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Amabili resti (2009)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 29 mag
  • Tempo di lettura: 5 min

Amabili resti

The Lovely Bones

UK Nuova Zelanda USA 2009 fantasy drammatico 2h15’

 

Regia: Peter Jackson

Soggetto: Alice Sebold (romanzo)

Sceneggiatura: Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens

Fotografia: Andrew Lesnie

Montaggio: Jabez Olssen

Musiche: Brian Eno

Scenografia: Naomi Shohan

Costumi: Nancy Steiner

 

Saoirse Ronan: Susan “Susie” Salmon

Mark Wahlberg: Jack Salmon

Rachel Weisz: Abigail Salmon

Susan Sarandon: nonna Lynn

Stanley Tucci: George Harvey

Rose McIver: Lindsey Salmon

Christian Thomas Ashdale: Buckley Salmon

Michael Imperioli: Len Fenerman

Reece Ritchie: Ray Singh

Carolyn Dando: Ruth Connors

Jake Abel: Brian Nelson

Amanda Michalka: Clarissa

Andrew James Allen: Samuel Heckler

Charlie Saxton: Ronald Drake

Thomas McCarthy: preside Caden

Nikki SooHoo: Denise “Holly Golightly” Le Ang

Stefania Owen: Flora Hernandez

Tina Graham: Sophie Cichetti

 

TRAMA: Nel 1973 a Norristown, Pennsylvania, la quattordicenne Susie Salmon viene violentata e uccisa dal vicino di casa George Harvey. Il suo spirito vaga in un limbo, sospeso fra terra e cielo, da dove può scorgere la vita dei suoi familiari e del suo assassino.

 

VOTO 6,5

 

 

A cavallo tra i successi mondiali del suo cinema fantasy per eccellenza (Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit), spazio in cui trova tempo anche per King Kong, Peter Jackson dedica la sua attenzione ad un un’altra opera fantasiosa ma drammaticamente delittuosa: la sciagurata brevissima vita di una giovane adolescente che non riesce ad affacciarsi al suo futuro perché un bizzarro criminale le toglie quella possibilità. È una sfida non facile per il regista, dato che il libro non è agevolmente trasferibile sul grande schermo e, forse, è più facilmente spiegabile con la scrittura e le parole che con le immagini, in special modo quando si tratta di raffigurare lo spazio indefinito di una terra di mezzo che si potrebbe definire una sorta di limbo. Né di qua né di là, con la possibilità da parte della sfortunata protagonista – che tale rimane anche se è già oltre – di osservare la vita che continua sia per i suoi cari che per l’efferato maniaco di cui si era malamente fidata.

 

 

Nel 1973 Susie Salmon (Saoirse Ronan) è una quattordicenne piena di sogni: ama la fotografia, osserva il mondo con curiosità e ha una cotta per un compagno di scuola. Un giorno, tornando a casa attraverso un campo di mais, incontra un vicino dall’aria tranquilla che la invita a vedere un rifugio sotterraneo costruito da lui. Da quel momento la sua vita si interrompe bruscamente. Non torna più a casa e la sua famiglia precipita nell’angoscia: il padre (Mark Wahlberg) non si dà pace, la madre (Rachel Weisz) si chiude nel dolore, la sorella cresce troppo in fretta. Susie però non è del tutto scomparsa: si ritrova in un luogo sospeso, una sorta di “in‑between”, non ancora paradiso ma nemmeno mondo terreno. Da lì osserva tutto ciò che accade ai suoi cari, incapace di comunicare ma ancora legata a loro. 

 

 

Nel frattempo, il responsabile della sua scomparsa continua a vivere indisturbato nel quartiere, mentre la polizia brancola nel buio. Susie vede i tentativi della famiglia di ricostruirsi, le indagini che procedono a strappi, i sospetti che crescono e si dissolvono. In questo spazio sospeso, la ragazza deve capire se restare ancorata al desiderio di vendetta o accettare che la vita, anche senza di lei, continui a muoversi. Il suo percorso diventa così un viaggio emotivo: un modo per guardare ciò che ha perso, ciò che resta e ciò che può ancora lasciare andare.

 

 

Il film parte da un nucleo potentissimo: la perdita improvvisa, il dolore che si infiltra in ogni angolo della vita quotidiana, la difficoltà di una famiglia nel rimettere insieme i pezzi. Il regista prova a tenere insieme due piani molto diversi: il dramma terreno, fatto di silenzi, sospetti e fratture, e il mondo ultraterreno, colorato, mutevole, a tratti kitsch. Il risultato è affascinante ma non sempre equilibrato. La parte reale è quella che colpisce di più: il padre che nasconde la sua irrequietezza, la madre che non si dà pace, la sorella che non dimentica. Il limbo invece, pur ricco di idee visive, a volte sembra allontanare lo spettatore invece di avvicinarlo. È un film che emoziona a tratti, che ha momenti davvero intensi, ma che ogni tanto si perde in un eccesso di immagini e simboli. Rimane comunque un’opera che lascia qualcosa: non perfetta, non sempre incisiva, ma capace di restare nella memoria proprio per le sue assenze, per ciò che non mostra e per ciò che suggerisce. Un film che, pur con difetti evidenti, merita la piena sufficienza che gli si può attribuire senza esitazioni.

 

 

Peter Jackson affronta una sfida complessa: trasformare un dolore intimo in un racconto visivo che oscilla tra realtà e immaginazione. La sua regia è coraggiosa, a volte troppo ambiziosa, ma sempre sincera nel tentativo di dare forma a un luogo che non esiste. Le sequenze del limbo sono costruite con grande cura, piene di colori, transizioni e simboli che richiamano il suo cinema più visionario. La fotografia di Andrew Lesnie alterna toni caldi e familiari a improvvise esplosioni di luce irreale, mentre le musiche del celebre Brian Eno accompagnano il viaggio emotivo di Susie con delicatezza. Il montaggio, pur non sempre fluido, riesce a tenere insieme mondi molto diversi. Gli effetti visivi sono abbondanti, forse troppo, ma rappresentano bene l’idea di un altrove instabile, in continua trasformazione.

 

 

Saoirse Ronan è il cuore del film: fragile, luminosa, credibile in ogni passaggio. Riesce a rendere Susie una presenza viva anche quando non è più tra i vivi. Stanley Tucci, inquietante e misurato, dà al suo personaggio un’ombra costante che rimane addosso allo spettatore. Mark Wahlberg interpreta un padre consumato dall’ossessione, mentre Rachel Weisz offre una prova più trattenuta, fatta di sguardi e silenzi. Susan Sarandon porta un tocco di leggerezza amara, quasi un respiro in mezzo al dolore. Nel complesso, il cast funziona bene e sostiene il film anche nei momenti meno riusciti.

 

 

Alla fine, il film parla soprattutto di ciò che rimane. Non della morte, ma dell’assenza che continua a vivere nelle persone che restano. È un film che guarda al dolore senza compiacersene, che prova a trasformare una tragedia in un percorso di ricomposizione. La lettura più bella che se ne può fare è proprio quella che vede negli “amabili resti” tutto ciò che cresce attorno al vuoto: i legami che cambiano, le ferite che non si chiudono ma si trasformano, la vita che trova comunque un modo per andare avanti. Susie  che narra in prima persona come accade in Viale del tramonto e American Beauty - osserva, accompagna, lascia andare. E in questo gesto c’è il senso più profondo del film: non la vendetta, non la punizione, ma la possibilità di continuare a vivere nonostante tutto. 

 

 

Un’opera imperfetta ma sincera, che resta impressa proprio per ciò che non può restituire: il tempo perduto, l’innocenza spezzata, e quella fragile bellezza che nasce attorno all’assenza. E quello sguardo di chi da “fuori” osserva il nostro “inferno” che da lassù appare come un montaggio di scelte arbitrarie, deviazioni spiazzanti, errori umani e coincidenze.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 2010

Candidatura per il miglior attore non protagonista a Stanley Tucci

Golden Globe 2010

Candidatura per il miglior attore non protagonista a Stanley Tucci

BAFTA 2010

Candidatura per la migliore attrice protagonista a Saoirse Ronan

Candidatura per il miglior attore non protagonista a Stanley Tucci

 


 
 
 

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