Le strade del male (2020)
- michemar

- 1 giorno fa
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Le strade del male
The Devil All the Time
USA 2020 thriller drammatico 2h18’
Regia: Antonio Campos
Soggetto: Donald Ray Pollock (romanzo)
Sceneggiatura: Antonio Campos, Paulo Campos
Fotografia: Lol Crawley
Montaggio: Sofía Subercaseaux
Musiche: Danny Bensi, Saunder Jurriaans
Scenografia: Craig Lathrop
Costumi: Emma Potter
Tom Holland: Arvin Russell
Bill Skarsgård: Willard Russell
Riley Keough: Sandy Henderson
Jason Clarke: Carl Henderson
Sebastian Stan: Lee Bodecker
Haley Bennett: Charlotte Russell
Harry Melling: Roy Laferty
Eliza Scanlen: Lenora Laferty
Mia Wasikowska: Helen Hatton
Robert Pattinson: reverendo Preston Teagardin
Douglas Hodge: Tater Brown
Kristin Griffith: Emma Russell
Pokey LaFarge: Theodore
TRAMA: Tra la fine della Seconda guerra mondiale e la guerra in Vietnam, diversi personaggi sinistri – tra cui un predicatore, una coppia squilibrata e uno sceriffo corrotto – in qualche modo finiscono coinvolti nella vita di Arvin, un giovane in lotta contro delle forze maligne che minacciano la sua famiglia.
VOTO 6,5

Antonio Campos non si discosta minimamente dalla linea che percorre sin dal debutto: Afterschool e Simon Killer, con protagonisti come Ezra Miller e Brady Corbet, il che già indica tanto, e nel mezzo serie TV sempre inquietanti, tutti accumunati da una psicologia opaca di chi assiste a eventi che lasciano il segno profondamente. Quasi sempre anche sceneggiatore, anche in questa occasione, ma con il fratello Paulo, punta dritto ad uno degli ambienti cinematografici e letterari che tanto hanno arricchito la fantasia adatta a film pesantemente drammatici e soprattutto thriller: l’America rurale, lo zoccolo duro statunitense terreno fertile per storie toste, tanto da dare l’impressione del genere gotic-horror. Stavolta è il caso di un thriller drammatico corale che intreccia le storie di diversi personaggi, tutti segnati da vita dura, fanatismo religioso, traumi di guerra e violenza in quella citata provincia tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni ’60. E anche qui gli attori predisposti ad incutere timori non mancano, ad iniziare da Bill Skarsgård, tanto da indurre lo spettatore a pensare che sia il protagonista principale. Ed invece, in un racconto che si può definire corale, chi emerge definitivamente dopo i primi minuti è Tom Holland, il cui Arvin, alla fine, prende una decisione non facile ma logica, vista l’escalation della Guerra in Vietnam ai tempi di Lyndon B. Johnson.
Nel primo dopoguerra, tra l’Ohio rurale e la West Virginia, si intrecciano le vite di personaggi segnati da violenza, fanatismo religioso e traumi familiari. Willard Russell (Bill Skarsgård), veterano sconvolto dalle atrocità viste in guerra, cerca di costruire una vita decente con la moglie Charlotte (Haley Bennett) e il figlio Arvin, ma la malattia di lei lo spinge verso rituali ossessivi di preghiera e sacrificio che finiscono per travolgere la famiglia. Parallelamente, una coppia di serial killer, Carl e Sandy Henderson (Jason Clarke e Riley Keough), percorre le strade americane attirando autostoppisti per fotografarli mentre fanno sesso con lei e poi ucciderli, lasciando dietro di sé una scia invisibile di violenza. In un’altra comunità, il predicatore Roy (Harry Melling) e il suo complice Theodore (Pokey LaFarge) vivono di spettacoli religiosi estremi, finché un atto di fanatismo li porta alla fuga e alla rovina.
Anni dopo, Arvin (Tom Holland) cresce con la nonna e con Lenora (Eliza Scanlen), la fragile figlia segnata dall’abbandono dei genitori, il predicatore esaltato Roy e la religiosissima Helen (Mia Wasikowska). Quando un nuovo pastore carismatico, Preston Teagardin (Robert Pattinson), arriva in città, la sua ipocrisia e il suo abuso di potere innescano una catena di eventi che riapre in Arvin ferite antiche e lo spinge a proteggere chi ama con una violenza che credeva di aver lasciato alle spalle. Le diverse traiettorie – il veterano tormentato, la coppia di assassini, il predicatore manipolatore, il ragazzo cresciuto nell’ombra del fanatismo – convergono in un crescendo di tensione che unisce i destini di tutti in un’America cupa, dove fede, colpa e violenza sembrano inseparabili.
Tra il gotico e il noir, è un film in cui il giovane protagonista Arvin non è a suo agio in quel clima di ossessione religiosa che si presenta come potere psicologico da parte di predicatori e reverendi che abusano dell’innocenza delle fanciulle o come arma di chi non sa risolvere la propria esistenza; è un film in cui la violenza, direttamente ereditata dai tempi del selvaggio west, si manifesta con la prepotenza o come unico mezzo per difendere i propri interessi. Di conseguenza, il giovanotto si trova costretto ad usare un vecchio arnese tedesco della guerra, una Luger 9 millimetri posseduta dal padre, per sopravvivere. Persino la Legge è rappresentata come potere da parte di uno sceriffo che, oltre ad essere direttamente coinvolto dai killer seriali, bada più alla carriera che alla obiettività delle sue indagini. Nemici ovunque, aggressività e brutalità in ogni angolo e in ogni occasione, tracce sparse senza preoccuparsi troppo delle conseguenze: un fil rouge che si allunga fino al Vietnam, eventuale luogo per sparire dalla circolazione per il protagonista.
Nell’atmosfera complessiva del film, il crescendo – tipico di questo cinema – è inevitabile ed è palpabile. Da un momento all’altro ci si aspetta l’ineluttabile tragico e il climax si raggiunge lentamente ma inesorabilmente quando Arvin decide, per senso di giustizia personale, di punire i colpevoli, anche incontrati casualmente nel classico caso di autostop, che è il campo preferito della coppia insaziabile. È un’atmosfera degna dei romanzoni inizio Novecento che però si colorano di pulp, mescolando la crescita di una nazione postbellica, con reduci traumatizzati (la scena del commilitone torturato e crocifisso si sposa alla perfezione tra violenza e religione) e contadini ed operai di una terra che pare dimenticata da Dio, evocato solo per mania mistica. I crocifissi che compaiono di continuo sono la deformazione psicotica dei vari personaggi.
La regia di Antonio Campos è pregevole e la messa in scena implacabile, segno evidente della buona predisposizione dell’autore in questo genere. Gli attori sono molto adatti, ad iniziare da Bill Skarsgård e finendo a tutto il cast, perché già abituati ad interpretare film ad alto tasso di tensione, da Mia Wasikowska a Jason Clarke fino all’inquietante espressione costantemente esaltata di Harry Melling o al gangsterismo di Sebastian Stan, oltre alle buonissime attrici Riley Keough, Haley Bennett ed Eliza Scanlen. Ineccepibile, infine, la performance di Tom Holland, offrendo un personaggio duro, trattenuto, segnato dal trauma. Discorso a parte per Robert Pattinson, che bisogna attendere circa metà film per vederlo, ed ovviamente è un altro di quei personaggi sempre sopra le righe da cui le verginelle dovrebbero girare al largo. D’altronde se il romanzo si chiama The Devil All the Time vuol dire che il diavolo è per sempre e ovunque e questi personaggi o lo rappresentano o se ne devono difendere. Sceriffi, predicatori, coppie invasate, sette religiose, tutti villain potenziali e pericolosi: pregando pregando non esitano ad uccidere. Oggi voterebbero tutti per Trump.
Film solido, cupo e ben realizzato, forte nella ricostruzione storica e nelle prove attoriali, soprattutto di Holland. Pur non raggiungendo la complessità o l’originalità di opere affini (vedi i romanzi di Cormac McCarthy come Non è un paese per vecchi, The Counselor – Il procuratore), rimane un racconto efficace e immersivo, dominato da un’atmosfera di violenza, fanatismo e disperazione morale. Pur essendo un’opera corale, il film assume la forma di un coming‑of‑age cupo con il curioso particolare dell’incipit, capace di creare già da subito un forte senso di luogo e di epoca, con la voce narrante dello scrittore del romanzo Donald Ray Pollock.


































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