Sette anni in Tibet (1997)
- michemar

- 2 gen
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Sette anni in Tibet
(Seven Years in Tibet) USA, UK 1997 dramma 2h16’
Regia: Jean-Jacques Annaud
Soggetto: Heinrich Harrer (memoriale)
Sceneggiatura: Becky Johnson
Fotografia: Robert Fraisse
Montaggio: Noëlle Boisson
Musiche: John Williams
Scenografia: At Hoang
Costumi: Enrico Sabbatini
Brad Pitt: Heinrich Harrer
David Thewlis: Peter Aufschnaiter
Ingeborga Dapkūnaitė: Ingrid Harrer
Jamyang Jamtsho Wangchuk: Tenzin Gyatso
Jetsun Pema: madre del Dalai Lama
Makoto Iwamatsu: Tsarong
BD Wong: Ngawang Jigme
Danny Denzongpa: reggente del Governo Tibetano
Lhakpa Tsamchoe: Pema Lhaki
Ama Ashe Dongtse: Tashi
Ric Young: generale Chang Jing Wu
Ngawang Chojor: Ngawang Chojor, Gran Ciambellano
Duncan Fraser: ufficiale britannico
TRAMA: La storia vera di Heinrich Harrer, uno scalatore di montagne austriaco che stringe amicizia con il Dalai Lama ai tempi dell’occupazione del Tibet da parte della Cina.
VOTO 6

Dopo la morte di 11 scalatori, l’austriaco Heinrich Harrer (Brad Pitt) decide di aggiungere gloria al suo paese e all’orgoglio austriaco scalando il Nanga Parbat nell’India britannica, lasciando la moglie incinta. Egoista e solitario, non va d’accordo con gli altri membri della sua squadra, ma deve piegarsi ai loro desideri quando il maltempo li minaccia. Poi scoppia la Seconda Guerra Mondiale e vengono arrestati e rinchiusi nel campo di prigionia di Dehra Dun. Tenta di evadere diverse volte invano, ma alla fine ci riesce insieme a Peter Aufschnaiter (David Thewlis), e finiscono nella città santa di Lhasa, un luogo proibito agli stranieri. Ricevono cibo e alloggio e Peter finisce per sposare la sarta Pema Lhaki, mentre Heinrich fa amicizia con il Dalai Lama. Si incontrano regolarmente e mentre lui soddisfa la curiosità del bambino sul mondo, inclusi Jack lo Squartatore e i “capelli gialli”, viene esposto agli insegnamenti di Buddha e costruisce persino un cinema, mentre riceve la notizia della fine della guerra, del suo divorzio e del rifiuto del figlio di comunicare. Ma nulla lo preparerà alla devastazione che lo attende quando la Cina comunista decide di attaccare, causando la morte di oltre un milione di tibetani, la distruzione di oltre 6000 monasteri e il tradimento del loro stesso popolo.

È la storia vera di Heinrich Harrer rappresentata da Jean-Jacques Annaud con una splendida fotografia che cattura la maestosità dei paesaggi tibetani e con la colonna sonora evocativa di John Williams, la cui regia punta sostanzialmente ad esplorare la crescita personale, la spiritualità e l’amicizia offrendo uno sguardo affascinante sulla cultura tibetana e sugli effetti dell’invasione cinese.

L’interpretazione di Brad Pitt in è costruita su un registro di trasformazione interiore più che su un’esibizione attoriale. L’attore lavora per sottrazione: il suo personaggio parte come un uomo rigido, vanitoso, quasi impermeabile agli altri, e l’attore lo incarna con una compostezza glaciale, fatta di posture controllate e sguardi che evitano il contatto. È un’interpretazione che non cerca mai il carisma, anzi lo smorza.

La svolta arriva quando il film lo costringe alla vulnerabilità. Pitt rende credibile il passaggio dall’arroganza alla resa emotiva attraverso piccoli cedimenti: la voce che si ammorbidisce, il corpo che si rilassa, lo sguardo che finalmente si apre. Non è una performance “esplosiva”, ma un lavoro di modulazione, quasi un diario di viaggio interiore che si riflette nel volto dell’attore.

Il rapporto con il giovane Dalai Lama è il vero motore della sua interpretazione. Pitt trova lì un tono inedito: un misto di pudore, curiosità e tenerezza che dà profondità al personaggio e lo sottrae al rischio dell’eroismo occidentale. È in quelle scene che l’attore sembra davvero respirare, lasciando emergere un’umanità che all’inizio del film era completamente compressa. È una prova misurata, costruita più sulle crepe che sui picchi, che funziona proprio perché accompagna, senza forzarla, la metamorfosi morale del protagonista.
Tuttavia, il film è stato criticato per alcune imprecisioni storiche e per una rappresentazione a tratti romanzata degli eventi. Nonostante ciò, rimane un’opera cinematografica sufficientemente coinvolgente e visivamente attraente che invita lo spettatore a riflettere sulle trasformazioni interiori e sulle connessioni umane.
Riconoscimenti
Golden Globe 1998
Candidatura miglior colonna sonora














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