Sydney (1996)
- michemar

- 24 feb
- Tempo di lettura: 7 min

Sydney
Hard Eight
USA 1996 dramma 1h42’
Regia: Paul Thomas Anderson
Soggetto: Paul Thomas Anderson (corto Cigarettes & Coffee)
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Fotografia: Robert Elswit
Montaggio: Barbara Tulliver
Musiche: Jon Brion, Michael Penn
Scenografia: Nancy Deren
Costumi: Mark Bridges
Philip Baker Hall: Sydney
John C. Reilly: John Finnegan
Gwyneth Paltrow: Clementine
Samuel L. Jackson: Jimmy
Philip Seymour Hoffman: giocatore di dadi
TRAMA: Il giocatore d'azzardo professionista Sydney insegna a John i trucchi del mestiere, il quale se la cava bene finché non si innamora della cameriera Clementine.
VOTO 7,5
Fin dall’esordio, il mio amatissimo Paul Thomas Anderson scolpisce a chiare lettere una delle caratteristiche del suo cinema, che quindi riscontreremo anche nelle opere successive, ribadite da una frase chiarificatrice udita in uno dei suoi capolavori, Magnolia: “Ora che ci siamo incontrati, avresti niente in contrario se non ci vedessimo mai più?”. E difatti potrebbe dirlo ogni protagonista di PTA, combattuto tra l’incontro fatale con un’anima gemella o rivale e la voglia di fuggire da un legame che terrorizza. Sempre così, coppie di personaggi che si odieranno o si ameranno, che si attireranno o si respingeranno. Vedi, solo per fare qualche esempio, The Master, Il petroliere, Licorice Pizza, dove, in quest’ultimo, lui dice “ho conosciuto la donna che sposerò”.
In altre parole, il regista losangelino costruisce film molto diversi tra loro, ma i suoi protagonisti condividono un nucleo sorprendentemente coerente, come se sia ossessionato da un certo tipo di personaggio che poi, ovviamente, rimodella di film in film come se fosse un’unica figura che cambia pelle. Questi, pur muovendosi in mondi narrativi molto diversi, sembrano appartenere a una stessa famiglia inquieta: sono figure che partono sempre da un vuoto identitario, da una mancanza che li spinge in avanti. Questa fragilità si intreccia con un rapporto problematico con il potere: alcuni lo desiderano, altri lo esercitano, altri ancora lo subiscono, ma in tutti i casi il potere è una forza deformante. A muoverli tutti è quasi sempre una pulsione dominante, un desiderio compulsivo che diventa motore e rovina: l’ambizione, il sesso, la dipendenza, il bisogno di controllo, la fede, la gelosia, la creatività. Sono uomini e donne che non sanno vivere senza inseguire qualcosa, e che spesso non sopravvivono a ciò che inseguono. Dentro questa tensione si innestano relazioni simbiotiche, spesso tossiche, che costituiscono il vero cuore emotivo dei film. Sempre tra grandezza e miseria e soprattutto sono personaggi incapaci di integrarsi davvero nel mondo e anche quando sembrano riuscirci, restano alieni. Forse sconfitti addirittura. Umanità irrisolta, che Anderson filma con una compassione feroce.
Tutta questa introduzione per un film d’esordio? Ebbene sì, per il motivo che ne sto scrivendo per ultimo, dopo aver trattato tutti gli altri e, riflettendo, scopro che sin dal 1996 PTA ha mantenuto la sua rotta. Per esempio, questo grandioso piccolo film che, ho paura, molti hanno dimenticato.
Sydney (Philip Baker Hall), un elegante e misterioso giocatore d’azzardo di mezza età, incontra fuori da un diner John (John C. Reilly), un giovane disperato perché non ha i soldi per il funerale della madre: è andato a giocare i suoi pochi risparmi per vincere il necessario ed invece ha perso tutto, proprio tutto, neanche i soldi per un caffè. L’uomo lo prende sotto la sua ala, lo porta a Las Vegas e gli insegna come giocare e vincere denaro. Due anni dopo, John è diventato il suo protetto: ingenuo ma affezionato, vive grazie ai consigli e alla disciplina del suo mentore. Nel frattempo si innamora di Clementine (Gwyneth Paltrow), una cameriera che si prostituisce occasionalmente. Una notte, John e la donna sequestrano un cliente che non l’ha pagata, minacciando la moglie dell’uomo per ottenere i soldi: Sydney interviene, li aiuta a fuggire e ripulisce la scena. Jimmy (Samuel L. Jackson), un conoscente di John, ricatta Sydney rivelando di sapere che anni prima ha commesso un delitto che lo comprometterebbe (no spoiler!). Sydney gli consegna il denaro richiesto, ma poi lo uccide per proteggere il protetto. Il giorno dopo, torna al diner dove tutto era iniziato, cercando di nascondere le tracce del sangue sulla camicia, mentre John - ignaro di tutto - continua a considerarlo una figura paterna.
La prima parte è un affascinante prologo in cui avviene l’incontro dei due uomini dove l’elegante anziano invita l’altro, giovane e trasandato, ma soprattutto depresso per essersi giocato tutto a Las Vegas. Per questo si impietosisce e si incuriosisce fino ad offrirgli una tazza di caffè ed una sigaretta. Non dimentichiamo che il film scaturisce da un corto di PTA chiamato appunto Cigarettes & Coffee, molto differente dal Coffee and Cigarettes (anche questo prima corto nel 1986 e poi del film antologico del 2003) di Jim Jarmusch. E difatti hanno in comune, ma solo questo, i dialoghi in uno spazio chiuso, con le frasi, il luogo ed un caffè con una sigaretta come pretesto narrativo. Tornando al film, osserviamo come Sydney pensi che intenzioni dell’altro siano ammirevoli e gli offre un'opportunità (ma chissà come mai, vero?): tornare a Las Vegas e imparare come ottenere una stanza gratuita e magari vincere qualche soldo extra. Le idee di Sydney sono ingannevolmente semplici e indiscutibilmente efficaci che il regista filma con stile e un sottotesto di umorismo ironico.
Poi, nel cuore della trama due anni dopo, si scopre che il legame si è consolidato in una sorta di rapporto padre e figlio, maestro e allievo, ma è evidente anche come Sidney osservi la fidanzata di John, la cameriera/prostituta Clementine, la quale obietta: “Ti segue e ti adora come se fossi un capitano”. Purtroppo per loro, però, il comportamento della donna introduce presto nuovi ostacoli nella loro amicizia, così come accade con il losco agente della sicurezza Jimmy.
Il film prende in prestito le sue convenzioni dai thriller noir, ma va considerato più un dramma di personaggi che altro. Certo, ci sono un po’ di violenza, sparatorie e qualche colpo di scena, ma tutto torna sempre al rapporto tra Sydney, maturo e riflessivo risolutore di problemi, e John, individuo ferito e poco brillante che prende sotto la sua protezione. Anche Clementine è una delle scartate della vita, ma l’interesse di Sydney per lei è principalmente come compagna per il figlio surrogato. Come si avverte sin dall’inizio, il protagonista che dà il nome al titolo del film è una persona misteriosa: cosa sappiamo del suo passato? È sincero nei suoi rapporti o ha secondi fini, ovviamente egoistici? Solo alla fine, calma.
È un esordio sorprendentemente maturo, un film che rivela fin da subito la mano sicura e la sensibilità narrativa di Paul Thomas Anderson. La regia è asciutta ma elegantissima, capace di trasformare una storia minima in un racconto di grande densità emotiva. Il cuore del film, come ho cercato di esprimere, è la relazione tra i personaggi, osservata con una delicatezza rara e con un’attenzione quasi chirurgica ai gesti, ai silenzi, alle esitazioni. Philip Baker Hall (attore per me mai sufficientemente apprezzato) offre una delle interpretazioni più raffinate della sua carriera, costruendo un protagonista enigmatico e profondamente umano. PTA dimostra un controllo sorprendente del ritmo e della tensione, lasciando emergere il dramma senza mai forzarlo. L’atmosfera è ipnotica, sospesa, e la sua scrittura rivela già la sua capacità di intrecciare morale, colpa e redenzione. Sidney è un noir atipico, intimo e compassionevole, che annuncia con forza la nascita di un autore vero.
John C. Reilly porta nel film una vulnerabilità disarmante: il suo John è un uomo buono ma fragile, incapace di leggere il mondo e per questo bisognoso di una guida. Riesce a renderlo tenero senza infantilizzarlo, costruendo un personaggio che vive di esitazioni, sguardi e piccole goffaggini che diventano immediatamente umane. Samuel L. Jackson, nel ruolo di Jimmy, offre una presenza magnetica e minacciosa: il suo carisma naturale si piega qui a un’energia più ambigua, insinuante, che introduce nel film una tensione sotterranea e imprevedibile. Gwyneth Paltrow, infine, dà a Clementine una dolcezza incrinata, una fragilità che non scivola mai nel cliché della “ragazza da salvare”. La sua interpretazione è calibrata, sensibile, capace di far emergere la complessità emotiva di una donna che cerca affetto e protezione senza perdere la propria dignità. Un anno dopo Seven, nell’anno di Emma e due anni prima di Sliding Doors, per lei è un’ottima occasione per dimostrare che è una buonissima attrice e si fa notare abbondantemente. Insieme, i tre attori formano un triangolo emotivo che sostiene e amplifica la quieta intensità del film, certamente dominata da Philip Baker Hall. Questi faceva già parte del corto da cui è partito il progetto del film, e poi ha partecipato anche a Boogie Nights - L'altra Hollywood e Magnolia. Questi sono i soli personaggi di rilievo, fatta eccezione una breve apparizione del giovane Philip Seymour Hoffman, che comparirà per ben altre cinque volte nei film del regista.
Regia formidabile, magistrale, seppure di un esordiente di soli 26 anni, e già la prima sequenza è degna di studio. Si comincia con un piano-sequenza di un minuto e dodici secondi. L’inquadratura è fissa verso l’esterno di una tavola calda, un diner, dicono lì. Campo totale e John è solo un dettaglio del paesaggio. Da destra entra Sydney, di spalle, e la macchina da presa si mette in moto: una lunga carrellata in avanti lo segue fino a stringere sul primo piano di John. I due scambiano poche battute, sempre inquadrati da questa posizione. Al primo stacco c’è un salto temporale: li ritroviamo già seduti all’interno, e ora è Sydney a occupare il primo piano. Il dialogo prosegue in un alternarsi di campi e controcampi costruiti dalla stessa angolazione, finché Sydney si alza e invita John a seguirlo. Restano i campi e controcampi, ma tornano anche le carrellate frontali, che avanzano lentamente man mano che la conversazione si fa più tesa. Quando John accetta, l’inquadratura lo schiaccia sul lato sinistro dello schermo, dove prima sedeva l’altro. Anche lui si alza, ma la macchina da presa non lo segue: preferisce avanzare verso le due tazze vuote sul tavolo, che inquadra in dettaglio come attratta da un magnetismo silenzioso. Un nuovo stacco, e appare il titolo su fondo nero. È una dichiarazione d’intenti: Sydney sarà un film di primi piani e dialoghi, di movimenti misurati, quasi sempre carrellate lente in avanti che stringono sui volti e sulle esitazioni dei personaggi. Magistrale. Nel finale basta l’inquadratura dello specchietto retrovisore dell’auto per tornare alla prima sequenza e capire come è iniziato il film.
Fondamentale per me. È con questo film che così mi sono avvicinato a Paul Thomas Anderson, fino a coltivare ogni sua opera e ad amarlo come uno dei miei autori preferiti in assoluto. Regista che dalla presentazione della pellicola alla 49.a edizione del Festival di Cannes del 1996 ha iniziato una carriera luminosa che per ora è arrivata solo alla decima opera, Una battaglia doppo l’altra. Una più bella dell’altra.




















































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