Vita privata (2025)
- michemar

- 1 ora fa
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Vita privata
Vie privée
Francia 2025 thriller 1h47’
Regia: Rebecca Zlotowski
Sceneggiatura: Anne Berest, Rebecca Zlotowski
Fotografia: George Lechaptois
Montaggio: Géraldine Mangenot
Musiche: ROB (Robin Coudert)
Scenografia: Katia Wyszkop
Costumi : Bénédicte Mouret
Jodie Foster: Lilian Steiner
Daniel Auteuil: Gabriel Haddad
Virginie Efira: Paula Cohen-Solal
Mathieu Amalric: Simon Cohen-Solal
Vincent Lacoste: Julien Haddad-Park
Luàna Bajrami: Valérie Cohen-Solal
Noam Morgensztern: Pierre Hallan
Sophie Guillemin: Jessica Grangé
Frederick Wiseman: dott. Goldstein
Aurore Clément: Perle Friedman
Irène Jacob: Vera
Park Ji-min: Vanessa Haddad-Park
Sophie Guillemin: Jessica Grangé
TRAMA: La famosa psichiatra Lilian Steiner avvia un’indagine privata sulla morte di uno dei suoi pazienti, che è convinta sia stata assassinata.
VOTO 5,5 (punitivo)

Sesta opera della regista francese Rebecca Zlotowski, che, con una crew quasi interamente al femminile (particolare sempre ovviamente influente), firma per la prima volta un thriller psicologico che parla soprattutto di donne e bissa la chiamata nel cast di Virginie Efira come accaduto con il drammatico I figli degli altri. Prima di sbilanciarmi in giudizi articolati, devo precisare che il mio voto espresso anche con un aggettivo deriva dalla delusione nel notare un cast strepitoso e non riscontrare un risultato del tutto soddisfacente e piuttosto dispersivo.

Il film vede come protagonista principale una terapeuta, Lilian Steiner (Jodie Foster), cioè una psichiatra-psicoanalista affermata e riconosciuta che vive sola in un lussuoso appartamento dopo la separazione dal marito. Quando un giorno, una delle sue pazienti, Paula (Virginie Efira), muore, lei ne resta molto turbata. Essendo stata invitata alla veglia di preghiera, viene malamente cacciata dal marito Simon (Mathieu Amalric) che la accusa di aver causato la morte di sua moglie. Ma, pur se la causa ufficiale della morte è il suicidio, lei è convinta che si tratti di un omicidio e inizia a indagare per conto suo. Nel frattempo, scioccata e preoccupata, non riesce a trattenere delle lacrime che sgorgano dagli occhi in maniera del tutto involontaria.

Non sapendo darsi una spiegazione va a trovare il suo ex marito Gabriel (Daniel Auteuil), un oculista che però non riscontra malattie. Ricordando una recente conversazione con una paziente, Lilian va da un'ipnoterapeuta, Jessica Grangé, dove, trovandosi immersa nel suo passato, reale e immaginario, viene guarita ma senza ancora una risposta sulla morte della sua paziente.

La regista non ha interesse per un vero film thriller nel senso classico, dove bisogna scoprire un colpevole assassino, bensì trasforma la trama in un giallo del tutto psicologico, tra sedute psicoanalitiche e ipnosi, tra ricordi d’infanzia che evidentemente hanno lasciato uno strascico pesante nella mente della stessa protagonista e rapporti alquanto strambi con il marito ed il figlio Julien (Vincent Lacoste). Entrambi l’avevano messa a parte dalla loro vita ma lei prima si riavvicina al figlio che la osserva stranito, a maggior ragione quando la sente parlare di eventi e osservazioni strampalate e poco coerenti; poi, anche a causa della visita oculistica effettuata presso di lui, cerca un ritorno di fiamma e di desiderio verso il marito che, essendo ora solo, accetta volentieri l’avvicinamento. Tutto si complica quando lei lo coinvolge nella altrettanto bizzarra indagine per scoprire, secondo lei, l’assassino di Paula.
Qui avviene un mescolamento perché si fa fatica ad intuire verso quale genere di film si stia dirigendo la Zlotowski: dramma, giallo, commedia dell’assurdo. Ma soprattutto la creazione di situazioni bislacche, ragionamenti sconnessi, personaggi al limite della normalità, a cui si aggiungono irruzioni notturne, furti di registrazioni delle sedute psichiatriche che Lilian conserva gelosamente in uno sgabuzzino. È un thriller pieno di sorprese e trovate registiche ma anche un giallo dell’anima: proprio in questo campo il terreno è fertile e diventa lo strumento per entrare nelle zone d’ombra della psiche umana. Lo strano è che tra tanti personaggi bisognosi di cure è giusto Lilian che avrebbe necessità di sostegno. Ma la sua intraprendenza, che a volte pare sconsiderata, è capace di trascinare con sé anche quel mattacchione del marito che l’aveva abbandonata.

Nell’ambito di un film recitato benissimo da tutti, alcuni interpreti hanno dei brevissimi e semplici camei (vedi il regista documentarista Frederick Wiseman, l’indimenticabile Aurore Clément, Irène Jacob inquadrata da lontano che pronuncia sì e no quattro frasi), il finale – in cui il pubblico sbaglia ad attendere un risultato tangibile - non rivela mai in modo definitivo se Paula sia stata assassinata o si sia suicidata. Questa ambiguità è voluta da Rebecca Zlotowski: il film non è costruito per dare una soluzione gialla, ma per spostare l’attenzione sulla frattura interiore della protagonista Lilian. Come detto, il film parte come un giallo, ma il vero mistero non è la morte di Paula, ma è la frattura interiore di Lilian. Zlotowski non cerca colpevoli: cerca crepe, non cerca lo shock e lascia evaporare gli snodi narrativi privilegiando le nostre reazioni emotive. Per cui la regista non chiude il caso e non dà risposte investigative, ma lascia la morte della paziente come un vuoto, un trauma che attiva il percorso psichico della psichiatra stessa. È attraverso il dubbio che si aprono le crepe nella sua quotidianità. L’inchiesta che ha intrapreso assume presto la forma di un riesame personale, dove il confine tra analisi oggettiva e coinvolgimento emotivo si fa meno netto. Ci sono sequenze, per esempio, che non si capisce se son vere o frutto della sua fantasia. I riferimenti hitchcockiani, infatti, sono evidenti con le tante scale a chiocciola sempre inquadrate dall’alto.

Forse la mia delusione personale nasce proprio da questo ma è una scelta precisa della regia: la morte non è un caso poliziesco, non è veramente un enigma da risolvere, piuttosto è un gioco a cui necessita prestarsi per navigare nel film. È una vita privata, come dice il titolo, è un fatto privato, tanto privato da diventare mentale, tutto da comporre. Ma non è la morte (assassinio o suicidi), è la crepa della persona più malata di tutte: Lilian, inquadrata tante volte in primissimo piano, svelando più che mai le rughe che infestano il volto spigoloso di Jodie Foster, a cui va forzatamente notato come sappia parlare benissimo la lingua francese, fino a sembrare davvero una cittadina del posto, aspetto dovuto al fatto che ha recitato più volte in terra di Francia (almeno tre volte, persino con Claude Chabrol, Il sangue degli altri, 1984).

Vita privata, il perché lo svela la stessa regista, la quale afferma che il “privato” diventa la porta che si apre sull’intimità, sul segreto, su ciò che separa la persona dalla vita pubblica: la sessualità, i fantasmi, la rimozione, tutto ciò che è nell’ordine della libido. Inoltre, come precisa, in francese privé significa anche “privato di qualcosa”, come in italiano del resto. Con un gioco di parole intende quindi il titolo come “privata della vita”, aprendo al thriller e raccontando a un tempo ciò che è intimo e ciò che è pericoloso. In ogni caso, se si sta al gioco della sorprendente Rebecca Zlotowski si può godere della eccellente interpretazione dei vari importanti interpreti, restando ancor più spiazzati quando – in un’opera che però non vuole essere, a mio parere, quello che appare – più volte irrompe la formidabile Psycho Killer dei Talking Heads.
La critica è stata positiva e generosa, il mio “punitivo” sta per spreco: poteva essere ben altro.
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