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Survive (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Survive

Survivre

Francia Belgio Marocco 2024 fantascienza/catastrofico 1h30’

 

Regia: Frédéric Jardin

Sceneggiatura: Alexandre Coquelle, Mathieu Oullion

Fotografia: Pierre Aïm

Montaggio: Reynald Bertrand, Camille Toubkis

Musiche: Nicolas Errèra

Scenografia: Pierre Queffelean

Costumi: Elisabeth Bornuat

 

Émilie Dequenne: Julia

Andreas Pietschmann: Tom

Lisa Delamar: Cassie

Lucas Ebel: Ben

Arben Bajraktaraj: uomo con lancia

Olivier Ho Hio Hen: Nao

Simon Rérolle: Adam

 

TRAMA: Julia e la famiglia festeggiano sullo yacht quando una tempesta li scaraventa in un mondo post-apocalittico. Una tragica inversione di polarità ha prosciugato gli oceani, rivelando fondali desertici e letali. Tra tragedie e insidie, la donna deve salvare i figli da un’umanità folle e da mostri abissali.

 

VOTO 6 –

 

 

Film apocalittico diretto da Frédéric Jardin che utilizza un grande disastro naturale – l’improvvisa inversione dei poli magnetici – come cornice per raccontare qualcosa di più intimo: la lotta di una madre per proteggere i suoi figli. Infatti, la storia segue una famiglia franco‑americana in vacanza ai Caraibi. Dopo che il mare si ritira lasciando scoperto il fondale oceanico, la madre Julia (la sfortunata Émilie Dequenne) e i figli rimangono intrappolati in un ambiente ostile. La morte violenta del padre, l’oceanografo Tom (Andreas Pietschmann), ad opera di uno dei pochi che incontrano nella ricerca di altri contatti dopo la devastazione, trasforma la vicenda da dramma familiare a survival thriller. La situazione peggiora appunto quando quel sopravvissuto, violento e mentalmente instabile, entra in scena.

 

 

Il film è stato girato in appena 20 giorni con un budget minimo, appena di 5 milioni di euro nelle gole del Dades a Boumalne-Dadès in Marocco, mentre le scene in mare sono girate in ambientazioni naturali al largo della costa. La scarsa disponibilità finanziaria però non ha scoraggiato il buon Frédéric Jardin, che ha il merito di aver saputo arrangiarsi (e lo si nota dalla mancanza di effetti speciali) con quel che aveva e ha firmato un’opera catastrofica che sa anche di ecologico, quando i protagonisti accennano ai disastri provocati dall’uomo e da qualche inquadratura che riprende la tanta plastica sparsa sulle terre emerse che era stata abbandonata in mare negli anni precedenti. In buona sostanza, è una bruttissima avventura iniziata con una vacanza su uno yacht nel mare dei Caraibi e divenuta una lotta di sopravvivenza. Perché, come sempre raccontato, nei momenti difficili l’uomo si incattivisce e la solidarietà nel bisogno e nell’aiuto sparisce.

 

 

Tra uomini sbandati in cerca di acqua e cibo, piccole creature scatenate che assaltano, sole cocente ed il prevedibile ritorno della massa acquea che non lascerebbe più scampo, i tre sopravvissuti, guidati da una madre tenace, cercano un posto per resistere in attesa di momenti migliori o di qualcuno che li soccorra. La disperazione e la sfiducia non aiuta ma l’importante è resistere sperando: se ci si abbandona è la fine certa. Pare l’ultimo giorno della Terra, peggiorato dalla mancanza di contatti radio con altri naviganti, ma dopo il totale prosciugamento diventa un viaggio arido.

 

 

Il film è costruito in tre atti: la catastrofe, con segnali inquietanti, tensione crescente, atmosfera da disaster movie; la sopravvivenza, con scarsità di risorse, gestione del tempo, fisicità estrema; la caccia: un deserto surreale, dinamiche da western, predatori e prede, quando la situazione sembra del tutto ingestibile e tutto sembra perso.

 

 

Il regista privilegia un realismo fisico e psicologico evitando effetti speciali invasivi e puntando su paesaggi reali e su una messa in scena essenziale. Il cuore del film è la trasformazione di Julia: non un’eroina sovrumana, ma una donna comune che trova in sé la forza primordiale per sorreggere fisicamente e psicologicamente i suoi due adolescenti. È un’apocalisse, ma il film serve per parlare di ciò che resta quando tutto crolla: istinto, amore, famiglia.

 

 

Il lavoro di Frédéric Jardin è praticamente sconosciuto essendo stato presentato in Italia solo al noto Trieste Science+Fiction Festival e mai distribuito in sala.

Le ristrette possibilità di produzione ne hanno fatto un piccolo film che rientra di diritto nel filone neo ecologico-catastrofico-survival francese.

La povera e bravissima Émilie Dequenne (la mitica Rosetta dei Dardenne) era vicina ad ammalarsi in maniera irrecuperabile e faticò nella fase di promozione nella primavera del 2024, lasciandoci ad un anno di distanza.

 


 
 
 

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