Father Mother Sister Brother (2025)
- michemar

- 6 apr
- Tempo di lettura: 6 min

Father Mother Sister Brother
USA UK Italia Francia Irlanda Germania 2025 dramma 1h50’
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Fotografia: Frederick Elmes, Yorick Le Saux
Montaggio: Affonso Gonçalves
Musiche: Jim Jarmusch, Anika
Scenografia: Mark Friedberg, Marco Bittner Rosser
Costumi: Catherine George
Tom Waits: il padre
Adam Driver: Jeff
Mayim Bialik: Emily
Charlotte Rampling: la madre
Cate Blanchett: Timothea
Vicky Krieps: Lilith
Sarah Greene: Jeanette
Indya Moore: Skye
Luka Sabbat: Billy
Françoise Lebrun: la portinaia
TRAMA: Tre famiglie i cui membri hanno da tempo diradato i rapporti si riuniscono: in un’anonima cittadina degli Stati Uniti d’America nord-orientali, un fratello e una sorella molto compassati fanno visita all’eccentrico padre; a Dublino, le due figlie di un’austera scrittrice vanno a trovarla per il loro appuntamento annuale di fronte a una tazza di tè; a Parigi, due gemelli si ritrovano a gestire l’appartamento dei genitori dopo la loro morte.
VOTO 7

La quasi totalità dei film di Jim Jarmusch è fatta essenzialmente di dialoghi, come anche di sottrazione e silenzi, di piccoli gesti, di espressività recitatoria minima, in un equilibrio perfetto, mai messo in discussione se la sceneggiatura prevede scambi prolungati di opinioni. Perché queste sono sempre espresse con la quiete della riflessione, mai urlate, piuttosto sussurrate. E sguardi che esprimono l’essenziale. Il superfluo non fa parte del suo cinema. In una continuità che non prevede eccezioni – anche perché ognuno ha il suo modo personale per esprimere la propria arte – l’ultimo lavoro di Jarmusch rispecchia fedelmente lo schema consono alla sua filosofia. Inoltre ha, nella serie dei film, alcune altre costanti, ed una di queste, più che altro una certezza, è la presenza di Tom Waits, qui alla sua quarta apparizione con il regista dell’Ohio, ed altre volte collaboratore come doppiatore o musicista (che in verità sarebbe la professione in cui eccelle).

Nell’occasione, il film in discussione è, tipicamente, un’opera poetica e nello stesso tempo radicale che intreccia silenzi, memorie e misteri familiari, dove i misteri non rappresentano segreti inconfessabili, ma piuttosto il non detto, che rappresenta sostanzialmente la costante nei tre episodi in cui è diviso il film, ambientati tra il New Jersey, Dublino e Parigi. Tre posti lontani e differenti, tre storie diverse ma accomunate da un filo sottile rappresentato dalla parentela dei personaggi e dal fatto che non si frequentano molto, qualcuno rimpiangendo questo aspetto, altri poco o niente. La vera caratteristica dei tre fatti è dovuta a tre elementi che sono il comune denominatore: la “desolandia”, gli skaters, i Rolex.

Father
Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik) raggiungono il padre (Tom Waits), un uomo solitario e ambiguo che vive in una casa apparentemente fatiscente nel New Jersey innevato. Durante la visita emergono dettagli contraddittori: non se la passa molto bene, nasconde una vecchia e costosa BMW sotto un telo, indossa un Rolex che dichiara falso, evita di parlare davvero di tutti i suoi fatti privati con i figli. Quando i due se ne vanno, il padre rimette in ordine la casa, si cambia, prende la sua auto bella e va a cena in un ristorante elegante dopo aver invitato una donna. Potremmo definirlo un capitolo sul mascheramento, sul bisogno di controllare l’immagine che i figli hanno di lui. Un particolare che colpisce è che, nonostante il non breve viaggio che i due germani hanno compiuto, la visita dura sì e no 20 minuti: il tempo di qualche chiacchiera, pure trattenuta e mascherata, un bicchiere di acqua, una tazza di tè, informazioni su eventuali medicinali che il padre assume.

Mother
Una scrittrice anziana (Charlotte Rampling) riceve le due figlie, Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps), per l’unico incontro che fanno ogni anno, diciamo un rituale mentalmente e retoricamente obbligatorio ma anche un po’ ipocrita, ma a cui ci tengono perché, perlomeno, è l’unica occasione per riunirsi. La giornata è una liturgia rigida, piena di frasi spesso non completate, notizie in merito alle proprie attività ma date in maniera frammentate, alcune situazioni non dichiarate volutamente, un altro Rolex, falso o vero non si sa, al polso di Lilith, un viaggio tramite un autista Uber finto, un silenzio che pesa più delle parole. La annuale cerimonia del tè, preso con una tavola imbandita di dolci colorati, diventa un teatro dell’assurdo domestico: tre donne che si vogliono bene ma non sanno più come parlarsi. In totale, anche questo capitolo dura una trentina di minuti.

Sister Brother
I gemelli Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat) tornano nella casa dei genitori che sono morti in un incidente alle Azzorre con il loro aeroplano. Vi ritornano volentieri e con il magone perché prima di tutto sono in totale sintonia ed insieme vogliono dare un ultimo sguardo a quell’appartamento parigino che conserva tanti ricordi felici della famiglia. Qui, infatti, rivedono le foto dell’infanzia, i vecchi disegni della loro fanciullezza, i documenti falsificati dagli intraprendenti genitori per servirsene alla necessità (compreso quello del loro matrimonio mai veramente celebrato), il Rolex del padre, chissà se falso, oggetti di vario tipo che rivelano una vita mai completamente rivelata e chiarita. È, a differenza degli altri due fatti, un viaggio nel lutto, nella memoria e nella ricostruzione di un legame. Ma al termine i due si salutano e tornano alla loro vita. Come i personaggi degli episodi precedenti. L’intero film è distribuito in storie di circa mezz’ora l’una.

I tre capitoli mostrano figli adulti che tornano dai genitori (o nei loro spazi) e scoprono che ciò che ricordavano non coincide più con la realtà, ogni famiglia ha i suoi segreti, il tempo che non guarisce ma deforma i ricordi. Rimangono le costanti prima accennate: i luoghi visitati da chi vi si sta recando definiti “desolandia” in quanto vuoti o semplicemente svuotati dagli affetti che lì vi si annidavano; i misteriosi Rolex al polso di uno dei protagonisti; i ragazzi sullo skateboard che compaiono come testimoni silenziosi che osservano il passaggio in auto dei personaggi.

Le tre storie funzionano come specchi deformanti della stessa ferita familiare: ogni episodio mette in scena adulti che tornano a confrontarsi con i propri genitori - vivi, distanti o già scomparsi - e scoprono che il legame non è mai davvero risolto. Nel capitolo del padre domina il tema del mascheramento, con un uomo che costruisce una versione di sé per non deludere i figli; in quello della madre prevale la ritualità svuotata, un incontro annuale che sopravvive per inerzia più che per affetto; nel segmento dei gemelli, invece, il confronto avviene in assenza, attraverso gli oggetti lasciati dai genitori, che diventano indizi di una verità mai detta. A unire i tre episodi non sono solo i motivi ricorrenti elencati ma soprattutto la stessa tensione: il tentativo di dare forma a un rapporto che sfugge, di capire chi siamo diventati rispetto a chi ci ha generati. Il riflessivo Jarmusch costruisce così un trittico in cui ogni storia illumina le altre: il padre che finge, la madre che recita, i figli che ricostruiscono. Tre modi diversi di affrontare la fragilità del legame familiare, tre variazioni sul bisogno di essere visti e sul timore di non esserlo più. Direi di più: il titolo del film, un breve elenco di parentele senza punteggiatura, congiunzioni e articoli, è una dichiarazione programmatica, nuda, pura, persino generica nel senso universale, senza riferimenti precisi di qualcuno in particolare. È forse una visione remissiva e malinconica, ma le storie lo dimostrano.

La sceneggiatura è essenziale e precisa, come i dialoghi, che sono scarni e trattenuti, tra persone che non vogliono sbilanciarsi: fanno domande, mostrano interesse alle risposte, si abbracciano prima e dopo l’incontro ma sempre con poco calore. È più il rimpianto di ciò che è stato che la speranza che nel futuro si intensifichi il loro rapporto. Sentimenti non raggelati ma scarnificati perché la loro attenzione è ormai rivolta altrove. Non è un film dei buoni sentimenti ma dei propositi di circostanza, di ponti caduti, che non ricostruiranno più. Pessimistico? Non credo. Solo desolantemente oggettivo di gente che guarda altrove. Di gente che è andata via davvero dalla famiglia, anche se oggi, alcuni (Jeff, Tim, i gemelli) sono senza partner. Il ritmo è pacato (ci ricorda Paterson ma anche gli altri del regista) ma contrasta con la fretta dimostrata dai figli nel liberarsi dell’incombenza della visita. Perché, in fondo, pare proprio un compito da portare a termine per poi tornare alla solita vita.

Il film ha diversi punti di forza che lo rendono uno dei lavori più maturi e sottili di Jarmusch. Prima di tutto la direzione degli attori, che lavorano su micro‑gesti, esitazioni, silenzi, ottenendo performance che danno l’idea della naturalezza ma senza mai cadere nel manierismo, in un’opera che lavora sulla tenerezza, sulla fragilità, sulla distanza che resta anche quando ci si vuole bene. Ciò conduce però ad una rarefazione che pare troppo controllata, ma se si segue con attenzione se ne resta attratti. Un cinema non alla moda, che non urla, non si sfoga, che rilassa e fa riflettere sui rapporti familiari che non sempre sono ideali. L’ottimo cast, diretto magnificamente, è un altro punto di forza.

La genuina esclamazione dell’autore al momento della proclamazione del premio riscosso a Venezia è talmente schietta che pare la degna conclusione del film che, invece, resta sospesa nell’aria: “Oh, shit!”.
Riconoscimenti
Mostra di Venezia 2025
Leone d’Oro






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