Sirāt (2025)
- michemar

- 1 giorno fa
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Sirāt
Spagna Francia 2025 dramma 1h55’
Regia: Óliver Laxe
Sceneggiatura: Santiago Fillol, Óliver Laxe
Fotografia: Mauro Herce
Montaggio: Cristóbal Fernández
Musiche: Kangding Ray
Scenografia: Laia Ateca
Costumi: Nadia Acimi
Sergi López: Luis
Bruno Núñez Arjona: Esteban
Richard Bellamy: Bigui
Stefania Gadda: Stef
Joshua Liam Henderson: Josh
Tonin Janvier: Tonin
Jade Oukid: Jade
TRAMA: Un padre e suo figlio giungono a un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale, alla ricerca di Mar, figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima durante una di queste feste interminabili. Immersi nella musica elettronica e in una libertà selvaggia a loro estranea, diffondono instancabilmente le foto della ragazza. La speranza svanisce, ma i due persistono e seguono un gruppo di raver verso un’ultima festa nel deserto. Mentre si addentrano sempre più nell’immensità ardente, il viaggio li mette di fronte ai propri limiti.
VOTO 7

Trovo così impegnativo e singolare questa opera dal punto di vista autoriale che la prima cosa che mi ha incuriosito è stato capire chi mai fosse Óliver Laxe per girare un film del genere, firmando anche la sceneggiatura in collaborazione con Santiago Fillol. Scopro che nasce a Parigi nel 1982 da emigranti galiziani e in quella terra torna da piccolo, dove cresce e studia a La Coruña intraprendendo lentamente la strada artistica: ne derivano un corto e tre lunghi che presentati a Cannes nelle sezioni parallele vincono sempre dei premi, il secondo dei quali (Mimosas) è girato sulla catena montuosa dell’Atlante, a dimostrazione dell’attrazione che avverte per questo tipo di natura, fino ad ottenere il pregiato riconoscimento del Premio Speciale della Giuria nel 2025 per questo film. Un premio di consolazione che pesa tantissimo. Scopriamo perché.
Marocco, deserto, un uomo accompagnato da un bambino cerca una ragazza tra la folla dei partecipanti ad un rave. E l’inizio di questo film definito da tutti come un road movie surreale, allegorico, introspettivo e perfino politico. Eppure, io l’ho subito come un forte e pesante dramma esistenziale, su strada, va bene, ma drammatico sino alla sofferta sopportazione fisica e mentale. Perché Sirāt? Nella tradizione islamica, significa letteralmente cammino, oppure via, ma la didascalia esplicativa del lungo incipit (il titolo arriva dopo ben mezz’ora) fa un passo avanti e ci dice: “Esiste un ponte chiamato Sirāt che collega l’inferno e il paradiso. Chi lo attraversa deve sapere che il suo passaggio è più stretto di una ciocca di capelli e più affilato di una spada”. Non pare chiarissimo ma profetizzante e non annuncia molto di buono, bensì difficoltà, quelle che, immagina lo spettatore, incontreranno i personaggi. Così avverrà ma sarà molto peggio di questa blanda, seppur mistica, definizione del termine e del titolo del film. L’idea, quindi, che l’inferno sia una fase, non un luogo chiuso, ma uno spazio di trasformazione. In questo senso il film è una ricerca, un viaggio verso una mutazione. Quello che ci riservano queste riflessioni ed il film non sono facili da spiegare perché è un film da osservare e percepire.
Nel deserto marocchino, durante un rave disperso tra dune e piste rocciose, un uomo di nome Luis (Sergi López) arriva con il figlio dodicenne Esteban (Bruno Núñez Arjona) alla affannosa ricerca di Mar, la figlia maggiore, scomparsa da mesi e forse coinvolta nel circuito delle feste itineranti che attraversano il Sahara. Padre e figlio distribuiscono volantini, sperando che qualcuno l’abbia vista. Un gruppo di giovani raver europei sostiene di aver sentito parlare di una festa ancora più a sud, vicino al confine con la Mauritania. Quando l’esercito interviene per sgomberare l’area, i ragazzi fuggono con i loro camion fuoristrada e Luis decide di seguirli con il suo piccolo van, nonostante il mezzo sia poco adatto alle asperità del percorso che li attende.
Il gruppo si inoltra così in un territorio sempre più remoto, mentre alla radio circolano notizie confuse su tensioni internazionali e un possibile conflitto in corso. L’attraversamento del deserto diventa un percorso iniziatico: tra paesaggi estremi, soste improvvisate e un’umanità nomade che appare e scompare, i rapporti tra Luis, Esteban e i giovani compagni di viaggio si trasformano lentamente. La ricerca di Mar si intreccia con un senso crescente di precarietà: il deserto non è solo uno spazio fisico, ma un luogo mentale in cui identità, paure e desideri vengono messi a nudo. Il viaggio si fa sempre più visionario, sospeso tra trance collettive, silenzi assoluti e incontri enigmatici. L’orizzonte si apre su un mondo in cui la linea tra realtà e percezione si assottiglia, mentre ognuno dei personaggi è costretto a confrontarsi con ciò che porta dentro di sé. Diventa così più che un road movie (e lo è, per le regole del cinema) un viaggio spirituale, un attraversamento del limite – geografico, emotivo, simbolico – che richiama il significato stesso del titolo: il ponte sottile tra perdizione e salvezza.
La breve conclusione della trama descritta è l’essenza della definizione di Sirāt come dalla didascalia accennata allorquando si assiste impietriti e senza parole, ma con molte emozioni improvvise e contrastanti, alle mortali esplosioni (no spoiler) che definiscono una volta per tutte il confine tra inferno e paradiso, tra vita e morte, tra la ricerca (della ragazza) e lo sperdimento di strada, orientamento, amicizie, speranza e vita. Siamo passati dal tump-tump assordante, ripetitivo, rimbombante del ritmo della musica techno del rave al silenzio assoluto. Quasi tutti il film è dominato da quel ritmo che copre le parole del padre e del figlio che chiedono, fotografia in mano, a chiunque sia lì nei balli lisergici se hanno incrociato la ragazza, ma senza ottenere risultati. Loro non disperano, chissà da quando sono in giro e insistono, si spostano, dormono in auto e riprendono il mattino tra le centinaia di giovani e persone mature che ballano. Sempre allo stesso ritmo. La ripetitività della musica, il suo pulsare ossessivo e ossessionante diventa la colonna sonora costante, senza pausa, che nei momenti più tragici diventa invece un sottofondo, un suono lontano, un affievolirsi come la vita nel deserto assolato.
Dopo la fuga dai militari, il tragitto diventa ad ostacoli e accade di tutto, non solo difficoltà di guadi o guasti meccanici. Il van di Luis non è il mezzo più adatto per affrontare il deserto, né tantomeno le spoglie montagne africane sempre più rosse, sempre più centrali per giungere nei pressi della Mauritania, luogo del rave successivo. Luis lo fa capire molte volte agli scettici Bigui, Stef, Josh, Tonin e Jade (magri, tatuati, monchi, spesso sfatti) e così nasce una strana amicizia che diventa alleanza e spartizione di viveri e acqua. Intanto arriviamo lì, poi si vedrà. Ma come vi giungeranno?
L’opera, prodotta anche da El Deseo (Pedro Almodóvar e il fratello Agustín), è un’opera a tratti straniante ma rapitrice di attenzione del pubblico e per questo molto rischiosa. Non si può essere certi di riuscirvi ma se il risultato è coinvolgere, allora è riuscita in pieno. Rompe molte leggi del genere con cui ha a che fare e molte leggi anche non scritte su ciò che si può o non si può fare al cinema. Il viaggio musicale, parte integrante perché permea la narrazione e le immagini, è complesso: si parte dalla techno con quel “kick” tribale e furioso (confesso che mi chiedevo quando avrebbe smesso), poi il kick si trasforma e sparisce e la musica diventa mentale, interiore, esoterica. Eterea. Si smaterializza come il racconto. Si smaterializza perché ci si accorge che è sì una faticosa avventura fisica, ma quando si è nei pressi dello sfinimento ecco che si altera in metafisica.
I minuti prefinali sono sconcertanti, quelli finali di rassegnazione dopo aver sfiorato il senso profondo della morte ed il pensiero di non dover mai smettere di ballare, anche se è la fine del mondo. E, nonostante l’implicazione mistica che è insito nel titolo, non vi è alcuna tentazione teleologica nel movimento del film di Laxe: il suo sguardo materialistico e spirituale giunge solo alla fine dei corpi. Ed è come se il povero Luis si stia chiedendo continuamente, mescolato con gli indigeni sul tetto del treno, cosa faccio qui? chi sono? qual è la mia missione? sono sulla strada giusta? qual è il senso di tutto ciò?
La regia di Óliver Laxe è certamente lodevole per la potenza immersiva e la capacità di trasformare il rave nel deserto in un’esperienza sensoriale e mistica. Si potrebbe parlare di un autore che filma il caos con una calma da monaco zen, capace di orchestrare suoni, corpi e paesaggi in un flusso visivo di rara intensità. La prima metà del film è ipnotica e rigorosa, un esempio di cinema che sa fondere estetica techno e contemplazione spirituale senza perdere coerenza. In Laxe c’è un gesto registico coraggioso, visionario e profondamente personale, che prospetta una posizione radicale tra gli autori emergenti della sua generazione. Necessita anche sottolineare la prova di Sergi López, uno dei veri punti di forza del film. Lui porta in scena una presenza fisica e morale potentissima, capace di incarnare insieme autorità, fragilità e un senso di colpa che non ha bisogno di essere spiegato. La sua performance è profondamente umana in un corpo che attraversa il deserto come se portasse sulle spalle un’intera vita non detta. È proprio lui a dare al viaggio di Laxe una dimensione tragica e terrena, rendendo credibile e toccante un percorso che altrimenti rischierebbe di restare solo simbolico.
Riconoscimenti
Festival di Cannes 2025
Premio della giuria
Miglior colonna sonora
Candidatura alla Palma d’oro
Oscar 2025
Candidatura per il miglior film internazionale
Candidatura per il miglior sonoro
Golden Globe 2026
Candidatura al miglior film straniero
Candidatura alla migliore colonna sonora originale
BAFTA 2026
Candidatura miglior film non il lingua inglese
EFA 2026
Miglior fotografia
Miglior montaggio
Miglior scenografia
Miglior sonoro
Miglior casting
Candidatura per il miglior film
Candidatura per il miglior regista
Candidatura per il miglior attore a Sergi López
Candidatura per la miglior sceneggiatura









































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