Amata (2025)
- michemar

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Amata
Italia 2025 dramma 1h40’
Regia: Elisa Amoruso
Soggetto: Ilaria Bernardini (romanzo)
Sceneggiatura: Ilaria Bernardini
Fotografia: Vittorio Omodei Zorini
Montaggio: Irene Vecchio
Scenografia: Ilaria Sadun
Costumi: Francesca Brunori
Miriam Leone: Maddalena
Stefano Accorsi: Luca
Tecla Insolia: Nunzia
Donatella Finocchiaro: Adele
Barbara Chichiarelli: Carolina
Lidia Vitale: ginecologa
Betty Pedrazzi: Mirella
Alessia Franchin: Gianna
Mauro Marino: giudice affidatario
Nika Perrone: Olivia
Mehdi Meskar: Ahmed
TRAMA: Le vite di due donne, da una parte una ragazza, Nunzia, con una gravidanza indesiderata che vorrebbe solo pensare alla sua gioventù, dall’altra una donna di 40 anni, Maddalena, all’ennesimo doloroso tentativo di rimanere incinta.
VOTO 5 –

Il nuovo film di Elisa Amoruso, presentato alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia 2025, affronta uno dei temi più delicati e universali: la maternità nelle sue forme più fragili, contraddittorie e intime. Ispirato a un fatto realmente accaduto – una neonata lasciata in una “culla per la vita” a Milano – il film intreccia due percorsi femminili opposti ma speculari, sostenuti dalle interpretazioni di Miriam Leone, Tecla Insolia e Stefano Accorsi. Un racconto che si muove tra desiderio e rinuncia, tra solitudine e speranza, cercando di dare voce a chi si trova davanti a scelte che cambiano un destino.

A Roma, Nunzia (Tecla Insolia), diciannovenne siciliana e studentessa fuori sede, scopre troppo tardi di essere incinta. Senza una rete familiare, spaventata e incapace di immaginarsi madre, porta avanti la gravidanza in segreto, nascondendola a tutti: alla madre lontana, al ragazzo con cui ha avuto una relazione occasionale, perfino alla padrona di casa. Dopo il parto, lascia la neonata – che avrebbe voluto chiamare Margherita – in ospedale, consapevole dei dieci giorni concessi dalla legge per ripensarci.

Parallelamente, Maddalena (Miriam Leone), ingegnera edile quarantenne, e il marito Luca (Stefano Accorsi), pianista affermato, affrontano l’ennesimo aborto spontaneo. La coppia, logorata da anni di tentativi falliti, decide di intraprendere il percorso dell’adozione. Quando finalmente arriva una possibilità concreta, Maddalena e Luca si ritrovano sospesi tra entusiasmo, paura e un senso di precarietà emotiva, ma soprattutto le crisi psicologiche della donna, fino ad arrivare ad una eventuale separazione.

Le due donne non si incontrano mai, ma le loro vite finiscono per toccarsi attraverso la bambina che Nunzia ha lasciato e che Maddalena e Luca sono pronti ad accogliere. Il filo del destino lega così due esistenze lontane, unite da scelte difficili e da un amore che prende forme diverse. Le due donne hanno in comune alcuni aspetti nei meccanismi interiori anche se arrivano da mondi opposti e vivono esperienze quasi speculari. Innanzitutto, condividono la fragilità di sentirsi sole nelle scelte: Nunzia vive una gravidanza nascosta, senza famiglia, senza un partner, senza una guida; Maddalena, pur circondata da un marito affettuoso e da un contesto borghese, affronta la maternità come un terreno di fallimenti, visite mediche, giudizi impliciti. In modi diversi, nessuna delle due ha un luogo sicuro in cui appoggiarsi: la loro mente è un territorio privato dove devono decidere da sole. Hanno purtroppo un rapporto conflittuale con il proprio corpo perché la prima lo vive come qualcosa che “le accade”, che la tradisce, che la espone; l’altra come qualcosa che “non risponde”, che fallisce, che la umilia (la scena dal ginecologo è emblematica). Entrambe, quindi, si percepiscono inadeguate, anche se per ragioni opposte. Una può ma no vuole, l’altra vuole ma non riesce. Nunzia teme il giudizio della madre, della società, del mondo adulto; Maddalena teme il giudizio implicito del marito, della società.

Si evince quanto l’argomento sia impegnativo ed il film nasce da un’intenzione forte: raccontare la maternità non come un’idea astratta, ma come un territorio fragile, fatto di desideri, paure, pressioni sociali e solitudini. Elisa Amoruso sceglie una struttura a doppio binario, seguendo le due donne con uno sguardo che alterna realismo, intimità e momenti più costruiti. La regia è più convincente quando aderisce al percorso di Nunzia: la macchina da presa la segue nei suoi spostamenti nervosi, nelle notti romane, nei silenzi che pesano più delle parole. Qui emerge un tratto quasi documentario, già presente nei lavori precedenti della regista, che restituisce autenticità e immediatezza.

La parte dedicata a Maddalena e Luca, invece, risulta più rigida: alcune scene – il concerto iniziale, le sedute dalla psicologa, la crisi di coppia nel loro appartamento elegante – appaiono più costruite, meno spontanee, come se la regia cercasse continuamente di sottolineare ciò che potrebbe essere lasciato intuire. Lo squilibrio tra le due linee narrative, in definitiva, rappresenta il limite principale del film.

Tecla Insolia è la presenza più luminosa e naturale del film. Regge da sola molte scene difficili, restituendo la vulnerabilità di una ragazza che non ha strumenti per affrontare ciò che le accade. La sua interpretazione dà calore e verità al personaggio, evitando ogni pietismo. Miriam Leone offre un ritratto controllato e misurato di Maddalena, ma a tratti la scrittura la costringe in un ruolo più schematico, meno sfumato di quanto potrebbe essere. Stefano Accorsi, nei panni del pianista, appare talvolta ingabbiato in un personaggio poco credibile, penalizzato da dialoghi non sempre naturali.

Lo si può giudicare un film sincero, che affronta temi complessi con sensibilità e coraggio. Non sempre, però, la narrazione trova un equilibrio perfetto: la parte più borghese e melodrammatica tende a irrigidirsi, mentre quella di Nunzia vibra di vita e autenticità. E nonostante i limiti di scrittura, l’opera riesce a toccare corde profonde, soprattutto quando lascia parlare i corpi, i silenzi e le scelte difficili delle sue protagoniste. Un film imperfetto ma che affronta una questione non facilmente trattabile, che avrebbe dovuto osare di più e con maggiore approfondimento per esaltare la forza del nucleo emotivo. Apprezzabile, però, per la prova intensa di Tecla Insolia.
La sequenza subacquea finale, tentativo onirico, è un inutile orpello.






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