55 giorni a Pechino (1963)
- michemar

- 25 feb
- Tempo di lettura: 4 min

55 giorni a Pechino
55 Days at Peking
USA 1963 dramma/guerra 2h34’
Regia: Nicholas Ray
Sceneggiatura: Philip Yordan, Bernard Gordon, Robert Hamer
Fotografia: Jack Hildyard
Montaggio: Robert Lawrence
Musiche: Dimitri Tiomkin
Scenografia: Veniero Colasanti, John Moore
Costumi: Veniero Colasanti, John Moore
Charlton Heston: maggiore Matt Lewis
Ava Gardner: baronessa Natalie Ivanoff
David Niven: sir Arthur Robinson
Flora Robson: imperatrice Tsu Hzi
John Ireland: sergente Harry
Leo Genn: generale Ronglu
Harry Andrews: padre de Bearn
Robert Helpmann: principe Duan
Jūzō Itami: Shiba Goro
Kurt Kasznar: barone Sergei Ivanoff
Philippe Leroy: Julliard
Lynne Sue Moon: Teresa
Elizabeth Sellars: lady Sarah Robinson
Massimo Serato: Federico Tommaso Paolini
Jacques Sernas: maggiore Bobrinski
Jerome Thor: capitano Andy Marshall
Geoffrey Bayldon: Smythe
Joseph Furst: capitano Hanselman
Walter Gotell: capitano Hoffman
Alfred Lynch: Gerald
Alfredo Mayo: ambasciatore spagnolo
Martin Miller: Hugo Bergmann
José Nieto: ambasciatore italiano
Eric Pohlmann: barone von Meck
TRAMA: Durante la rivolta dei Boxer di inizio ‘900, le ambasciate dei principali paesi europei si trovano circondate. Un maggiore dei marines e un ambasciatore inglese preparano un piano per resistere all’assalto fino all'arrivo dei rinforzi.
VOTO 6,5

È uno dei grandi kolossal hollywoodiani degli anni Sessanta che ricostruisce in forma spettacolare l’assedio delle legazioni straniere a Pechino durante la Rivolta dei Boxer del 1900. La critica americana dell’epoca accolse il film con reazioni miste: da un lato l’imponenza produttiva, le interpretazioni di Charlton Heston, Ava Gardner e David Niven, la musica di Dimitri Tiomkin e le scenografie monumentali; dall’altro le libertà storiche, la caratterizzazione non sempre approfondita e un certo gusto imperiale tipico del cinema epico statunitense di quegli anni. Un esempio del cinema epico hollywoodiano, capace di fondere melodramma, avventura e ricostruzione storica con un senso dello spettacolo oggi quasi scomparso.
[Wikipedia: La ribellione dei Boxer, o rivolta dei Boxer o anche guerra dei Boxer, fu un sollevamento avvenuto in Cina nel 1899, rivolto contro l’influenza colonialista straniera. Fu messo in atto da un grande numero di organizzazioni popolari cinesi, riunite sotto il nome di Yihetuan (cioè Gruppi di autodifesa dei villaggi della giustizia e della concordia). La rivolta ebbe come base sociale molte scuole di kung fu (identificate come “scuole di pugilato”), che inizialmente adottarono il nome di “pugili della giustizia e della concordia”, denominazione che, nei racconti dei missionari, fu resa semplicemente come “boxer”.]

La storia si apre nella Pechino del 1900, in un clima di tensione crescente: la carestia e il malcontento popolare alimentano la Rivolta dei Boxer, un movimento xenofobo e antioccidentale che mira ad espellere gli stranieri e a fermare l’influenza delle potenze coloniali. L’Imperatrice Tsu Hzi (Flora Robson), pur mantenendo una posizione ambigua, finisce per appoggiare i ribelli, permettendo che la violenza dilaghi. Nel quartiere delle delegazioni, rappresentanti di varie nazioni si trovano improvvisamente assediati. A guidare la difesa ci sono il maggiore Matt Lewis (Charlton Heston), ufficiale dei marines americani, uomo pragmatico e determinato, Sir Arthur Robertson (David Niven), diplomatico britannico, raffinato e imperturbabile e la baronessa russa Natalie Ivanoff (Ava Gardner), figura tragica che intreccia con Lewis una relazione intensa e malinconica. Per 55 giorni, gli assediati resistono agli attacchi dei Boxer e delle truppe imperiali, in attesa dell’arrivo delle forze internazionali di soccorso.

Da quel momento, il film intreccia momenti di azione, strategie militari, tensioni politiche e drammi personali. La baronessa, segnata da un passato doloroso, trova nel maggiore un legame umano che però non potrà durare: la donna corre molti pericoli durante uno scontro a fuoco, in una delle sequenze più emotive del film. L’arrivo delle truppe alleate pone fine all’assedio. Lewis, provato ma integro, riparte per l’America portando con sé la figlia di un compagno caduto, simbolo di un futuro possibile dopo la devastazione.


La produzione si estende enorme su un set ricostruito vicino Madrid, oltre 6.500 comparse e una cura scenografica che ancora oggi colpisce per ambizione e dettaglio. La regia di Nicholas Ray, pur segnata da problemi di salute che lo costrinsero a lasciare il set, conserva momenti di grande intensità visiva, soprattutto nelle scene d’assedio e nei contrasti tra spazi monumentali e drammi individuali.


Charlton Heston offre una delle sue interpretazioni più solide nel ruolo dell’eroe militare, mentre David Niven porta eleganza e ironia britannica. Ava Gardner, in un ruolo scritto per esaltare il melodramma, dà vita a una figura fragile e tormentata, molto apprezzata per la sua intensità emotiva. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin, candidata all’Oscar, contribuisce in modo decisivo al tono epico del film. Il tema So Little Time, reso celebre da Andy Williams, è uno degli elementi più ricordati della pellicola.
Il film è molto spettacolare ma poco accurato dal punto di vista storico in quanto la complessità politica della rivolta viene semplificata dallo sguardo troppo chiaramente “occidentale”. Tuttavia, questo non compromette la forza narrativa del film come grande affresco epico.

Visto dal lato artistico è un kolossal che porta con sé tutto il fascino e le contraddizioni del cinema epico hollywoodiano degli anni Sessanta: grandioso, melodrammatico, visivamente sontuoso, a tratti ideologicamente datato, ma ancora oggi capace di coinvolgere grazie alla sua forza spettacolare e alle interpretazioni dei protagonisti.

Riconoscimenti
Oscar 1964
Candidatura miglior colonna sonora
Candidatura miglior brano












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