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True Story(2015)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 21 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

True Story

USA 2015 dramma/thriller 1h39’

 

Regia: Rupert Goold

Soggetto: Michael Finkel (memorie)

Sceneggiatura: Rupert Goold, David Kajganich

Fotografia: Masanobu Takayanagi

Montaggio: Nicolas De Toth, Christopher Tellefsen

Musiche: Marco Beltrami

Scenografia: Jeremy Hindle

Costumi: Catherine Marie Thomas

 

James Franco: Christian Longo

Jonah Hill: Michael Finkel

Felicity Jones: Jill

Gretchen Mol: Karen

Betty Gilpin: Cheryl

John Sharian: sceriffo

Robert Stanton: Jeffrey Gregg

Maria Dizzia: Mary Jane Longo

Genevieve Angelson: Tina Alvis

Dana Eskelson: Joy Longo

Joel Garland: Dan Pegg

Robert John Burke: detective Greg Ganley

Rebecca Henderson: Ellen Parks

Ethan Suplee: Pat Frato

 

TRAMA: Michael Finkel, giornalista che ha da poco terminato di lavorare con il New York Times, si ritrova a lottare per il suo lavoro dopo una storia conclusasi non bene. Un giorno, egli riceve la telefonata di un uomo riguardante Christian Longo, uno dei maggiori ricercati dell’FBI, che è stato arrestato e ha dichiarato di essere Finkel. Michael e Christian finiscono così con l’incontrarsi e con il creare un forte legame mentre Longo, accusato di aver sterminato la propria famiglia, è in attesa del processo.

 

VOTO 6,5

 

 

C’è una strana, disturbante ironia alla base: non è il classico thriller investigativo in cui si cerca di capire chi sia il colpevole, ma piuttosto un viaggio claustrofobico dentro la testa di due uomini che si specchiano l’uno nell’altro, entrambi ossessionati dal controllo della narrazione. Da un lato abbiamo Michael Finkel (interpretato da Jonah Hill), un giornalista del New York Times reduce da una rovinosa caduta professionale per aver manipolato i fatti di un reportage. Dall’altro Christian Longo (James Franco), un uomo accusato del brutale omicidio di sua moglie e dei suoi tre figli, che ha passato la sua latitanza spacciandosi proprio per... Michael Finkel.

 

 

L’incipit sembra quasi assurdo per essere vero, eppure lo è. Ma quello che mi ha colpito di più non è la cronaca nera, bensì il gioco psicologico al massacro che si innesca quando i due si incontrano in un parlatorio di prigione.

 

 

Il regista Rupert Goold decide, saggiamente, di non concentrarsi sui dettagli macabri del crimine. Sceglie invece la via del thriller psicologico, trasformando il film in un faccia a faccia serrato. Finkel, infatti, vede in Longo il biglietto di ritorno per il paradiso del giornalismo: la “storia della vita” che gli darà la redenzione. Longo, dal canto suo, vede in Finkel lo strumento perfetto per ripulire la propria immagine o, quantomeno, per manipolare la giuria attraverso un biografo di talento.

 

 

Jonah Hill e James Franco abbandonano i loro classici tempi comici per calarsi in due ruoli cupi e sottili. Franco, in particolare, riesce a dare a Longo quella calma glaciale e quel fascino ambiguo tipici dei sociopatici narcisisti: non sai mai se sta dicendo la verità o se sta semplicemente recitando la parte della vittima fraintesa. Ciò vuol dire che i due attori, lontani dai soliti personaggi (anche se Franco ogni tanto si affaccia al dramma) si rivelano buoni interpreti, capendo bene i ruoli assegnati dal regista esordiente Rupert Goold, che in seguito ha firmato soltanto (per ora) il premiato Judy, con Renée Zellweger.

 

 

Se c’è un limite nel film, secondo me, è la gestione dei personaggi secondari. Felicity Jones interpreta Jill, la moglie di Finkel. Per gran parte della storia resta sullo sfondo, confinata nel ruolo della voce della ragione che cerca di mettere in guardia il marito. Verso la fine ha un momento di scontro straordinario con Longo in prigione – una scena potente che da sola giustifica la sua presenza – ma si ha come l’impressione che il regista l’abbia usata solo come artificio, come dire, “morale”, lasciandola troppo ai margini del nucleo centrale del racconto.

 

 

Credo che a molti verrà in mente A sangue freddo di Truman Capote, perché il film si inserisce perfettamente in quel filone in cui l’autore viene letteralmente risucchiato dal suo soggetto. Finkel diventa così ossessionato dal "capire" Longo da perdere di vista la realtà dei fatti: quattro persone sono morte. Quello che rende affascinante e al tempo stesso disturbante il loro rapporto è il modo in cui i due protagonisti si agganciano a livello psicologico, dando vita a una co-dipendenza tossica alimentata dal narcisismo. Finkel, ferito nell’orgoglio dopo il licenziamento e affamato di riscatto, proietta su Longo la sua ultima possibilità di salvezza professionale, finendo per sviluppare una cecità volontaria pur di ottenere la storia perfetta. Dall’altra parte, Longo è il ritratto glaciale del sociopatico manipolatore: studia le debolezze e l’ego del giornalista per sintonizzarsi sulle sue stesse frequenze, usando il fascino e la vulnerabilità come esche. Non si tratta di un’amicizia e nemmeno di una semplice intervista, ma di un duello psicologico sotterraneo in cui entrambi specchiano le proprie ombre, convinti, fino all’ultimo, di essere la mente più brillante della stanza e di poter usare l’altro come un mezzo per i propri fini.

 

 

Alla fine, il film ci lascia con una riflessione amara: la verità non è sempre qualcosa di oggettivo e puro. Nelle mani di persone abbastanza intelligenti e disperate, la verità diventa una merce di scambio, un’arma o, peggio ancora, una bellissima bugia a cui si decide di credere.

Non è così, solitamente?

 


 
 
 

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