a lui ma non è certa che sia la scelta giusta e capirà che non lo è affatto dopo la conoscenza con quel misterioso ospite della pensione.

 

 

Yan le chiede aiuto per capire meglio il posto e cercare luoghi per trovare ispirazione dei suoi disegni ed il materiale necessario per la sua professione, ma resta sempre troppo riservato e parla poco e malvolentieri della sua vita privata. Anche Soo-ha è restia ad aiutarlo, come se quell’uomo le stia rivoluzionando la vita regolare che conduce. Eppure, qualcosa si nuove nelle due anime, avvicinandole e rivelandole, anche intimamente. Ma se ciò illude il cuore della ragazza, forse anche a causa di una reazione edipica, l’altro resta scostante e chiuso, perfino deludendola nel finale malinconico.

 

 

Sembra di assistere ad una versione antitetica di Lost in Translation della Coppola: lì la sintonia tra un uomo maturo ed una giovane si trasformava in un sentimento trattenuto, qui l’asprezza che ogni tanto si affaccia in Yan allontana l’avvicinamento della ragazza. A Sokcho è inverno innevato ed anche i cuori dei due protagonisti pare lo siano, specialmente quello di lui, perché man mano che si conoscono meglio, lei invece si scioglie e si ammorbidisce, abbandonando l’iniziale diffidenza. Si comprendono bene perché gli studi della lingua e della letteratura francese, sicuramente derivati dalle origini del padre mai conosciuto, permette loro di parlare in quell’idioma e le passeggiate tra i vicoli e le escursioni sulle vicine montagne alimentano una migliore conoscenza reciproca, pur restando la scarsa apertura caratteriale di Yan.

 

 

Così nasce un’amicizia basata anche sui cibi locali e sulle ricette di pesce che sono la caratteristica principale del posto. Anzi, la cucina locale diventa uno strumento di Soo-ha nel tentativo di avvicinare maggiormente l’uomo, e proprio quando sembra arrivare l’occasione giusta capita la maggiore delusione, perché l’artista disdegna l’offerta, almeno con il pretesto di non voler essere disturbato nel momento di maggior impegno produttivo.

 

 

Attorno a Soo-Ha ruotano figure che completano efficacemente il contesto affettivo e relazionale: come la madre, legata ai valori tradizionali e silenziosa sul passato, sempre in perfetta sintonia con la figlia; Jun-oh, il fidanzato stabile e rappresentativo di un modello sociale ma che bada tanto alle modernità dei cambiamenti della società coreana, compresa la moda dei ritocchi estetici; la zia che rivela il gran segreto che scombussola la protagonista; e altri personaggi che completano gli spunti sulle dinamiche sociali, come il buon signor Park, il gentile e comprensivo proprietario della pensione. Anche la cucina assume la forma di una modalità di espressione di quella civiltà e di tentativo di corteggiamento affettivo, sia nell’ambito familiare che in quello amicale. Nella Sokcho invernale, la preparazione dei pasti acquisisce una funzione rilevante, rappresentando sia un momento di continuità e protezione, sia un'opportunità di affermazione individuale, in un mondo sospeso tra solitudine e desiderio di connessione.

 

 

Il bravo Koya Kamura lavora e punta sui piccoli gesti e sui dettagli, i silenzi, le pause, gli sguardi furtivi, i luoghi e le atmosfere, con sequenze abbellite da musiche e scene di animazione (realizzate da Agnès Patron) per meglio definire le relazioni tra i personaggi, che sembrano usciti dalle pagine di una delicata ed elegante graphic novel. E quindi le ricercate inquadrature degli specchi ai bagni pubblici, che fondono visi e corpi di donne diverse: tutto è visto e inquadrato con delicatezza poetica, puntellata dalla bellezza armoniosa di Soo-ha e dai primi piani che il regista le dedica. Non è Un cuore in inverno di Sautet, ma quello di Yan gli si rassomiglia parecchio.

 

 

Roschdy Zem è orami un attore così maturo che ogni sua apparizione diventa magistrale e qui ha modo di confermarsi, ma la sorpresa molto piacevole è la magnetica Bella Kim: da un’esordiente (candidata come miglior promessa femminile ai Lumière 2026) è difficile attendersi una prova tale. Sicura, sensibile, espressiva, è capace di trasmettere quel senso di isolamento e inadeguatezza del suo personaggio che il regista sicuramente le chiedeva, con sguardi intensi, capaci di comunicare la curiosità e la malinconia di una ragazza che si sente "fuori posto" nella sua stessa città, con una recitazione minimale per evitare gli eccessi drammatici, optando per una misura che ben si sposa con la regia poetica ed essenziale di Kamura. La sua capacità di navigare tra le due lingue e le due culture è l'ancora emotiva del film, rendendo credibile il conflitto interiore legato alla ricerca delle proprie origini. Oltre ad essere elegante e profonda per come ha saputo dare corpo a un personaggio complesso e fragile, sembrando – e questo è un elogio – una pennellata d’inchiostro come le opere del coprotagonista, che, infatti, le lascia un ricordo con la su bella immagine. Che brava! E che bravi, entrambi!

Che bel film!

 


 
 
 

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