top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Leggere Lolita a Teheran (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Leggere Lolita a Teheran

Reading Lolita in Tehran

Israele Italia UK 2024 dramma biografico 1h47’

 

Regia: Eran Riklis

Soggetto: Azar Nafisi (romanzo autobiografico)

Sceneggiatura: Marjorie David

Fotografia: Hélène Louvart

Montaggio: Arik Lahav-Leibovich

Musiche: Yonatan Riklis

Scenografia: Tonino Zera

Costumi: Mary Montalto

 

Golshifteh Farahani: Azar Nafisi

Zar Amir Ebrahimi: Sanaz

Mina Kavani: Nassrin

Bahar Beihaghi: Mahshid

Isabella Nefar: Yassi

Raha Rahbari: Manna

Lara Wolf: Azin

Arash Marandi: Bijan Nafisi

Shahbaz Noshir: il mago

Catayoune Ahmadi: Mahtab

Reza Diako: Bahri

Ash Goldeh: Nima

Sina Parvaneh: Niyazi

Rita Jahan-Foruz: Rita

 

TRAMA: Mentre le squadre moraliste islamiche organizzano incursioni arbitrarie a Teheran e i fondamentalisti prendono il controllo delle università, Azar Nafisi, insegnante attivista, raduna segretamente sei delle sue studentesse più impegnate per leggere classici occidentali proibiti.

 

VOTO 6,5

 

 

L’ultimo film in ordine cronologico di Eran Riklis, nato a Gerusalemme da stirpe ebrea, è la continuazione di un lungo percorso di narrazioni sulle libertà represse della gente da cui proviene, discorso che si prolunga sin da tempi dei gradimenti ottenuti, tra i tanti, con La sposa siriana e Il giardino di limoni – Lemon Tree, senza trascurare Il responsabile delle risorse umane. Lo spunto di quest’opera nasce dal romanzo autobiografico della professoressa universitaria Azar Nafisi che racconta le vicissitudini vissute nel suo amato Iran. Il film segue, per ciò che ho potuto constatare, quasi fedelmente la traccia del libro ma se qualcuno obietta che non ne sa trasportare alla perfezione il contenuto emotivo si deve tener presente che accade molto spesso, anche perché libro e film non possono mai essere la medesima cosa.

 

 

Azar Nafisi (Golshifteh Farahani), studiosa di letteratura formata negli Stati Uniti, rientra in Iran nel 1979 con l’illusione che la rivoluzione islamica possa aprire spazi di libertà e rinnovamento. Accetta un incarico all’Università Allameh Tabataba’i, convinta che l’insegnamento possa diventare un atto di resistenza culturale. Ma il nuovo regime irrigidisce rapidamente le regole, imponendo controlli, censura e il velo obbligatorio. Il punto di rottura arriva quando una sua giovane studentessa, coinvolta in proteste, viene arrestata e giustiziata. Delusa e soffocata dalle restrizioni, Nafisi lascia l’università nel 1995.

 

 

Decide allora di creare un piccolo spazio di libertà nella propria casa, invitando sei studentesse scelte a incontri segreti del giovedì. In quel salotto, lontano dagli occhi del regime, le ragazze leggono e discutono romanzi occidentali proibiti, scoprendo in quelle pagine un modo per interrogare la propria vita e il proprio desiderio di autodeterminazione. Attraverso Daisy Miller, Il grande Gatsby e Lolita, il gruppo riflette su identità, potere, controllo dei corpi e possibilità di ribellione. La letteratura diventa un rifugio, ma anche un detonatore emotivo e politico. Il film segue il percorso di Azar fino alla sua emigrazione negli Stati Uniti, dove ritrova un margine di libertà ma porta con sé le tracce delle vite che ha incrociato e delle scelte che ha dovuto compiere. Passando dal panorama della finestra della casa iraniana che guardava la catena montuosa dell’Alborz a quella americana che si affaccia sui grandi palazzi di Washington D.C..

 

 

In un Paese oppresso dal regime teocratico, dove fa impressione notare come anche le donne diventano severe guardie del potere, quasi giustiziere per imporre le dure leggi che limitano le libertà delle donne che cercano di affermare le proprie idee, può anche essere facile mostrare la vita impossibile dei cittadini che si oppongono al sistema politico, e soprattutto alle cittadine che sono considerate non all’altezza degli uomini barbuti che non concedono loro il benché minimo. Può essere facile ma l’errore che commette stavolta il regista è di semplificare eccessivamente e adottare un compito fin troppo didascalico per mostrare gli eventi e per raccontare le sofferenze, fisiche e mentali, delle ragazze che la professoressa “adotta” nel suo salotto per leggere segretamente i libri messi all’indice dal potere, pur conscia del pericolo che esse corrono. Ecco allora la scena della libreria che viene chiusa d’autorità perché vendeva romanzi occidentali ritenuti libertari, il collega dell’università che insegna teatro che era riuscito a collezionare libri vietati, i lunghi colloqui di questi con la protagonista che il troppo mansueto e allineato marito Bijan scambia per tradimento coniugale, quando invece era solo uno rifugio letterario e psicologico.

 

 

La crudeltà del potere viene mai mostrata con durezza ma è intuibile, mentre la lenta trasformazione mentale di Azar è raccontata con dovizia e, anche troppa, lentezza, specialmente quando lei vede, dopo il lungo periodo di letture, le ragazze svanire una ad una per aver deciso di espatriare illegalmente (altrimenti non era possibile) per poter godere della piena libertà in Occidente, che fosse l’America o l’Europa democratica. Lei ne resta stupita senza, in un primo momento, capire le ragioni di tali decisioni, fino a quando, vistasi sempre più limitata e pensando al futuro dei figli, decide che è la migliore soluzione per la sua famiglia. L’unico vero ostacolo, a quel punto, è convincere il marito Bijan ad aprire gli occhi e a far accettare una decisione improcrastinabile.

 

 

Alcuni momenti del film risultano appassionanti, soprattutto quelli legati al seminario clandestino in cui, per due anni, sei giovani donne e la loro insegnante si ritrovano nel salotto di Azar. In quello spazio protetto, quasi magico, possono togliersi veli e chador e, tra caffè, pasticcini, confidenze personali e critica letteraria, discutere di Vladimir Nabokov, Francis Scott Fitzgerald, Jane Austen, Henry James e Virginia Woolf, autori che diventano per loro ambasciatori di un mondo proibito e desiderato. Attraverso quei libri, le protagoniste confrontano finzione e realtà, fiaba e storia, sogno e concretezza quotidiana. Con il passare del tempo, l’aspetto più riuscito del seminario è il modo in cui le ragazze si avvicinano, realizzano sorellanza e iniziano a raccontare il proprio mondo privato: Manna, poetessa, ha sposato per amore un giovane anch’egli appassionato di letteratura; Azin, bellissima, vive con un marito ricco e violento; Sanaz (Zar Amir Ebrahimi) ha un fidanzato in Inghilterra, che vede di rado, e porta il trauma di una brutale fustigazione subita da una donna del regime perché non più vergine; Yassi è la più allegra del gruppo; Nassrin, figura contraddittoria, ha trascorso cinque anni in prigione. Ognuna, a suo modo, rivela le difficoltà dell’essere donna nella repubblica islamica dell’Iran, dall’imposizione dell’abbigliamento alle limitazioni della vita quotidiana. Per tutte loro la letteratura diventa una forma di libertà: un universo immaginario capace di allargare orizzonti e desideri, fino a spingere quasi ciascuna, alla fine, a lasciare il Paese.

 

 

Questo era lo scopo della scrittura dell’autobiografia, questo è il tratto distintivo del film di Eran Riklis, ennesima, coraggiosa e potente denuncia dei diritti negati e dell'oppressione. Mettendoci nei panni del regista, certo, oggi non è semplice che un israeliano racconti la storia di un’iraniana, ma le persone, al di là dei governi, sono molto più simili di quanto si pensi. Immagino che lui abbia capito che, studiando davvero l’argomento e affrontandolo con rispetto, avrebbe potuto portarlo sullo schermo. Leggo che quando telefonò ad Azar per parlarle del progetto, le chiese: “Ti sembra folle che un israeliano voglia raccontare la tua storia?”. Lei rispose: “No, anzi, lo trovo fantastico!”. Da lì nacque una collaborazione positiva. Quanto all’adattamento, il primo obiettivo era rispettare l’universo letterario del libro, centrato sulla letteratura e sull’ambiente accademico. Voleva però che il film parlasse anche a spettatori di Paesi e culture diverse, risultando comprensibile ovunque, anche a chi non conosce la mitica Lolita di Nabokov. Il cuore del racconto era mostrare uomini e donne – soprattutto donne – in condizioni di oppressione. Nei suoi film egli, ho notato, affronta spesso temi complessi, ma cerca di farlo in modo semplice, diretto e immediato: quando si ha qualcosa da dire, può essere necessario comunicarlo al maggior numero possibile di persone. E quindi in maniera semplice. Come appunto, alla fine, risulta il film.

 

 

Golshifteh Farahani è un amore di attrice e ogni volta, quando si parla della sua terra, è notevole l’impegno che ci mette, particolare che non può sfuggire osservandola in questo film. Importante anche la presenza di un’altra attrice che non manca mai in questi argomenti, la brava Zar Amir Ebrahimi.

 

 

Riconoscimenti

Festa del Cinema di Roma 2024

Premio speciale della Giuria al cast femminile

Premio del pubblico FS

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page