America Latina (2021)
- michemar

- 13 mag 2022
- Tempo di lettura: 6 min

America Latina
Italia/Francia 2021 thriller 1h30’
Regia: Damiano e Fabio D'Innocenzo
Sceneggiatura: Damiano e Fabio D'Innocenzo
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Walter Fasano
Musiche: Verdena
Scenografia: Roberto De Angelis
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Elio Germano: Massimo Sisti
Astrid Casali: Alessandra Sisti
Sara Ciocca: Lucia
Maurizio Lastrico: Simone
Carlotta Gamba: Laura Sisti
Federica Pala: Ilenia Sisti
Filippo Dini: Roberto
Massimo Wertmüller: padre di Massimo
TRAMA: Latina: paludi, bonifiche, centrali nucleari dismesse, umidità. Massimo Sisti è il titolare di uno studio dentistico che porta il suo nome. Professionale, gentile, pacato, ha conquistato tutto ciò che poteva desiderare: una villa immersa nella quiete e una famiglia che ama e che lo accompagna nello scorrere dei giorni, dei mesi, degli anni. La moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia (la prima adolescente, la seconda non ancora) sono la sua ragione di vita, la sua felicità, la ricompensa a un’esistenza improntata all’abnegazione e alla correttezza. È in questa quadro imperturbabile e calmo che irrompe l’imprevedibile: un giorno come un altro Massimo scende in cantina e l’assurdo si impossessa della sua vita.
Voto 6

Terzo passo dei fratelli D’Innocenzo nel delirio, un Suspiria al maschile. Del film precedente scrivevo “Da una periferia orrenda ad una periferia horror. Da un purgatorio ad un inferno. Da La terra dell’abbastanza alle Favolacce. Da Ponte di Nona a Spinaceto nulla cambia nei neri personaggi di quelle periferie buie di Roma. E se è possibile, e infatti succede, si può anche fare un ulteriore passo, ma in giù.” E questo passo lo hanno fatto, spostandosi nel percorso progressivo, in un’altra ambientazione. Allontanandoci dalla metropoli siamo nella provincia, a Latina, nella campagna aperta, dove si erge nel verde una imponente villa moderna con tutti i comforts. Vi abita, così pare, la famiglia di un professionista, un dentista che opera in un lussuoso studio assistito da almeno tre infermiere. Un’attività certamente molto ben avviata. Dalla gioventù sbandata della periferia del primo film, alle famiglie cafoni e arricchite del secondo nelle villette a schiera, ad una famiglia borghese apparentemente (attenzione) felice e in armonia.

Quando Massimo Sisti rientra dal lavoro trova le tre donne della sua vita ad accoglierlo sorridenti e con loro, come di consueto, trascorre una serata quieta davanti alla TV, come tante famiglie. L’unica che si muove dalla casa è la figlia più grande, Laura, che ogni sera, dopo cena, avverte il clacson dell’auto del suo ragazzo che passa a prelevarla. Per il resto è una vita monotona, fatta eccezione per le uscite dell’uomo con il solito amico nel solito bar per le sbronze liberatorie o per andare (molto raramente) a trovare il padre anziano e malato che gli del malato. Inizialmente non ci si fa caso al fatto che non si vedono le donne della famiglia Sisti in giro, o che la signora faccia shopping, o come occupino il tempo libero, oppure che qualcuno parli di loro, che chieda all’uomo notizie dei familiari. Nulla. Lui cura i denti, le donne a casa. Tutto procede, fino a quando Massimo deve scendere in cantina alla ricerca di una lampadina di ricambio e lì, in quel momento, trova ciò che non avrebbe mai pensato di trovare: una giovanissima ragazza imbavagliata e legata ad un palo, chissà da quanto tempo. La faccia sbalordita e atterrita testimonia la incredibile e inquietante sorpresa: chi l’ha segregata? chi è? perché è lì? Ma soprattutto, lui la libera? chiama le forze dell’ordine? No. No, non è spoiler, è da qui che la trama trova la strada, è su questa tremenda scena che si impernia la trama. Possibile che le tre donne non sappiano nulla? Per giunta, a quanto pare (in questo film ci sono troppi “pare”) non hanno neanche sentito le urla stridule dalla prigioniera quando lui le ha tolto lo straccio che la imbavaglia. L’aspetto inquietante è che lui non fa neanche cenno alle altre di ciò che ha scoperto e continua la sua vita di sempre.

Chi sono queste persone insensibili? Che sentimenti provano aldilà del sorriso anestetizzato che offrono a quell’uomo pesantemente serioso e taciturno? È straniante l’atmosfera che si trascina giorno per giorno in quella grande casa che, come in Parasite, è fatta di scale: quella lunga e curva che sale dal prato della piscina alla porta d’ingresso, quella che porta alle camere superiori e quella tetra che scende nella grande cantina dove calano dal soffitto i tubi dell’acqua: basta, in un momento di rabbia esplosiva, romperne uno che l’acqua invada, ora dopo ora, il pavimento fino a farne salire il livello che lambisce la bocca sanguinante della giovane imprigionata. L’acqua che immerge i corpi, l’acqua che bagna i piedi nudi (nudi?) delle tre femmine sorridenti con il viso rivolto all’uomo per il suo compleanno, l’acqua che fuoriesce dagli stivali che emergono dalla cantina. Ed infine una buca da scavare, ma per chi? Quante tessere ignote per un mosaico ancora tutto da comporre!

La soluzione dell’incubo – ciò è ovvio – giungerà solo alla fine e per spazzare ogni dubbio la didascalia letta dalla voce fuoricampo prima dei titoli di coda darà una ulteriore certezza a quello che si stava intuendo. Proprio per questo, come da prassi, ogni altro particolare in più della trama sarebbe spoiler. Perché stavolta, più delle altre, i fratelli D’Innocenzo hanno realizzato, con i propri stilemi, un vero e proprio thriller dark e orrorifico come prima non era mai accaduto. Riuscito però non perfettamente perché si avverte la sensazione che sia povero, riducente, spoglio, allietato però dalla superlativa prova di uno dei nostri maggiori interpreti, quell’Elio Germano che è più affidabile di un macchinario di fabbricazione tedesca. La sua innata naturalezza nel recitare non zoppica mai, è un punto fermo di ogni regista che si avvicinato a lui, convinto di trovare la sponda giusta per il suo personaggio. Così come è successo per Damiano e Fabio D'Innocenzo da cui tutta la critica e il pubblico si attendevano il salto in avanti dopo le buone due prime elaborazioni del loro cinema, ma così non è avvenuto: la paranoia del film non è stata sufficiente.

Alcune idee sono senz’altro delle buone trovate, a partire dal titolo ambiguo che si chiarisce pensando alla location (la campagna di Latina) e alla vita agiata che sembra appartenere al dentista, l’America del sogno realizzato, ma che si è materializzata solo nella mente. “Perfetto!” è la prima battuta che pronuncia nel film terminando un intervento nel suo studio dentistico, perfetto, ma la perfezione non abita in casa sua, tanto che a far scattare la molla è bastata una lampadina fulminata e lo scatto della serratura quando gira la chiave della porta della cantina. Da quel momento la luce si trasfigura in tenebra, l’alba in tramonto, la quiete in caos: è un viaggio al termine della notte. Qualche perplessità nella regolarità della sceneggiatura viene per forza in mente: alla ragazza imprigionata lui fornisce solo acqua, e il cibo? E i bisogni corporali? E l’acqua che allaga la cantina così lentamente che passano i giorni e guadagna solo qualche centimetro? Vabbè, intanto quelle tre donne - la moglie e le figlie – spesso in lunghi abiti bianchi ricordano l’incubo del Picnic ad Hanging Rock e i sorrisi inquietanti che quelle ragazzine dispensavano a destra e a manca prima della loro sciagura misteriosa.

Questo terzo film è all’altezza delle attese? Non credo, i fratelli hanno suscitato in questi anni molte aspettative e forse ci si aspettava di più ma non per questo serve essere severi: è pur sempre un buon film, non perfetto perché le premesse della prima parte del film non maturano in promesse mantenute. La sorpresa finale c’è, anche se ad un certo momento si ha l’impressione di trovarsi quasi davanti ad un whodunit, perché si può intuire che qualcosa non quadra e la figura responsabile non può essere altra. Il loro cinema rivela ancora atmosfere cupe e gotiche, dai colori meno lisergici ma carichi, con primissimi piani tanto da non poter inquadrare neanche tutto il viso, con una attenzione particolare dedicata al cranio rasato da naziskin di Massimo, un cranio che dà l’impressione di diventare un personaggio a sé, sopra un sorriso beffardo di un uomo che osserva continuamente quello che accade intorno ma che spesso non sa spiegarsi ciò che vede. Soprattutto i sorrisi delle tre donne di casa, di cui comincia ben presto a diffidare, anche nell’occasione della crostata preparata per il suo compleanno, di cui si era totalmente dimenticato.

Se tutto questo balza evidente agli occhi dello spettatore è dovuto alla innovativa e particolare osservazione della realtà secondo l’occhio dei due registi, un po’ autoreferenziali senz’altro a mio parere, in ogni caso certamente validi nel rinnovare il cinema italiano ma a maggior ragione per la consueta e magnifica prestazione del solito Elio Germano, che è immancabilmente l’attore perfetto per il personaggio di turno. È uno dei migliori in assoluto - non mi stanco mai di scriverlo - della nuova generazione dei grandi attori italiani, assieme solo a pochi altri. Il film, lo straniante, il mistero, l’inquietudine, il pathos, sono tutti sulle sue spalle.






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