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Anemone (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 7 ore fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Anemone

UK USA 2025 dramma 2h5’

 

Regia: Ronan Day-Lewis

Sceneggiatura: Ronan Day-Lewis, Daniel Day-Lewis

Fotografia: Ben Fordesman

Montaggio: Nathan Nugent

Musiche: Bobby Krlic

Scenografia: Chris Oddy

Costumi: Jane Petrie

 

Daniel Day-Lewis: Ray Stoker

Sean Bean: Jem Stoker

Samantha Morton: Nessa Stoker

Samuel Bottomley: Brian Stoker

Safia Oakley-Green: Hattie

 

TRAMA: Nel nord dell’Inghilterra, un uomo parte in moto per andare a trovare il fratello che vive come un eremita nel bosco con l’intento di convincerlo a tornare in famiglia, dopo la separazione avvenuta per eventi che gli hanno cambiato la vita decenni prima.

 

VOTO 7

 

 

Dramma psicologico che segna il debutto alla regia di Ronan Day-Lewis in un lungometraggio scritto dallo stesso regista insieme al padre Daniel Day-Lewis. La pellicola segna soprattutto il ritorno alla recitazione dell’attore assente dal grande schermo dai tempi di Il filo nascosto del 2017. L’attore interpreta il ruolo principale, affiancato da Sean Bean e Samantha Morton in ruoli di supporto. È la storia di un uomo tormentato ritiratosi dal mondo vivendo isolato in una casa nel fitto bosco: il suo equilibrio viene interrotto dall’arrivo del fratello, deciso a convincerlo a tornare a casa e a ricucire i rapporti con la famiglia dopo una frattura profonda e mai del tutto sanata. È stata una bellissima sorpresa ritrovare il grande interprete, che personalmente ritengo il migliore attore vivente, ed il suo addio al set era sembrata una perdita immensa per il cinema dei nostri anni, ma per fortuna il progetto del figlio esordiente ed il suo importante contributo alla scrittura lonno ha riportato sullo schermo, molto atteso e gradito da chi, come me, lo ama tanto.

 

 

Nella sequenza iniziale vediamo Jem Stoker (Sean Bean), un veterano che decide di lasciare la moglie Nessa (Samantha Morton) e il figlio Brian (Samuel Bottomley) per raggiungere un luogo isolato nel bosco. Lì vive il fratello Ray (Daniel Day-Lewis), anche lui ex militare, che ha scelto l’eremitaggio dopo un passato segnato da traumi e colpe mai elaborate. Jem porta a Ray una lettera di Nessa: la donna chiede che lui torni a casa per parlare con Brian, che è stato sospeso dall’esercito dopo un episodio di violenza. Tra i due fratelli riaffiorano tensioni, segreti e ferite antiche: Ray, in realtà, è il vero marito di Nessa, donna che lui ha abbandonata quando era incinta, per cui Jem ha poi cresciuto Brian come figlio proprio. Nel rifugio, Jem scopre che Ray ha conservato tutte le lettere di Nessa e piccoli oggetti legati al figlio, segno di un legame mai davvero reciso.

 

 

Parallelamente, Nessa cerca di far capire a Brian chi fosse davvero il padre prima che la guerra lo condizionasse psicologicamente, ma il ragazzo rifiuta la possibilità di una riconciliazione, molto irritato dall’abbandono. Ray, tormentato da un episodio traumatico vissuto durante il servizio in Irlanda del Nord, teme di non meritare il ritorno nella famiglia che ha lasciato. Una violenta tempesta mette alla prova l’equilibrio fragile tra i due fratelli, costringendoli a confrontarsi con ciò che li ha divisi e con ciò che potrebbe ancora unirli. Il viaggio verso casa diventa così un percorso emotivo che riguarda tutti: Ray, Jem, Nessa e Brian, ciascuno sospeso tra colpa, rabbia e desiderio di ricominciare.

 

 

Un dramma, un duro dramma fortemente psicologico con non pochi risvolti, che viaggia tra sentimenti positivi che vengono espressi ed esternati principalmente con l’odio ed il disagio mentale intimo che ha rovinato il comportamento del personaggio centrale, quel Ray che, non sapendosi perdonare, sposta la sua rabbia su chi gli vuol bene e su un personaggio innocente, suo figlio Brian, il quale, a sua volta, è arrabbiato con lui perché da lui è stato abbandonato e ignorato sin da prima che nascesse. Il passato macerante di Ray è un gesto estremo, un atto che avrebbe potuto risparmiarsi ma che lui, in quel momento tragico, ha ritenuto giusto per sola pietà. Ma mai perdonato dal comando militare quando era nel reparto dell’esercito che doveva sorvegliare una casa frequentata dai terroristi dell’IRA. La sceneggiatura, di padre e figlio, non ci rivela nulla per buona parte del film e bisogna arrivare ad uno dei tanti dialoghi feroci tra i due fratelli, Ray e Jem, per sapere con esattezza cosa veramente fosse successo in quel tremendo frangente.

 

 

Da qui il senso di colpa mai cicatrizzato, l’onta della punizione subita, il ritorno a casa lacerante e di conseguenza la partenza mentalmente dilaniante mentre la moglie Nessa era ancora incinta. L’isolamento lontano, nel cuore del bosco, il rifiuto della socialità e della società che lo aveva visto crescere come uomo e come fiero militare, 15 anni di servizio rovinati da un gesto impulsivo che in sé era stato un moto di misericordia umana. Ora ha scelto il totale isolamento ed il rifiuto dell’umanità insopportabile. La visita inattesa del fratello scatena una reazione insensata per gli altri ma logica per lui e di conseguenza lunghi dialoghi infruttuosi conditi da pesanti offese e linguaggio scurrile che lentamente si trasformano in ricordi penosi e faticosi, a cominciare dalle molestie subite dal parroco, su cui, come rivela, ha voluto vendicarsi in maniera oltremodo plateale e lurida. Merda mentale e fisica, insulti, rifiuti. Dall’altra sponda, quella di Jem, solo pazienza e resistenza psicologica, oltre che fisica nel momento dello scontro materiale, duro, quasi definitivo. Quasi definitivo perché forse è quello il momento della svolta e del ripensamento. Della riconciliazione traballante, ma decisiva.

 

 

La pellicola si muove su registri intimi e tesi, alternando introspezione e tensione emotiva, con un’ambientazione che amplifica il senso di alienazione del protagonista. Anzi, l’aspetto principale dell’opera è esattamente l’alienazione schizofrenica, pur se lucida e consapevole: una scelta che pare definitiva. È un esordio che sorprende per maturità, intensità e coerenza poetica. Ronan Day-Lewis, ventisettenne alla prima regia, costruisce un dramma intimo che si muove come un “passo a due” tra fratelli, immersi in una natura che non fa da sfondo ma da controcampo morale. È un film che nasce in famiglia – padre e figlio insieme alla sceneggiatura, padre diretto dal figlio – ma che non si chiude nella dimensione privata: la trasforma in una riflessione più ampia sul peso delle eredità, sui traumi che attraversano le generazioni, sul modo in cui la guerra continua a risuonare anche quando sembra lontana. Il cuore del film è Brian, giovane cresciuto dal fratello Jem e affascinato dalle ombre del passato del padre Ray. Il regista lo osserva con uno sguardo “solitario”, scavando nella sua identità di figlio della Generazione Z che tenta di decifrare ciò che gli è stato trasmesso senza essere mai stato detto. Il grande attore, dal canto suo, offre un’interpretazione magnetica: non un personaggio che possiede l’attore, ma una presenza che continua a vivere nella sua immaginazione anche dopo l’ultimo ciak. La sua performance è fatta di chiaroscuri, di racconti che diventano confessioni, di un passato che prende corpo solo attraverso le parole.

 

 

La regia di Ronan è sorprendentemente sicura. Pittore prima che filmmaker, porta nel film una sensibilità visiva che si traduce in inquadrature che respirano con il vento, il cielo, gli alberi, trasformando la wilderness in un luogo di verità. Il trauma dei Troubles, scelto come cornice storica, non viene mai spettacolarizzato: è una ferita che vibra sotto la superficie, un’eco che dialoga con le violenze del presente. La natura diventa così il vero metro morale del film: ciò che l’uomo distrugge, ciò che tenta di ricomporre. Il rapporto tra Ray e Jem è uno dei punti più riusciti: non un duello, ma un duetto, fatto di silenzi che pesano quanto le parole. Sean Bean lavora magistralmente sulle micro-reazioni, su un ascolto che diventa fisico, quasi tattile. I primi piani stretti su di lui sono molto efficaci ai fini della narrazione emotiva. Inoltre, non sorprende, visti i temi, che il film sia anche una riflessione sul potere del racconto: ciò che non vediamo del passato dei protagonisti lo immaginiamo attraverso la loro voce, i loro gesti, le loro omissioni. È cinema che crede nella parola, ma anche nel silenzio; che parla di guerra senza mostrarla; che indaga la famiglia senza idealizzarla. Un’opera prima profonda, complessa, sorprendentemente adulta, capace di intrecciare memoria, natura e identità con una delicatezza rara. Un film che segna non solo il ritorno di Daniel Day-Lewis, ma soprattutto l’arrivo di un nuovo autore da tenere d’occhio.

 

 

Non nascondo che il personaggio di Ray mi ha ricordato non poco il terribile Daniel Plainview de Il petroliere: duro, scontroso, isolato, cattivo, insensibile, a cui l’attore ha quasi ripetuto il tono di voce, qui ancora più rauco e rancoroso, ma tratto dalla stessa cattiveria disumana. E qui viene fuori ancora una volta l’immensa bravura di interprete, con una forza recitativa uguale a nessun’altro. Daniel Day-Lewis è ultrapotente, è una forza della natura, e un po’ anche irriconoscibile da come lo avevamo lasciato ne Il filo nascosto, anche fisicamente, dato che il tempo passa per tutti e anche lui è invecchiato e dimagrito, nascosto anche da barba e baffi che gli squadrano di più il viso.

 

 

Non è un capolavoro ma è un esordio per Ronan Day-Lewis di un certo peso, certamente impegnativo e di qualità che promette bene e se la critica si è divisa la capisco. Il film è certamente lento perché non è di azione ma di recitazione, di impronta teatrale, dove il percorso è solo dialettico e di conseguenza non pochi spettatori lo troveranno monotono, dove invece io lo trovo molto interessante. È nelle tante e lunghe sequenze dei litigi furibondi che il film trova la sua strada naturale, non è il racconto di una trama che si sviluppa nella visione ma nel passato rivangato con fatica e sofferenza, che, dati i caratteri dei due uomini, non può che essere che così. Per cui la recitazione ha un’importanza primaria e i due uomini si danno battaglia anche nel campo interpretativo, uscendone grandiosamente. Non è da meno la mai valutata sufficientemente Samantha Morton, attrice che meriterebbe ben altra considerazione dalla critica mondiale: anche qui risulta bravissima. Da apprezzare pure la performance del giovane Samuel Bottomley, che nonostante la giovane età ha già un portfolio molto ricco. Gli toccava esprimere più con le espressioni che con le parole il disagio sofferto della mancata conoscenza del padre e se la cava bene. Ovvio, la regia non è e non poteva essere memorabile per via dell’inesperienza e neanche poteva essere molto incisivo l’ausilio del celebre padre che regista non lo è mai stato, per cui oggi, secondo me, il film va promosso comunque e il mezzo voto in più è per la eccezionale bravura dei tre attori citati, per l’ottima fotografia, la spettacolare scenografia e per il suono che non fa perdere una sola battuta (ammesso che lo vediate in originale, come me – il doppiaggio neanche lo considero: c’è il più grande attore sullo schermo e devo sentire la voce di un altro?).

 

 

Anemone, che è il fiore che il protagonista coltiva con molta cura fuori della sua casa e che però il maltempo distrugge, è il simbolo dei personaggi: fragili, feriti, esposti, ma ancora capaci di aprirsi alla luce. Un titolo che racchiude l’essenza del film: la bellezza vulnerabile della sopravvivenza emotiva.

 

 

Riconoscimenti

Festa del Cinema di Roma, sezione Alice nella Città 2025

Premio Miglior Opera Prima

Con la seguente motivazione: Ronan Day-Lewis ha realizzato un film audace, onirico, immersivo e dirompente, che dimostra una complessità e una completezza inusuali da riscontrare in un’opera prima. L’esperienza da pittore di Ronan è fondamentale per dare vita a un’atmosfera totalizzante, resa tale anche dal sonoro. Non di minore impatto è il glorioso ritorno sulla scena di Daniel Day-Lewis, che interpreta un personaggio il cui passato non lo ha mai abbandonato. Un passato segnato dal trauma della guerra, degli abusi e dall’assenza di un padre, i cui errori decide di non replicare

 


 
 
 

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