Il giardino di limoni - Lemon Tree (2008)
- michemar

- 12 mar 2021
- Tempo di lettura: 4 min

Il giardino di limoni - Lemon Tree
(Etz Limon) Israele/Germania/Francia 2008, drammatico, 1h46'
Regia: Eran Riklis
Sceneggiatura: Eran Riklis, Suha Arraf
Fotografia: Rainer Klausmann
Montaggio: Tova Asher
Musiche: Habib Shadah
Scenografia: Miguel Markin
Costumi: Rona Doron
Hiam Abbass: Salma Zidane
Doron Tavory: Ministro della Difesa Israel Navon
Ali Suliman: Ziad Daud
Rona Lipaz-Michael: Mira Navon
Tarik Kopty: Abu Hussam
Amos Lavi: comandante Jacob
Amnon Wolf: Leibowitz
Smadar Jaaron: Tamar Gera
TRAMA: Salma è una vedova palestinese che vive da sempre nella casa di famiglia, devota al giardino di limoni che per anni ha coltivato assieme al padre. Il suo piccolo appezzamento è proprio al confine tra Cisgiordania e Israele. Per il ministro della difesa israeliano, suo nuovo vicino, quegli alberi non sono altro che una minaccia alla sua sicurezza: devono essere abbattuti. Ma le richieste del ministro si scontrano con la determinazione di Salma: la donna è disposta a sacrificare la vita purché il frutteto resti al suo posto. La questione viene portata in tribunale: ma a complicare le cose arrivano il suo giovane avvocato - che non è indifferente al fascino di Salma - e la moglie del ministro, intrappolata in una vita che probabilmente non vuole più.
Voto 7,5

Il regista israeliano Eran Riklis, già autore del bello La sposa siriana (reperibile in lingua originale e sottotitolato su YouTube) e in seguito dell’interessante Il responsabile delle risorse umane, è evidentemente un autore che non ha paura di mostrare al mondo le contraddizioni politiche-sociali dei suoi connazionali rispetto ai confinanti arabi, anche quando, come in questa sconcertante storia, sono pacifici agricoltori. Infatti, chi mette in allarme tutto lo staff che protegge un ministro del governo di Tel Aviv è una donna quieta e fiera, per giunta vedova, che nella sua vita si occupa del suo fiorente campo in cui coltiva meravigliosi e profumati alberi di limoni, che gli danno i frutti che commercia e che soprattutto sono la materia prima dei prodotti che confeziona artigianalmente in casa. Ovvio che non sia la sua attività di coltivatrice che allarma i militari “occupanti”, piuttosto è la strana situazione di coabitazione che si è venuta a creare allorquando l’uomo politico è venuto a stabilirsi in una villa che confina con il campo coltivato dalla palestinese Salma Zidane: una situazione di ipotetico pericolo per la sicurezza del ministro.

Una situazione difficile che sfiora l’assurdo, una circostanza che di certo non dipende dalla donna, anche se lei guarda con diffidenza e sincera antipatia i nuovi vicini arrivati così all’improvviso a fianco al suo terreno. Campo a cui lei tiene più della sua vita, rappresentando un luogo di indipendenza e passione allo stesso tempo. Quel confine, quel recinto, quella linea di demarcazione diventa la separazione ma anche la striscia di terra che separa due anime ben differenti. Due mentalità, due religioni, due popoli che non si amano e che si scrutano con circospezione e sfiducia. Ma è anche una terra dove ormai storicamente devono convivere e, si sa, è sempre il più forte dal punto di vista economico e militare che riesce sempre ad avere la meglio. Con ogni mezzo. Ma essi devono convivere e dividere l’esistenza e il confine cisgiordano non fa eccezione. Quando Salma vede cominciare la costruzione delle varie misure di sicurezza intorno alla casa del ministro e proprio a ridosso dei suoi alberi inizia a trovarsi a disagio, come se la pace della campagna venga ad essere disturbata e stravolta da oggetti che non hanno nulla a che vedere con il marrone della terra, il verde degli alberi, il giallo dei suoi amati e bellissimi limoni pieni di succo. Recinto metallico, telecamere puntate verso la sua proprietà, torrette militari come fosse un campo di concentramento o una prigione. Sono tutti segnali inquietanti di una guerra permanente e sembrano puntati contro di lei, persona innocua già troppo occupata dal lavoro dei campi. Quando poi i militari avversi decidono addirittura che per la sicurezza esterna è necessario abbattere diversi alberi che ostacolerebbero la vigilanza, la situazione diventa inevitabilmente insostenibile per lei e la rivalità e la rabbia esplodono. E cosa può fare una donna come lei per difendere i propri diritti? Solo rivolgersi alla giustizia. E quale tribunale israeliano potrà mai darle ragione?

La anomala circostanza ha creato come nemico di uno stato “straniero” una figura ostile identificandola con una povera vedova che innaffia le sue piante e raccoglie il frutto della sua fatica. Un pericolo? È così che Eran Riklis, forzando con una regia asciutta e senza retorica, riesce a far esplodere le contraddizioni, la follia e la demenza della situazione mediorientale: una minuscola storia che accade in un piccolo pezzo di terra che diventa una enorme metafora del conflitto arabo-israeliano. Mi piace definirla una sineddoche: una parte per il tutto. Il regista fa diventare quel giardino il teatro dei dolori e delle incomprensioni che durano da decenni e che non vedranno mai una risoluzione soddisfacente. Chiaro è l’intento di colpevolizzare un contendente, di esaltare le contrapposizioni, di sedersi chiaramente dove è la parte più debole. E lo fa con evidente lucidità, con la necessaria dose di assurdità, mostrandocele nello sguardo fiero e malinconico di una donna aggredita e limitata dove credeva di poter vivere una esistenza senza l’odio dei vicini aggressori: semplicemente in pace. Solo un’altra donna, la moglie del ministro, è l’unica persona della parte avversa che prova qualche rimorso e il dubbio che le misure di sicurezza siano eccessive verso l’altra. Come capita ne Il figlio dell’altra (recensione), le donne sarebbero le sole in grado di spegnere incendi e guerre stupidamente inutili. Ancora una volta, ad ulteriore dimostrazione, solo la sensibilità di due donne riesce a leggere meglio di tutti la situazione difficile che si crea, dove invece gli uomini mostrano solo i muscoli e poco cervello.


Un racconto che colpisce il cuore e la mente dello spettatore. Perla preziosa di questo film, senza la quale non ci colpirebbe in questa maniera, è la presenza di un'attrice del calibro di Hiam Abbas che dà al personaggio della vedova tutta la bellezza e la fierezza necessaria, orgogliosa come una principessa araba. Genuinamente incantevole, misurata nella recitazione e nella gestualità, non manca in alcuna sequenza di esprimere anche solo con lo sguardo la rabbia e la forza che la aiutano a fare resistenza. Gli occhi puntati verso quella villa invadente sono incendiari. Il film spaventa, commuove, muove lo spirito che vorrebbe aiutare Salma Zidane in qualche maniera e quando termina ci lascia l’amarezza nel cuore.
Che meraviglia Hiam Abbas!






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