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Madre (2009)

Immagine del redattore: michemar
michemar
22 ago
Tempo di lettura: 4 min

Madre (2009)

Madeo

Corea del Sud 2009 thriller drammatico 2h9’

 

Regia: Bong Joon-ho

Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Park Eun-kyo

Fotografia: Hong Kyung-pyo

Montaggio: Moon Sae-kyung

Musiche: Lee Byung-woo

Scenografia: Ryu Seong-hie

Costumi: Choi Se-yeon

 

Kim Hye-ja: Madre

Won Bin: Do-joon

Jin Goo: Jin-tae

Jae-moon Yoon: Je-Tae

Jeon Mi-seon: Mi-sun

 

TRAMA: Una madre cerca disperatamente l'assassino che ha incastrato suo figlio per l'orrendo omicidio di una ragazza.

 

VOTO 7,5

 

 

Il motivo per cui Bong Joon-ho – assurto alla fama mondiale nel 2019 con il sorprendente e premiatissimo Parasite, a cavallo tra Memorie di un assassino e il successo di Snowpiercer – ha dedicato il suo lavoro a questo film lo racconto egli stesso: “Tutti hanno una madre, e tutti hanno un’idea precisa di cosa sia una madre: è la persona che ciascuno di noi ama di più, la più gentile, e al contempo la più irritante. Sono molti i sentimenti che si contrappongono quando si ha a che fare con questa figura, e questo perché la relazione tra un figlio e sua madre è alla base di tutte le relazioni umane. Innumerevoli romanzi, film e programmi televisivi si sono avvicinati alla figura materna, ma io volevo esplorarla in un modo che fosse mio peculiare, funzionale a scoprire dove potevo portarla a livello cinematografico, per poi spingerla fino all'estremo.” Come premessa è molto interessante e ciò che ne è conseguito lo dimostra.

 

 

Do-joon ha 27 anni ed è l’unica ragione di vita di sua madre, che, per mantenersi, gestisce un piccolo dispensario di piante medicinali e pratica l’agopuntura. Il giovane è ben lungi dall’essere indipendente e la sua ingenuità lo porta a comportarsi a volte in modo stupido e pericoloso, il che rende sua madre ansiosa. Una notte, mentre torna a casa ubriaco, incontra una studentessa che segue per un po’ prima che scompaia in un vicolo buio. La mattina dopo, viene trovata morta e Do-joon è accusato del suo omicidio. Tra poliziotti pigri che pensano solo a portare a termine le loro indagini e un avvocato incompetente e venale che rinuncia di occuparsi di un caso così poco redditizio, la madre si rifiuta di credere che il suo amato figlio sia colpevole e intraprende immediatamente le proprie indagini per trovare l’assassino della ragazza.

 

 

Armata di straordinario coraggio e di uno smodato istinto materno, si mette in viaggio, da sola, alla ricerca dell’assassino della giovane donna, ascoltando l’amore incondizionato che solo una madre può provare: fino a che punto sarà disposta a spingersi per salvare suo figlio.

 

 

È uno di quei film che ti si attaccano addosso e non ti lasciano per molto tempo. Bong Joon‑ho costruisce un thriller che parte in sordina, quasi come un dramma domestico, e poi si apre in una spirale emotiva che diventa sempre più inquieta, più profonda, più umana. Al centro c’è una madre che vive ai margini, una donna che non ha nulla se non un figlio vulnerabile, lento, incapace di difendersi. Quando il ragazzo viene accusato dell’omicidio di una studentessa, la sua vita si spezza: nessuno la ascolta, nessuno crede alla sua innocenza, e l’indagine ufficiale è un misto di superficialità e pregiudizio. 

 

 

La grandezza del film sta nella regia: Bong non cerca mai il colpo di scena facile, ma lavora per accumulo, per tensioni sottili, per dettagli che sembrano insignificanti e invece aprono crepe enormi. La fotografia scolpisce la provincia coreana come un luogo sospeso, dove la normalità è solo una facciata e ogni gesto nasconde un’ombra. La protagonista, Kim Hye‑ja, è semplicemente monumentale: dà al personaggio una forza primitiva, una disperazione che non chiede pietà ma pretende giustizia, e che a tratti diventa quasi spaventosa. 

 

 

Il film non è solo un’indagine: è un viaggio nella colpa, nella paura, nella solitudine di chi combatte contro un sistema che non vuole vedere. Bong Joon‑ho orchestra tutto con una lucidità impressionante, trasformando un caso di cronaca in una tragedia intima, dove la verità non è mai un punto d’arrivo ma un peso che schiaccia. È cinema che non si accontenta: è preciso, crudele, emotivamente devastante. Un’opera che conferma Bong come uno dei registi più capaci di raccontare l’umanità nei suoi angoli più fragili e più feroci. In fondo, se ci si fa caso, il suo cinema è sempre una mistura composta, soprattutto tra dramma e ferocia umana, spesso dettata dalla disperazione morale e sociale.

 

 

“Volevo fare un film che scavasse in profondità”, dice ancora il regista, “in ciò che è caldo e potente, come il cuore di una palla di fuoco. In questo senso, la mamma è una sfida cinematografica per me, perché nei miei film precedenti erano tutte storie che tendevano a estendersi: se un caso di omicidio (Memorie di un assassino) mi ha portato a parlare degli anni '80 e della Corea, e l'apparizione di un mostro (The Host), mi ha spinto a parlare di una famiglia, della società coreana e degli Stati Uniti, questo è, al contrario, un film dove tutte le forze convergono verso il cuore delle cose. Avere a che fare con la figura materna è un déjà vu ma vedo questo film come un nuovo approccio e spero che venga percepito anche dagli spettatori, come qualcosa di familiare ma estraneo.”

 

 

Be’, si può affermare che l’operazione gli sia riuscita pienamente, visto che il film si è aggiudicato ben 45 premi e 49 candidature.

 


 
 
 

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