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Venga a prendere il caffè… da noi (1970)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 27 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Venga a prendere il caffè… da noi

Italia 1970 commedia 1h40’

 

Regia: Alberto Lattuada

Soggetto: Piero Chiara (La spartizione)

Sceneggiatura: Alberto Lattuada, Adriano Baracco, Tullio Kezich, Piero Chiara

Fotografia: Lamberto Caimi

Montaggio: Sergio Montanari

Musiche: Fred Bongusto

Scenografia: Vincenzo Del Prato

Costumi: Dario Cecchi

 

Ugo Tognazzi: Emerenziano Paronzini

Francesca Romana Coluzzi: Tarsilla Tettamanzi

Milena Vukotic: Camilla Tettamanzi

Angela Goodwin: Fortunata Tettamanzi

Jean Jacques Fourgeaud: Paolino

Valentine: Caterina, la cameriera

Checco Rissone: Mansueto Tettamanzi

Piero Chiara: Pozzi

Nazzareno Natale: garzone

Carla Mancini: studentessa

Alberto Lattuada: dott. Raggi

Antonio Piovanelli: Don Casimiro

 

TRAMA: Emerenziano Paronzini, vicecapo servizio nell’ufficio distrettuale delle imposte di una piccola città, decide – in età matura – di sposarsi con una delle sorelle Tettamanzi: Tarsilia, Camilla e Fortunata. Scelta quest’ultima, si trasferisce in casa delle tre, che lo coccolano insieme alla domestica Caterina. Divenuto presto amante di tutte quante, viene colto sul più bello da un malore

 

VOTO 7

 

 

Spesso traendo spunto per i suoi film da opere letterarie, come tre anni prima, quando aveva firmato Don Giovanni in Sicilia (da Vitaliano Brancati), dove il protagonista di Lando Buzzanca si fingeva irresistibile seduttore pur vivendo ancora con le tre sorelle, giusto per mascherare la sua insicurezza con le donne, anche in quest’opera di Alberto Lattuada ci sono tre sorelle al centro di un altro grande classico del regista, con enorme Ugo Tognazzi nei panni di Emerenziano Paronzini chiamato a soddisfare (!) tutte e tre le sorelle Tettamanzi nella Luino di Piero Chiara, l’autore del libro soggetto.

 

 

Emerenziano Paronzini, impiegato ministeriale trasferito a Luino, arriva in città con l’idea di sistemarsi una volta per tutte, conducendo una vita ordinata, confortevole e ben regolata. Uomo metodico, incline alla disciplina ma anche ai piccoli piaceri, osserva con attenzione l’ambiente che lo circonda e individua presto un’occasione perfetta per stabilirsi: le tre sorelle Tettamanzi, nubili, benestanti e molto unite, che vivono nella grande casa ereditata dal padre. Si presenta come un uomo affidabile e rispettabile, conquistando la loro fiducia con modi cortesi e una prudente strategia di avvicinamento. Sceglie di corteggiare Fortunata (Angela Goodwin), la più disponibile, e il fidanzamento procede rapido e senza intoppi. Una volta sposato, però, l’equilibrio domestico prende una piega inattesa: la presenza costante delle altre due sorelle, Tarsilla (Francesca Romana Coluzzi) e Camilla (Milena Vukotic), crea una dinamica sempre più complessa, fatta di attenzioni, complicità e un crescente coinvolgimento emotivo.

 

 

La casa Tettamanzi diventa così un microcosmo regolato da rituali, silenzi, gelosie sottili e un ordine tutto femminile in cui Paronzini si inserisce con sorprendente naturalezza. La convivenza si trasforma in un gioco di ruoli e convenienze, dove ciascuno trova un proprio spazio e un proprio beneficio. Ma l’armonia apparente nasconde fragilità e tensioni che, col tempo, metteranno alla prova l’ingegnoso equilibrio costruito dal protagonista.

 

 

È uno di quei film che sembrano appartenere alla commedia all’italiana, ma non è propriamente così, in realtà questo si muove in una zona tutta sua. Lattuada prende il romanzo di Piero Chiara e lo porta negli anni Settanta, mantenendo l’impianto ironico ma smussando quasi del tutto l’aspetto sociale che caratterizzava molte commedie dell’epoca. È una scelta che dà al film un tono particolare: più leggero, più sospeso, ma anche meno incisivo. Il regista, come spesso nella sua carriera, gioca con i generi. Qui però il gioco funziona solo in parte. L’ambientazione in una piccola città di provincia, lontana dai grandi centri che dominavano il cinema italiano del periodo, crea un microcosmo curioso ma anche un po’ chiuso, che finisce per limitare lo sviluppo dei personaggi e dei temi. Una volta stabilito il quadro morale – il patriarcato, la repressione religiosa, la solitudine femminile – il film fatica a trovare nuove direzioni e tende a ripetersi.

 

 

Lattuada evita l’erotismo esplicito, ma non sempre trova la finezza necessaria per rendere davvero pungente la satira dei costumi. Alcune scene sfiorano la volgarità senza trarne un vero senso comico o critico, e questo indebolisce la forza del racconto. Eppure, nonostante questi limiti, il film conserva momenti di autentica brillantezza. Gran parte del merito va a Ugo Tognazzi, perfetto nel ruolo del funzionario mediocre che approfitta delle circostanze con un misto di opportunismo e goffa sicurezza. Ogni sua apparizione aggiunge ritmo e ironia, e nei passaggi migliori il film sembra risvegliarsi. Anche la sequenza finale, più ispirata e sorprendente, lascia intravedere ciò che la pellicola avrebbe potuto essere con una scrittura più ricca.

 

 

Il risultato è un’opera piacevole ma irregolare: non un titolo fondamentale della commedia italiana, né un vero passo falso. Piuttosto un film di mezzo, curioso, a tratti divertente, che vive soprattutto grazie al carisma del suo protagonista e alla mano elegante di Lattuada.

 

 

Riconoscimenti

Nastro d’argento 1971

Migliore sceneggiatura

Migliore attrice non protagonista Francesca Romana Coluzzi

 


 
 
 

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