Philadelphia (1993)
- michemar

- 17 mar
- Tempo di lettura: 4 min

Philadelphia
USA 1993 dramma 2h5'
Regia: Jonathan Demme
Sceneggiatura: Ron Nyswaner
Montaggio: Craig McKay
Fotografia: Tak Fujimoto
Musiche: Howard Shore
Scenografia: Kristi Zea
Costumi: Colleen Atwood
Tom Hanks: Andrew Beckett
Denzel Washington: Joe Miller
Antonio Banderas: Miguel Alvarez
Jason Robards: Charles Wheeler
Lisa Summerour: Lisa Miller
Robert Ridgely: Walter Kenton
Anna Deavere Smith: Anthea Burton
Mary Steenburgen: avv. Belinda Conine
Joanne Woodward: Sarah Beckett
TRAMA: Andrew Beckett, giovane avvocato, è stato licenziato dallo studio legale presso cui lavora. I suoi colleghi sostengono che non era competente, Andrew afferma invece di essere stato licenziato perché malato di AIDS. Deciso a difendere la propria reputazione, il legale assume l’avvocato Joe Miller perché lo rappresenti nella causa per licenziamento illecito.
VOTO 7,5

Raramente è stato affrontato il problema dell’AIDS come in questo grandissimo film, tra l’altro in quegli anni '90 in cui ancora veniva quasi totalmente ignorato dal cinema, anzi direi evitato come argomento, ma era ormai un tema di cui si discuteva tanto, arrivato al culmine della sua drammaticità nel periodo (soprattutto con la morte del cantautore dei Queen, Freddie Mercury), e traeva vaga ispirazione da vicende accadute anni prima a Boston. E non era facile scrivere una sceneggiatura efficace e soprattutto realizzare un’opera così delicata ed emozionante senza uscire dalla facile melodrammaticità. Una pellicola che il regista Jonathan Demme affida nelle mani di due attori enormi: il multiforme Tom Hanks, capace in quei tempi di passare dalla commedia anche sentimentale al dramma più profondo con grande bravura, e un gigante di Hollywood (mai sufficientemente riconosciuto e premiato) come Denzel Washington e con la soundtrack di Bruce Springsteen che darà un’impronta indimenticabile.

La musica che sostiene quasi tutte le scene, in verità, è solo uno dei molti dispensatori di emozioni. Da ricordare per esempio la scena in cui il protagonista Andrew ascolta Maria Callas cantare la celebre aria ‘Io sono l’amore’ (dall‘Andrea Chénier’) e spiega all’avvocato Miller la scena traducendo le parole scritte da Luigi Illica per la meravigliosa musica di Umberto Giordano. Da brividi, scena e musica! Demme gioca magnificamente con i primi piani rimbalzando da un viso all’altro per mostrarci sia la commozione di Andrew nell’ascolto che lo stupore basito e silenzioso dell’altro.

Uno dei grandi meriti è che è uno dei primi film mainstream di Hollywood non solo ad affrontare esplicitamente HIV/AIDS e omofobia, ma anche a rappresentare le persone gay in una luce positiva. Quello di Andrew è – scusate il gioco parole abbastanza pericoloso – un personaggio veramente positivo, ovviamente nel senso di brava persona, che si trova suo malgrado al centro di una forte disputa legale e di diritti umani, con forti significati sociali e di senso di umanità. Di giustizia, in una parola.

Andrew Beckett (Tom Hanks) è un brillante avvocato di Philadelphia che nasconde ai colleghi la propria omosessualità e il fatto di essere malato di AIDS. Quando un partner dello studio nota una lesione sospetta sul suo volto, Andrew, nel momento migliore della sua carriera professionale, teme che la verità stia emergendo. Poco dopo, un importante fascicolo affidatogli scompare misteriosamente e riappare all’ultimo minuto: lo studio lo licenzia con il pretesto dell’incompetenza. Convinto di essere stato discriminato, l’uomo cerca un avvocato disposto a rappresentarlo, ma tutti rifiutano. L’unico che accetta, dopo iniziali esitazioni e pregiudizi, è Joe Miller (Denzel Washington) un avvocato afroamericano specializzato in cause personali. Questi, inizialmente diffidente verso l’AIDS e l’omosessualità, riconosce nell’altro un’ingiustizia simile a quelle vissute sulla propria pelle per motivi razziali. I due iniziano così una battaglia legale contro il potente studio. Durante il processo, la salute di Andrew peggiora rapidamente. Nonostante le pressioni e i tentativi di screditarlo, la verità emerge.

In aula, i partner dello studio negano ogni discriminazione, sostenendo che Andrew era ormai incapace di svolgere il proprio lavoro. La difesa insiste sulla sua vita privata, cercando di attribuirgli la responsabilità della malattia. Joe ribalta la narrazione mostrando come i segni dell’AIDS fossero riconoscibili e come lo studio avesse scelto di ignorarli finché non giungesse il momento adatto per licenziarlo. La testimonianza di una collega sieropositiva, trattata con evidente disagio dai partner, rafforza l’accusa. Quando Andrew collassa e viene ricoverato, il processo è ormai agli sgoccioli. La giuria gli dà ragione, riconoscendogli un risarcimento milionario per discriminazione. Joe lo va a trovare in ospedale, ormai molto debilitato, e tra i due si crea un legame umano profondo. Poco dopo, Andrew muore circondato dai suoi affetti. Il film si chiude con il suo funerale, dove scorrono immagini della sua infanzia, restituendo un ritratto intimo e commovente della sua vita.

Invero, è tutto il film che tiene lo spettatore ancorato ad emozioni continue, e forse anche in maniera astuta, ma d’altronde è l’argomento stesso e l’inevitabile finale che non può non emozionare. Gran parte del film si concentra sulla trasformazione interiore dell’avvocato Joe Miller rispetto alle tematiche dell’omosessualità e dell’AIDS. Inizialmente, prova un senso di disagio e repulsione nei confronti degli omosessuali e arriva persino a evitare il contatto fisico con l’assistito. Parallelamente, la sua vita privata lo porta ad affrontare esperienze significative come la nascita di suo figlio, seguita dalla consapevolezza della fragilità dell’esistenza umana. Questi eventi contribuiscono a fornirgli una nuova prospettiva, che si riflette nel modo in cui affronta il caso. Nonostante le iniziali esitazioni e l’incertezza sulle motivazioni che lo portano ad accettare la causa, Miller inizia gradualmente a riconoscere le ingiustizie subite dalle persone gay nel contesto sociale e giuridico. La sua coscienza si risveglia e utilizza la propria determinazione e sensibilità per scuotere la giuria, mettendo in discussione l’opposizione e invitando l’opinione pubblica americana a riflettere sul tema dei diritti umani e della dignità.


Nell’ambito di un cast di nomi eccellenti, tra cui Antonio Banderas, Jason Robards, Mary Steenburgen, Joanne Woodward, Tom Hanks vincerà così il primo Oscar della sua carriera, seguito immediatamente dopo da quello ottenuto per Forrest Gump. L’altro Oscar l'ottenne Bruce Springsteen appunto per il brano 'Streets of Philadelphia' come miglior canzone, indimenticabile. Entrambi vincitori anche nei Golden Globe.


Riconoscimenti
Oscar 1995
Miglior attore protagonista a Tom Hanks
Miglior canzone (Streets of Philadelphia) a Bruce Springsteen
Candidatura migliore sceneggiatura originale
Candidatura miglior trucco
Candidatura miglior canzone (Philadelphia) a Neil Young
Golden Globe 1994
Miglior attore in un film drammatico a Tom Hanks
Miglior canzone (Streets of Philadelphia) a Bruce Springsteen
Candidatura migliore sceneggiatura
BAFTA 1995
Candidatura migliore sceneggiatura originale






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