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Acid (2023)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 19 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Acid

Acide

Francia Belgio 2023 dramma fantascientifico 1h39’

 

Regia: Just Philippot

Sceneggiatura: Yacine Badday, Just Philippot

Fotografia: Pierre Dejon

Montaggio: Pierre Deschamps

Musiche: Robin Coudert

Scenografia: Gwendal Bescond

Costumi: Sabrina Riccardi

 

Guillaume Canet: Michal

Laetitia Dosch: Élise

Patience Munchenbach: Selma

Clément Bresson: Brice

Suliane Brahim: Karin

Marie Jung: Deborah

 

TRAMA: Nel mezzo di un’ondata di forte caldo estivo, all’improvviso appare una nube minacciosa che causa una mortale pioggia acida. Una famiglia divisa dovrà riunirsi per sopravvivere a quello che sta accadendo.

 

VOTO 6,5

 

 

Girare un film sugli aspetti maggiori e peggiori del riscaldamento globale e dell’inquinamento operato dall’uomo sordo e cieco che vi contribuisce pesantemente, oggi vuol dire girare un horror, che ambientato come questo può perfino dare l’impressione di un mondo distopico, pur non c’entrando per nulla nell’argomento. Conseguenze nefaste se non proprio mortali – come in questo caso –, gente che non sa come e dove ripararsi, impossibilità a muoversi verso posti meno letali. Perché qui, nei giorni mostrati da Just Philippot non ci sono luoghi più abitabili, piuttosto meno inospitali; non esiste dove è meglio di un altro, piuttosto un luogo meno peggio di un altro, ammesso che esista.

 

 

Pessimista? Assolutamente negativo? Forse. Di certo è un’ipotesi ancora lontana ma non per questo non ipotizzabile se continuiamo a cantare e ballare sul Titanic chiamato Terra, che stiamo distruggendo e rendendo inabitabile come se ci sia sempre un domani quando ci penseremo meglio. Difatti, non ci si pensa mai, tranne quando si sentono notizie di eccessi di caldo o inondazioni e conseguenti frane (spesso anche in Italia) e ci si rallegra che non sia successo a noi. Come le malattie gravi quando capitano agli altri. L’ipotesi, appunto, peggiore succede un bel giorno in Francia, quando Élise ascolta in auto che la temperatura al mattino è già abbondantemente oltre i 20 gradi e che si attende una punta di circa 42. E nel frattempo si raggruppano nuvoloni neri minacciosi che scateneranno piogge torrenziali. Quando ciò accade si scopre che l’acqua contiene tante sostanze acide che scioglieranno plastica e poi anche i metalli, la pietra, l’asfalto. Tutto. Sarà invivibile.

 

 

Perché immaginarlo prima? Non è mai accaduto e nessuno si preoccupa più di tanto: è un fronte temporalesco molto strutturato che porterà una valanga d’acqua. Come tante altre volte. Di più, ma pazienza. Questo avviene quando Michal (Guillaume Canet), messosi nei guai con la giustizia per una rivolta violenta in fabbrica, vuole assistere la sua nuova compagna Karin (Suliane Brahim) che si deve subire un serio intervento chirurgico alle gambe per un infortunio sofferto nella fabbrica dove lavorano, motivo delle agitazioni sindacali. Nel frattempo, la ex moglie Élise (Laetitia Dosch) sta portando a scuola la loro figlia Selma (Patience Munchenbach), adolescente in piena crisi per la separazione dei genitori. Le abbondanti piogge stanno bloccando il traffico ed il nervosismo degli automobilisti è in aumento febbrile, mentre le gocce cariche di acido, inquadrate dal regista in primo piano sull’asfalto, cominciano a creare i primi danni a cui nessuno fa caso.

 

 

Da un lato le problematiche familiari che sono già in essere, dall’altro l’inquinamento che inizia a procurare effetti che in primo momento non paiono importanti, ma poi assumono le sembianze devastanti che nessuno può limitare, spingendo le autorità a lanciare l’allarme e far spostare la popolazione verso regioni più sicure dove non è previsto l’arrivo della potente perturbazione. Il problema è che dove piove cade giù solo acqua fortemente acida e necessita mobilitare gli abitanti che, con le auto bloccate o già rovinate dalla pioggia, vengono invitati a muoversi a piedi verso i camion militari che li porteranno lì dove si spera si starà al sicuro.

 

 

Come nel bellissimo ma spaventoso The Road (2009), quella regione francese è un luogo di homo homini lupus, dove il comportamento egoistico, predatore e crudele che un essere umano può avere verso un altro si scatena senza vergogna: ognuno bada a salvare solo se stesso e i propri cari. In questo stato, la lotta di sopravvivenza si dispiega contro il tempo, gli altri e la natura che si sta vendicando, in una maniera selvaggia e mortale. Michal vuole raggiungere la sua cara Karin, che è stata spostata da un ospedale ad un altro in una zona più sicura in Belgio, ma ora deve salvare prima la giovane Selma e la ex moglie Élise, in una corsa contro il tempo e le tremende avversità. Soste e ricoveri di fortuna, ricerca di cibo e acqua potabile, ferite incurabili, traguardo difficilmente raggiungibile. E qualcuno non ce la farà o giungerà alla salvezza ferito nel fisico e nell’anima.

 

 

Quindi, ancora un film che affronta il cambiamento climatico in maniera angosciante, se non addirittura catastrofica. Se l’argomento, poi, riguarda l’acqua, che è uno dei beni più preziosi dell’umanità, l’impressione è più forte ed incisiva. Non credo che il regista abbia mai avuto l’idea di spaventare ma quella di allarmare è evidente. L’ipotesi della catastrofe naturale si inserisce nella storia di una famiglia che ha di suo alcuni problemi: Michal ed Élise sono infatti i genitori separati di Selma, una ragazza di 15 anni che soffre e anche se con la madre sta bene le manca sempre il padre e le scelte si fanno difficili: l’essenziale sarà, comunque, cercare di sopravvivere.

 

 

Solo catastrofico e thriller? Certamente no. Se l’inizio ha un approccio politico con i disordini causati dagli operai arrabbiati che attaccano violentemente la polizia e i dirigenti della fabbrica, ben presto il film prende la sua vera strada, quella del disaster movie ecologista e l’acido diventa una metafora di tutto ciò che sta consumando la nostra società attuale (letteralmente e figurativamente), dal riscaldamento globale alle tensioni sociali derivanti dalle scelte economiche fatte dal liberalismo sfrenato. Questo sottotesto a volte viene qui evidenziato troppo chiaramente e ciò conduce a un’opera forse un po’ sbilanciata. Però, l’ipotesi, per ora lontana, resta una minaccia: siamo sul Titanic?

 

 

La regia di Just Philippot, al suo secondo lungometraggio dopo un esordio ancora da horror “naturale” che partiva da necessità ecologiche di nutrizione compatibile (Lo sciame), persegue il percorso convintamente, essendo considerato in patria (da noi è praticamente sconosciuto) una delle voci più interessanti del nuovo cinema di genere, come un autore capace di fondere catastrofe ecologista e dramma sociale con coerenza. Noto che viene talvolta definito addirittura “l’un des maîtres d’un nouveau cinéma français dit de genre” e penso che questa etichetta non sia casuale: la critica francese vede in lui un autore che riesce a portare il fantastico e il catastrofico dentro un contesto realistico, quotidiano, quasi documentario. Il presente film non inventa l’apocalisse, ma la estrae dal reale. Lo stesso autore spiega che vuole creare un’estetica del “déjà-vu” per rappresentare una minaccia che sembra già parte del nostro presente. Guai, quindi, a scambiarlo per il solito catastrofico hollywoodiano, perché è l’estensione logica delle crisi contemporanee (climatica, sociale, familiare): il suo cinema è inquietante perché parte dal reale e lo devia di pochi gradi. Lui sa rendere con efficacia la trasformazione della pioggia acida in un mostro credibile e sociale. Si parla del disastro per indicare il presente. Tecnicamente lo ritengo un buon film che utilizza bene gli effetti speciali, che se spaventano vuol dire che sono realizzati in maniera credibile.

 

 

Il protagonista Guillaume Canet è redditizio, accompagnando nell’operazione il regista con espressività ed energia; Laetitia Dosch è brava e rende bene l’idea di una donna in forte apprensione ma non sapremo mai perché avevano litigato. Eccellente la giovanissima Patience Munchenbach, valente anche se alle prime armi, che lavora come un’attrice esperta.

La critica nostrana non mi è parsa entusiasta del film, e non capisco perché: lo trovo un buonissimo lavoro.

Intanto, riflettiamo.

 

Una candidatura al film per gli effetti speciali ai César 2024.

 


 
 
 

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