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The Rhythm Section (2020)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 15 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

The Rhythm Section

Irlanda UK Spagna USA 2020 thriller 1h49’

 

Regia: Reed Morano

Soggetto: Mark Burnell (romanzo)

Sceneggiatura: Mark Burnell

Fotografia: Sean Bobbitt

Montaggio: Joan Sobel

Musiche: Steve Mazzaro

Scenografia: Tom Conroy

Costumi: Eimer Ni Mhaoldomhnaigh

 

Blake Lively: Stephanie Patrick

Jude Law: Iain Boyd

Sterling K. Brown: Marc Serra

Max Casella: Leon Giler

Daniel Mays: Dean West

Geoff Bell: Green

Richard Brake: Lehmans

Raza Jaffrey: Keith Proctor

Tawfeek Barhom: Reza

 

TRAMA: Stephanie Patrick è una donna come tante altre che ha intrapreso un percorso di autodistruzione dopo il tragico incidente aereo che le ha sterminato la famiglia. Quando scopre che l’incidente tale non è stato, Stephanie scivola in un universo oscuro e complesso alla ricerca di vendetta nei confronti dei responsabili e redenzione per se stessa. Ora conosce la verità e pretende giustizia.

 

VOTO 6 –

 

 

Occasione sprecata, quella della regista Reed Morano, che trae dal romanzo di Mark Burnell, chiamato a scrivere anche la sceneggiatura, perché il personaggio femminile che fa da protagonista in una storia di vita difficile poteva rendere di più. A cavallo tra le eroine che ultimamente dominano la scena dei film d’azione, il regista ha ricavato un film che incrocia le trame di Atomica Bionda e Red Sparrow per come si muove la Stephanie protagonista, ma che a mio parere è molto più simile alla impareggiabile Nikita di Besson. L’azione e la vendetta della donna si originano da una sciagura familiare, un incidente aereo in cui lei ha perso i parenti: si è lasciata andare del tutto alla rovina, tra dipendenza tossica e prostituzione. Persa del tutto, ma qualcosa accadrà per farla reagire. Un classico.

 

 

Lei è Stephanie Patrick (Blake Lively), una giovane donna distrutta dalla perdita improvvisa della sua famiglia in un incidente aereo che ha segnato la fine della sua vita precedente. Sprofondata in un’esistenza caotica e autodistruttiva, scopre che la tragedia potrebbe non essere stata un semplice incidente. Questa rivelazione la spinge a cercare risposte, entrando in contatto con un ex agente, Iain Boyd (Jude Law) che la introduce a un mondo di operazioni clandestine, identità costruite e missioni che richiedono sangue freddo e disciplina. Stephanie inizia così un percorso di trasformazione che la porta a confrontarsi con i propri limiti fisici ed emotivi.

 

 

Mentre si addentra sempre più in una rete di complotti internazionali, Stephanie deve imparare a muoversi in un ambiente dove ogni passo falso può essere fatale. La sua ricerca di verità si intreccia con il desiderio di riscatto, costringendola a reinventarsi completamente per sopravvivere. Il film costruisce un thriller teso e intimo, in cui la protagonista affronta non solo i nemici esterni ma anche le proprie fragilità, cercando un equilibrio tra vendetta, giustizia e la possibilità di una nuova identità.

 

 

È chiaramente un thriller che ambisce a unire il dramma intimo di una donna devastata dalla perdita con la tensione di una storia di spionaggio internazionale. L’idea di fondo è forte: seguire una protagonista “spezzata” che tenta di reinventarsi come assassina per vendicare la morte della propria famiglia. Tuttavia, il film fatica a trovare un equilibrio tra introspezione e adrenalina, oscillando tra momenti potenti e lunghe zone d’ombra narrative.

 

 

La parabola di Stephanie parte da un dolore assoluto: un attentato aereo le porta via genitori e fratelli, lasciandola in un limbo autodistruttivo. Il suo percorso di rinascita, affidato a un ex agente dell’MI6 che la addestra con metodi brutali, avrebbe potuto essere il cuore emotivo del film. Invece, la costruzione del personaggio resta frammentaria, affidata a flashback rapidi e poco incisivi che non permettono di percepire davvero chi fosse Stephanie prima della tragedia. Questo rende difficile creare un legame empatico con lei, nonostante la dedizione fisica della protagonista.

 

 

Sul piano dell’azione, il film alterna sequenze ben orchestrate ad altre più confuse, complice l’uso di una soggettiva che a volte sacrifica la chiarezza per l’immediatezza. Alcune scene funzionano, ma manca un vero crescendo: il ritmo procede a scatti, con improvvise accelerazioni seguite da lunghe pause che smorzano la tensione. Anche il tono complessivo è sorprendentemente cupo per un thriller di vendetta: la messa in scena privilegia la desolazione emotiva rispetto al divertimento o alla suspense, scelta che potrebbe affascinare chi cerca un approccio più realistico ma che rischia di appesantire l’esperienza.

 

 

Il risultato è un film che possiede singoli momenti efficaci ma non riesce a comporre un insieme coeso. L’idea di raccontare una spia “imperfetta”, vulnerabile e lontana dagli stereotipi glamour, è interessante, tuttavia la scrittura non approfondisce abbastanza il suo trauma da renderlo davvero palpabile e l’azione non è abbastanza incisiva da compensare. Rimane così un’opera ambiziosa ma irrisolta, che tenta di distinguersi nel panorama dei thriller al femminile senza trovare una vera identità.

 

 

È interessante osservare come recita e si muove Blake Lively, attrice capace di ruoli di diverse caratteristiche. Vicino a lei un esperto e duttile Jude Law, sempre abile a passare nei vari generi, dal papa all’agente. Peccato per entrambi che l’occasione sia stata poco ghiotta ma nulla toglie al sincero tentativo della regista di costruire un personaggio al femminile per una storia molto dura.

 


 
 
 

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