Tre ciotole (2025)
- michemar

- 2 giorni fa
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Tre ciotole
Italia Spagna 2025 dramma 2h
Regia: Isabel Coixet
Soggetto: Michela Murgia (romanzo)
Sceneggiatura: Enrico Audenino, Isabel Coixet
Fotografia: Guido Michelotti
Montaggio: Jordi Azategui
Musiche: Alfonso de Vilallonga
Scenografia: Paola Comencini, Valeria Meuti
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Alba Rohrwacher: Marta
Elio Germano: Antonio
Sarita Choudhury: gastroenterologa Benati
Silvia D’Amico: Elisa
Lorenzo Terenzi: Claudio
Galatéa Bellugi: Silvia
Francesco Carril: Agostini, collega di Marta
Sofia D’Elia: Giulia, studentessa
Aisha Meki: Flaminia, studentessa
TRAMA: La relazione tra l’insegnante di liceo Marta e lo chef Antonio si incrina e finisce bruscamente dopo una lite apparentemente banale.
VOTO 6,5

“Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita”, dice il romanzo di Michela Murgia, soggetto, non fedelissimo, dell’ultima opera della prolifica Isabel Coixet. È più o meno così che inizia il film, quando Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano) rientrano da una serata con amici in cui lui, come al solito, è stato partecipe e amichevole, di compagnia, insomma, al contrario di lei che non ama trascorrere così le serate e che - come le dice con invidia l’evanescente collega insegnante di filosofia - riesce sempre a non fare le cose che non vuole fare. Questo comportamento diventa il pretesto - perché è chiaro che non può bastare solo ciò- dell’uomo per contestarla nervosamente e a farle presente che non sopporta questa sua condotta, fino al punto di dichiarare apertamente che per lui è arrivato il momento di “prendere una pausa”, classica forma verbale di chi non ha il coraggio di dire che è stufo del rapporto e che non l’ama più. Capita, anche come capita a Marta, che tutto si poteva attendere tranne di essere lasciata in asso quando tutto pareva andare bene e soprattutto all’improvviso e in quella maniera

Ma riavvolgiamo il nastro. “Lo so. Lo so cosa dicono i documentari del National Geographic. Lo so. Che gli stormi si uniscono in questa incredibile danza per proteggersi dai predatori e per impedire loro di attaccare. Ma io ho un'altra teoria.” È la voce di Marta che osserva i grandi stormi dalla finestra del suo appartamento trasteverino dove vive con Antonio, la cui relazione si incrina quando l’indolenza emotiva di lei spinge l’altro a lasciarla. Lo shock della separazione si manifesta nel corpo della protagonista (o almeno così sembra), che inizia a soffrire di gravi disturbi gastrointestinali. Su consiglio della sorella Elisa (Silvia D’Amico), si rivolge alla gastroenterologa Benati (Sarita Choudhury) che diventa una figura centrale nel suo percorso: non solo la aiuta a ritrovare un equilibrio fisico, ma la accompagna anche nella scoperta di una nuova consapevolezza emotiva, a guardare diversamente la vita e a godere dei piccoli e grandi piaceri. Nonostante la diagnosi di un tumore metastatico non operabile che cambia radicalmente la prospettiva, Marta inizia a guardare la propria vita con una lucidità e una gratitudine inaspettate.

Mentre Antonio comprende troppo tardi di aver agito d’impulso, Marta trova invece una forma di pienezza proprio nel momento più fragile della sua esistenza. Agostini (Francesco Carril), il collega di filosofia, innamorato silente ma persona ciarliera, promette di occuparsi delle questioni che lei non può più seguire a scuola, mentre Marta finge di partire per un lungo viaggio in Corea (l’aspetto più surreale e divertente del film, essendosi creata una compagnia virtuale, un cantante coreano di cartone). L’epilogo riunisce nella sua casa tutte le persone che hanno attraversato la sua storia, ciascuna portando via un ricordo. Compreso il divo coreano che appare in carne e ossa, come se Marta fosse ancora lì a parlargli come faceva tutti i giorni solitari.

Come capita a tanti, purtroppo, malati terminali, il soggetto interessato affronta la patologia con ovvia difficoltà ma con toni differenti e ciò dipende da chi ti è vicino nella vita, nella cura e intorno. Vicino a Marta resta solo la sorella Elisa, che però non ha un carattere forte che potrebbe sostenerla, ma comunque la incoraggia e le è di conforto fortemente affettivo, la dottoressa diventa anche psicologa e assume un ruolo importante nel percorso. Intorno ci sono gli studenti apatici e superficiali che si notano in questo periodo, compreso due ragazzine che “si tagliano”, mostrando, indirettamente, le difficoltà dell’esistenza moderna e della mancanza di valori importanti. Per fortuna c’è il collega di filosofia, un gran chiacchierone, evidentemente anche lui solo nella vita, come e peggio di Marta, a cui lei dà poca importanza ma che nel periodo peggiore che sta affrontando, sola e malata, le risulta un punto importante d’appoggio. Diventa, quindi, un probabile sostituto di Antonio, anche se nessuno ci crede, sia noi spettatori che lei stessa.

È evidente, conoscendo noi tutti come è finita l’esistenza di Michela Murgia, che il libro di partenza sia semi-autobiografico. Ed è l’incrocio di due storie, una di affetto esaurito, l’altra di una malattia in espansione. Nella prima ci sono i prevedibili alti e bassi e in disarmonia, nel senso che prima lei ci soffre e lui pensa ad altro, la sua cucina in primis; poi lei si abitua alla solitudine e si concentra sugli effimeri miglioramenti della salute, mentre lui si accorge che la donna gli manca enormemente. Amore e malattia, una potrebbe migliorare, l’altra non lascia scampo. A prescindere da questi due protagonisti, ogni altro personaggio contribuisce a conferire alla storia una struttura che intreccia relazioni interpersonali capaci di riflettere, amplificare e arricchire il nucleo tematico centrale. Ognuno è una lente diversa attraverso cui osservare il trauma, la cura e il lento ritorno alla vita. Ritorno tentato invano da parte di Marta e riuscito, dopo, solo dai suoi cari, che, come richiesto, si dovevano riunire nella sua casa per festeggiarla con vino e musica e tenendo per sé un qualsiasi oggetto per ricordo, anche le tre ciotole che la coppia aveva comprato tempo prima. Tre piccoli contenitori che lei usava per insalate e contorni, ma che dal punto di vista esistenziale possono anche rappresentare gli ingredienti della vita di ognuno: amore, cibo, morte.

Marta, sempre spostandosi in bici, si concentra sulla malattia e anche sui suoi studenti, non riuscendo a ben comprendere il loro comportamento, sia quando i maschi si divertono sadicamente su un malcapitato piccione (a cui dedica una poesia funebre che parla anche di albe dei nuovi giorni), sicuramente pensando a sé), sia quando scopre che le ragazze aprono ferite sulle braccia per provare qualcosa in una vita declassificata. I mali fisici di chi vuol vivere e i mali della società giovanile si mescolano in una storia doppiamente dolorosa, perché ciò che domina è l’egoismo: di chi abbandona, pur se legittimamente, e di chi affronta la monotonia di una vita senza valori. In ogni caso, comunque, sono possibilità mancate, rotture di meccanismi arrugginiti, vuoti che non sono a rendere ma persi per sempre.

Ma davvero la delusione e l’afflizione possono portare una malattia così grave? Grazie a Dio questo non è un aspetto presentato nel film di Isabel Coixet ma il dubbio vaga per il film, o qualcuno può pensarlo. Piuttosto appare contrastante la figura vulcanica e sempre sorridente della scrittrice sarda e l’atmosfera che ammanta questa narrazione, che è alquanto banale e melanconica, piena di luoghi comuni, senza un guizzo di originalità. Peccato perché le interpretazioni sono fuori di dubbio molto buone, e se sono scontatamente efficaci quelle di Alba Rohrwacher e Elio Germano (ogni volta che lo vedo mi ripeto sempre la stessa cosa: pare un attore solo buono, salvo poi accorgermi puntualmente che è uno dei migliori di sempre), le belle sorprese arrivano da Siliva D’Amico e dalla ancora, per me, indecifrabile Galatéa Bellugi. Non capisco la scelta di Sarita Choudhury ma va bene ugualmente.

Isabel Coixet: “’Tre Ciotole’ è il mio paesaggio interiore, racconto di una donna alle prese con due eventi simultanei: è nel mezzo di una dolorosa separazione e davanti all'inevitabile. Ma non è una donna che implora o cerca compromessi; è una donna che si inchina, come si fa davanti al sole che tramonta, consapevole che sorgerà di nuovo, altrove, al di là del suo sguardo. Voglio raccontare il suo percorso nella Roma di oggi con delicatezza ed emozione, perché Marta ci mostra che perfino nell'addio può esserci grazia, e anche nel dolore c’è spazio per la gioia. Nel film ho voluto esplorare come la perdita influenzi il rapporto di coppia, mostrando come i piccoli dettagli della vita quotidiana possano riflettere grandi verità emotive. Il cibo, in questo caso, diventa un simbolo potente della distanza che si crea tra due persone che una volta condividevano tutto.”

Alba Rohrwacher: “Mi sembrava bellissimo poter raccontare qualcosa che da qualche parte riguardasse Michela Murgia anche perché leggendo la sceneggiatura ho capito fin da subito che nasceva dalla raccolta di racconti ‘Tre Ciotole’ ma diventava comunque altro. Ho anche avuto timore perché sentivo che andavamo a toccare qualcosa di molto prezioso e contestualmente ho avvertito un forte senso di responsabilità perché ero stata chiamata e mi avevano cercata per questo progetto. Alla fine, mi sono detta: proviamo a cercare questo mondo, a muoverci trovando i passi che lei aveva fatto nei nostri.”

Roma, quando è l’ambiente di un film, è sempre una “scenografia” ideale, diventa sempre uno sfondo che non passa inosservato soprattutto coi colori serali, i vicoli di Trastevere, le case che si permettono panorami a cui non ci si abitua mai che il buon cast tecnico sa esaltare. Gli attori ottimi, la regia un po’ meno: ci si poteva attendere di più? Forse, ma da Isabel Coixet si ottiene sempre e solo normalità.






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