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The Vanishing – Scomparsa (1993)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 15 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

The Vanishing – Scomparsa

The Vanishing

USA 1993 thriller 1h49’

 

Regia: George Sluizer

Soggetto: Tim Krabbé (romanzo The Golden Egg)

Sceneggiatura: Todd Graff

Fotografia: Peter Suschitzky

Montaggio: Bruce Green

Musiche: Jerry Goldsmith

Scenografia: Jeannine Oppewall

Costumi: Durinda Wood

 

Jeff Bridges: Barney Cousins

Kiefer Sutherland: Jeff Harriman

Nancy Travis: Rita Baker

Sandra Bullock: Diane Shaver

Park Overall: Lynn

Maggie Linderman: Denise Cousins

Lisa Eichhorn: Helene Cousins

George Hearn: Arthur Bernard

Lynn Hamilton: Miss Carmichael

 

TRAMA: Jeff e Diane sono in vacanza nell’Oregon. Si fermano a una stazione di servizio, lei scende per un attimo e non torna più. Le indagini non portano a nulla e così, tre anni dopo, c’è ancora soltanto Jeff che s’impegna nella ricerca della verità. E, finalmente, dopo tre anni qualcosa sembra chiarirsi: c’è una traccia che porta a un certo Barney Cousin, rispettabile chimico, ma non del tutto sano di mente.

 

VOTO 6

 

 

Una premessa: ho visto il film tanti anni fa ed oggi posso solo, scavando nella memoria, ricavare qualche riflessione e rileggermi la trama che non potrei ricordare per intero.

 

 

Innanzitutto va precisato che questo è il remake del film originale girato dallo stesso regista George Sluizer ed il rifacimento americano arriva con un’ombra ingombrante: quella del film franco-olandese del 1988 (Il mistero della donna scomparsa), un thriller glaciale che aveva lasciato il pubblico con un nodo allo stomaco e un finale impossibile da dimenticare. L’originale raccontava la sparizione inspiegabile di una giovane donna in un’area di servizio francese e la successiva, ossessiva ricerca del fidanzato, culminata in una rivelazione tanto terribile quanto inevitabile. Nonostante alcuni momenti di tensione ereditati dalla sceneggiatura originale, il film americano appare come una copia annacquata. La scrittura di Todd Graff (a differenza della prima versione che era firmata dal regista e dallo scrittore del romanzo) replica molte scene chiave, ma senza la precisione psicologica e la sottile inquietudine del primo film. Elementi simbolici importanti vengono eliminati, e il personaggio di Bridges, anziché essere un individuo disturbante e ambiguo, scivola verso la caricatura del maniaco da thriller anni ’90.

 

 

Vediamo nei particolari la trama. Il film si apre con Barney Cousins (Jeff Bridges), un professore di chimica dall’apparenza irreprensibile, che in una baita isolata mette a punto un metodo per compiere un rapimento “perfetto”, mentre la sua famiglia sospetta che stia avendo una relazione. Intanto Jeff Harriman (Kiefer Sutherland) è in viaggio con la fidanzata Diane Shaver (Sandra Bullock): durante una sosta in una stazione di servizio, la ragazza scompare senza lasciare traccia. La polizia non trova indizi e Jeff, devastato, inizia una ricerca ossessiva che durerà anni, tappezzando città di volantini e inseguendo ogni possibile pista. Sfinito, si ferma in un diner dove conosce Rita (Nancy Travis), una cameriera che lo aiuta a rimettersi in piedi. Un anno dopo vivono insieme a Seattle, ma l’ossessione di Jeff non si è spenta: finge di partecipare alle esercitazioni della riserva militare per continuare a indagare di nascosto. Quando Rita scopre il manoscritto del libro che Jeff sta scrivendo sulla scomparsa di Diane, lo affronta e gli impone di scegliere tra il passato e la loro relazione.

 

 

Jeff prova a lasciarsi tutto alle spalle, ma Barney - che ha seguito la vicenda a distanza - decide di attirarlo in una trappola: gli invia una lettera promettendo finalmente la verità. Da qui si innesca un gioco psicologico in cui il rapitore manipola l’altro offrendogli una sola possibilità: scoprire cosa è accaduto a Diane solo se accetterà di vivere esattamente ciò che lei ha vissuto. La tensione cresce mentre Rita, intuendo il pericolo, tenta di rintracciare Jeff e di intervenire prima che sia troppo tardi. Il film procede verso un confronto finale che intreccia ossessione, colpa e il bisogno disperato di chiudere un cerchio rimasto aperto troppo a lungo.

 

 

Il cambiamento più grave riguarda il finale: la versione del 1988 era un colpo al cuore, una scelta narrativa radicale. Direi un finale degno di un horror. Qui, invece, si opta per una soluzione più rassicurante, quasi a voler proteggere lo spettatore da un’esperienza troppo scomoda. Il risultato è un film che sembra non aver compreso il monito che uno dei personaggi pronuncia a un certo punto: “Il diavolo è nei dettagli”.

 

 

La delusione del finale è presto spiegata: pare che il cambiamento sia stato imposto al regista per favorire meglio i gusti del pubblico americano. La conseguenza è che il pugno nello stomaco del finale non c’è più, e dire che in molti ricordano quel film proprio per il finale.

 


 
 
 

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