Last Breath (2025)
- michemar

- 23 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min

Last Breath
USA UK 2025 dramma 1h33’
Regia: Alex Parkinson
Sceneggiatura: Mitchell LaFortune, Alex Parkinson, David Brooks
Fotografia: Nick Remy Matthews
Montaggio: Tania Goding
Musiche: Paul Leonard-Morgan
Scenografia: Grant Montgomery
Costumi: Vanessa Loh
Woody Harrelson: Duncan Allcock
Simu Liu: David Yuasa
Finn Cole: Chris Lemons
Cliff Curtis: capitano Andre Jenson
Mark Bonnar: Craig
MyAnna Buring: Hanna
Bobby Rainsbury: Morag
Josef Altin: Mike
Connor Reed: Andrew
TRAMA: Un gruppo di palombari è alle prese con una missione ad alto rischio nelle acque turbolente del Mare del Nord. Quando un imprevisto al sistema di supporto lascia il sub Chris Lemons bloccato a circa 90 metri di profondità con scorte minime di ossigeno, la squadra si trova a combattere contro il tempo, le correnti marine e una tempesta in arrivo per tentare un salvataggio impossibile.
VOTO 6,5

Il regista Alex Parkinson, adattando un suo apprezzato documentario, porta sul grande schermo la storia vera di un incidente avvenuto nel Mare del Nord trattandolo come un vero survival movie qual è, costruendolo facilmente, dati i fatti reali, sui canoni del thriller biografico. Ma prima di esaminare il film è necessario sapere chi sono e perché i protagonisti si definiscono “sommozzatori di saturazione” e solo così si può capire perché e come svolgono i loro pericolosi compiti in acque profonde.

Sono subacquei professionisti che lavorano a grandi profondità (spesso oltre 100 metri) per lunghi periodi, soprattutto nell’industria petrolifera e del gas offshore. La loro particolarità è che vivono per giorni o settimane in camere iperbariche a bordo della nave, alla stessa pressione dell’ambiente in cui lavoreranno: in questo modo il loro corpo si satura di gas inerti e possono fare più immersioni profonde senza dover affrontare ogni volta lunghe decompressioni. In pratica la decompressione avviene una sola volta, alla fine della missione, e può durare anche alcuni giorni. Da tener presente che scendono sul fondale tramite una campana subacquea collegata alla nave e che è uno dei lavori tecnici più rischiosi e fisicamente impegnativi al mondo. Spiegati questi aspetti tecnici, si riesce a capire meglio sia il lavoro dei personaggi, sia lo svolgimento della trama che spiego subito.

Un team di sommozzatori di saturazione lavora alla manutenzione delle linee del gas nel Mare del Nord, vivendo per settimane in camere pressurizzate a bordo di una nave. Durante una missione, Chris Lemons e David Yuasa scendono sul fondale per intervenire su un collettore, mentre Duncan Allcock resta nella campana per monitorare l’operazione. Il mare agitato provoca un guasto al sistema di posizionamento dinamico della nave, che inizia a spostarsi pericolosamente, trascinando con sé la campana e mettendo a rischio i due sub. Yuasa riesce a risalire sulla struttura, ma il cavo di collegamento, chiamato “ombelicale”, di Lemons si impiglia, costringendolo a passare all’aria di emergenza. Che ha la durata di soli 10 minuti!

La nave non può ancorarsi per non causare danni ai condotti del gas e il suo equipaggio tenta disperatamente di riprendere il controllo manuale dei motori mentre un ROV (Remotely Operated Vehicle, cioè un robot subacqueo comandato a distanza) cerca di localizzare Lemons. Il tempo scorre e l’ossigeno del sub va consumandosi, mentre la distanza dalla campana aumenta. Quando il sistema torna operativo, Yuasa può tentare un recupero in condizioni estreme. La squadra riporta infine Lemons nella campana, dove Allcock prova a rianimarlo. L’esito sembra incerto, ma la determinazione dei compagni e la resilienza del sub conducono a un epilogo sorprendente.
Le intenzioni di Alex Parkinson, sceneggiatore in collaborazione con altri due, sono quelle di raccontare una storia ansiogena, da thriller, e se le basi sono queste già si parte col piede giusto. Infatti, pur se il film non è indimenticabile, segue la tensione crescente della missione, ma non si limita a ciò. Innanzitutto, sottolinea sia l’aria cameratesca e amicale che esiste tra i tanti sommozzatori che partono per la missione, divisi in diverse squadre ben allenate e affiatate, e di conseguenza la solidarietà tra i membri dei team. Ovviamente la trama si sviluppa sulla dorsale narrativa dell’incredibile lotta contro i limiti umani e tecnici nelle profondità del mare. Più questi limiti aumentano più la battaglia si fa dura e imprevedibile. Buoni i momenti di tensione che scandiscono le sequenze più difficili per il recupero del malcapitato e per la sua sopravvivenza.
Va precisato che nel panorama del cinema contemporaneo, spesso dominato da storie fittizie e universi immaginari, questo film si distingue per la sua forte aderenza alla realtà prendendo avvio da un fatto realmente accaduto nel settembre 2012, quando tre subacquei professionisti furono coinvolti in un incidente che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. Da questo evento nasce una narrazione costruita attorno a una domanda essenziale: come si reagisce quando il tempo è una risorsa che sta per esaurirsi? È proprio su questa tensione primaria che il film fonda la propria forza drammatica. Il tempo è scandito sullo schermo non da un orologio o un cronometro, ma dai minuti restanti dell’ossigeno della bombola di riserva, che, come detto, è di soli 10 minuti, dopo di che, con il povero Chris sempre prigioniero nei fondali, il conteggio diventa drammaticamente il tempo trascorso dalla sua mancanza: quanti minuti, in pratica, senza respirare ossigeno, con conseguenze gravi al cervello. L’ambiente è, facile intuire, claustrofobico ed ostile, senza luce naturale perché sulla nave ci sono problemi di tempesta e stabilità conseguente, mentre sul fondo marino ovviamente si lavora con le luci artificiali.

Chris Lemons è il punto fragile della storia: un professionista giovane e preparato che, quando tutto crolla, si ritrova improvvisamente senza controllo, e Finn Cole lo interpreta con una misura che evita ogni drammatizzazione superflua. Accanto a lui, Dave Yuasa è la mente fredda del gruppo: Simu Liu gli dà il rigore di chi, sotto pressione, si affida all’addestramento più che all’emotività, trasformando la sua apparente durezza in un gesto di umanità. A completare il trio c’è Duncan Allcock, interpretato da Woody Harrelson, il veterano che sa mantenere la calma e trasmetterla agli altri, un leader silenzioso che non ha bisogno di imitare accenti o manierismi per risultare autentico. Insieme non sembrano eroi, ma lavoratori del mare che affrontano il rischio come parte del mestiere, legati da una fiducia quotidiana fatta di gesti automatici e rispetto reciproco: è questa sobrietà, più di qualsiasi eroismo, a dare forza alla loro vicenda.

Il regista evita la facile retorica e punta dritto agli aspetti umani e tecnici essenziali: la solidarietà tra colleghi, il senso del dovere, l’importanza della preparazione tecnica in ambienti estremi. Al centro c’è il valore del lavoro di squadra in condizioni che non perdonano errori. Il tempo, più che un nemico, è il barometro di una decisione collettiva: agire ora o perdere tutto. Bello, nei titoli di coda, conoscere da alcuni filmati i veri tre personaggi e la festa del matrimonio di Chris che ringrazia il buon Duncan per il bacio che lo aveva salvato: quello della respirazione bocca a bocca. Buona l’esposizione tecnica delle manovre da parte del regista, avendo tratto molto probabilmente esperienza dal documentario del 2019.














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