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River Wild (2023)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 17 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 19 mar

River Wild

USA Ungheria 2023 thriller 1h31’

 

Regia: Ben Ketai

Sceneggiatura: Ben Ketai, Mike Nguyen Le

Fotografia: Gevorg Gev Juguryan

Montaggio: Ben Callahan

Musiche: Tristan Clopet

Scenografia: Nóra Talmaier

Costumi: Ildikó Andó, Diana Marton

 

Leighton Meester: Joey Reese

Taran Killam: Gray Reese

Adam Brody: Trevor

Olivia Swann: Karissa

Eve Connolly: Van

Matt Devere: Walt

Nick Wittman: Max

Courtney Chen: EMT

Kiel Kennedy: James

 

TRAMA: I fratelli Gray e Joey organizzano un’escursione di rafting con vecchi amici, sperando in un’avventura rigenerante tra le rapide. Tuttavia, la vacanza si trasforma presto in un incubo quando emerge il sospetto che qualcuno nel gruppo stia tramando per ucciderli.

 

VOTO: 6

 

 

Passione per un hobby impegnativo, avventura, survival non per natura ostile ma per cattive compagnie: si può riassumere in questi pochi, ma sufficienti, elementi il film di Ben Ketai, regista e sceneggiatore di un discreto thriller che sa intrattenere il giusto. Si tratta di un film che inizia come un’avventura sportiva ed ecologica che instilla immediatamente la goccia dell’inquietudine sin da una delle prime inquadrature, quella in cui - nella raduna del bosco vicino alla riva del torrente su cui faranno la gita - arriva la protagonista Joey (una efficace Leighton Meester) che incontra e riabbraccia il fratello Gray (Taran Killam) e fa la conoscenza con il suo amico Trevor (Adam Brody). Due cose saltano subito agli occhi, viste le reazioni ai due incontri: la donna ed il fratello sono anni che non si frequentano e ciò dimostra che non tutto filava liscio tra di loro; la nuova amicizia inizia male con uno sguardo chiaramente poco fiducioso, premonitore di futuri guai. In pratica, sono le premesse di ciò che si svilupperà nei giorni seguenti.

 


 

Un gruppo di amici, formato dai due germani, l’amico di lui, più due ragazze, Karissa (Olivia Swann) e Van (Eve Connolly), decide di affrontare un’avventura di rafting su un torrente bello e tortuoso. L’escursione, nata come un momento di riconnessione e divertimento, prende però una piega inattesa quando tensioni latenti e vecchie dinamiche irrisolte emergono all’interno del gruppo. Lungo il percorso, piccoli incidenti e comportamenti ambigui, specificatamente di Trevor, iniziano a insinuare il dubbio che il pericolo non provenga dall’ambiente selvaggio ma da qualcuno che è con loro sul gommone. La discesa si trasforma così in una lotta per mantenere la calma, capire di chi fidarsi e trovare una via d’uscita prima che la situazione degeneri.


 

Il film mantiene un tono teso e claustrofobico nonostante sia totalmente all’aperto, ma siccome ogni vago tentativo di abbandono viene vanificato dall’imperioso carattere del giovanotto al centro delle preoccupazioni, la tensione sale di minuto in minuto, puntando più sulle dinamiche psicologiche e sulla minaccia interna che sugli elementi spettacolari e naturali del rafting. La prima molla che fa scattare il meccanismo del giallo è uno strano incidente, che si rivela gravissimo, capitato ad una delle belle ragazze, che di notte, una volta accampati nelle tende canadesi, cade fratturandosi il cranio: è scivolata come dice Trevor, oppure è la conseguenza di un’aggressione ad opera di questo inaffidabile alleato di Gray? I sospetti sono pesanti e si aggravano ogni volta che il giovanotto blocca tutte le iniziative volte al soccorso della ragazza. Poi, la situazione, sempre peggiore sia della salute dell’infortunata, sia dei rapporti sempre più tesi tra gli altri quattro, precipita nella tragedia, nei tentativi di fuga falliti, nella costante minaccia da parte dell’esagitato Trevor – tra l’altro appena uscito dalla prigione per i loschi affari in società proprio con Gray - ora anche armato dopo aver ucciso la guardia forestale che avevano raggiunto per chiedere aiuto. Agli altri tre non resta che obbedire e sperare in un aiuto casuale di un escursionista di passaggio. L’importante è ora salvare la pelle da un uomo che non ha più nulla da perdere.

 


 

Una gita che diventa traumatica, una prigione a cielo aperto, con i personaggi subito immersi in un fiume che non dà tregua: un ambiente spettacolare ma pronto a ribaltarsi contro chi lo attraversa. Si era partiti con un passato mai risolto tra i due fratelli, con uno strano rapporto tra i due maschi, con una gita che si colora presto di inquietudine, ed ora è subentrato il dramma della sopravvivenza da un tizio disposto a tutto. Anzi a troppo, visto che, trovandosi alle strette in più di un’occasione, questo uccide senza riflettere molto, con una reazione istintiva. Ciò rappresenta anche un limite alla attendibilità dell’intera trama e quindi del film in sé. Difatti, se nel complesso è un lungometraggio accettabile, è negli snodi della trama che trova poca credibilità: quando incontrano altri escursionisti il giovane uccide, quando si potrebbero affrettare le operazioni di soccorso alla ragazza malmessa, il giovane uccide, quando gli altri riescono a fuggire, il giovanotto non esita a sparare.


 

Trevor è disperato, è in difficoltà, non ha buon senso, ma è in difficoltà e sa che se la ragazza moribonda si salvasse e parlasse, si scoprirebbe ciò che veramente è successo quella prima notte nell’accampamento. Da quella volta è stato un susseguirsi di eventi che lo mettono in difficoltà maggiori e per questo si è visto costretto a uccidere per venirne fuori. Ma fino a quando può durare questa situazione? Deve farli fuori tutti? Può poi scappare via fiume fino al Canada e far perdere le tracce?



L’intera durata del film è dedicata al thriller, perché l’avventura e la tecnica raffinata del rafting sono solo un contorno alla dorsale pericolosa della fuga dalla realtà: Trevor tira a campare decisione dopo decisione, reazione dopo reazione, minuto dopo minuto, badando al presente. Al dopo ci si penserà, che, in verità, è sempre lo stesso schema di salvezza di tutti i killer disperati: fare il vuoto e lasciare terra bruciata intorno. Ma quanto può durare se all’orizzonte non si prospetta nulla di sicuro?



Il fiume diventa una metafora perfetta del caos che travolge i personaggi. Le tensioni esplodono, i segreti emergono, e, nonostante la presenza fisica del fratello, è Joey che è costretta a prendere in mano la situazione: nel finale, tra rapide sempre più violente e ferite di ogni tipo, affronta Trevor e il passato che ha cercato di evitare. La sua inventiva, dettata più che altro dalle circostanze, diventerà determinante, quando ormai tutte le speranze sembrano esaurite. D’altronde, nel cinema d’azione americano non va sempre così?



Come si può intuire, dal contenuto e dal titolo, questo film rincorre l'originale del 1994 (The River Wild - Il fiume della paura, di Curtis Hanson, che viene citato prima dei titoli di coda) ma sinceramente senza mai avvicinarsi troppo. In comune vi sono il torrente impetuoso, le rapide, il rafting, i criminali, una donna che deve salvare se stessa e magari gli altri, ma non si va oltre. Qui si parte da una situazione differente di legami, di estranei, di motivazioni ad agire. Il terreno di battaglia è il medesimo, il letto del fiume è in entrambi i casi un percorso obbligato, ma le trame sono diverse. Ciò che li unisce è l’impossibilità della fuga, proprio appunto perché le rive sembrano confini inavvicinabili.



Un survival thriller crudo e minimale, nel quale la tensione psicologica cresce progressivamente fino a scoppiare in vera violenza visiva. Un solido esercizio di genere che punta tutto sulla psicologia dei personaggi, complice anche il budget molto ristretto che non permette slanci spettacolari e lo si può notare facilmente. La regia di Ben Ketai è ordinaria, è quella tipica delle serie che sono il terreno su cui gioca spesso il regista, il quale sa come agire ma che non usa grandi iniziative; gli attori non mi sono apparsi sprovveduti e meritano approvazione, specialmente la brava Leighton Meester.



Nulla di speciale, ma il film intrattiene senza grandi pretese, svolge il suo sporco lavoro per una serata in TV. What else?



 
 
 

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Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

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