Animale (2024)
- michemar

- 15 minuti fa
- Tempo di lettura: 5 min

Animale
Francia, Belgio, Arabia Saudita, 2024 dramma fantasy / horror 1h38’
Regia: Emma Benestan
Sceneggiatura: Emma Benestan, Julie Debiton
Fotografia: Ruben Impens
Montaggio: Clémence Diard
Musiche: Ruben Impens
Scenografia: Eve Martin
Costumi: Fabienne Menguy
Oulaya Amamra: Nejma
Damien Rebattel: Tony
Vivien Rodriguez: Kylian
Claude Chaballier: Léonard
Elies-Morgan Admi-Bensellam: Jordan
Pierre Roux : Arthur
Marinette Rafai: Ouarda
Renaud Vinuesa: Renaud
Benjamin Cuillé: madre di Nejma
TRAMA: Nejma si sta allenando duramente per realizzare il suo sogno e vincere la prossima corsa camarghese (corsa della coccarda) una competizione in cui si sfidano i tori nell'arena senza ucciderli. Ma mentre i preparativi in vista dell'evento sono in pieno svolgimento, alcune sparizioni sospette cominciano a preoccupare gli abitanti del posto. Ben presto si sparge la voce: una bestia feroce è in agguato
Voto 6 –

Emma Benestan, che scopro regista “tosta” ma molto fieramente femminista sino a costruire un crew a maggioranza di donne, firma il suo film più radicale: un’opera che attraversa i territori del body horror, come anche del western, chiamiamolo, mediterraneo e del dramma femminista, costruendo un racconto di metamorfosi fisica e simbolica. Ambientato nella Camargue, tra tori, mandrie e rituali maschili, il film mette al centro una giovane donna che tenta di sopravvivere in un mondo che la vuole docile, controllata, sacrificabile. Per intenderci, e per come ho letto il film, la sorprendente regista usa il genere non come gabbia, ma come strumento politico: il corpo della protagonista diventa il campo di battaglia su cui si inscrivono desideri, ferite, resistenze.

Nejma (Oulaya Amamra) lavora come addestratrice di tori in un ambiente dominato dagli uomini. È competente, determinata, ma costantemente relegata ai margini. Quando un incidente durante una corrida la ferisce a distanza, qualcosa in lei comincia a cambiare: il corpo reagisce in modo inatteso, quasi animale, e la sua identità si incrina. Mentre cerca di capire cosa le stia accadendo, si scontra con un sistema che non tollera deviazioni né ribellioni. La sua trasformazione diventa allora un percorso di emancipazione feroce, istintivo, inevitabile.

La Benestan costruisce un film che lavora su due piani e lo fa con attenzione e risultati notevoli, sebbene non siano del tutto apprezzabili: il realismo fisico (della Camargue, dei corpi, del lavoro con gli animali) e l’astrazione simbolica (della metamorfosi, trattata come un processo quasi mitologico). La regista evita il gore e preferisce un horror sensoriale fatto di suoni, dettagli epidermici, movimenti minimi. La macchina da presa rimane spesso addosso a Nejma, seguendone il respiro, la fatica, la tensione, con conseguenza di un cinema che parla di violenza senza mostrarla, che parla di dominio senza retorica, che parla di femminilità senza stereotipi.

È come se voglia dire che la trasformazione non è un mostro che arriva dall’esterno, ma una presa di potere interiore, un ritorno a un istinto primario che la società tenta di reprimere. Per fare ciò aveva bisogno, e lo si nota fortemente, di una fotografia che lavorasse su contrasti netti, e lo si vede con l’evidente luce bruciata della Camargue, le ombre delle stalle e delle arene, il rosso della terra e del sangue come elementi ricorrenti. L’immagine, per forza di cose, è materica, quasi tattile, e contribuisce a creare un’atmosfera sospesa tra realismo e leggenda. Tutte le collaboratrici dovevano dare una mano al progetto, per cui, pure, il montaggio è asciutto, controllato, con improvvise accelerazioni nei momenti di crisi fisica, sempre camera addosso, vicinissima; ed anche il ritmo non è quello di un horror classico: è più vicino a un thriller psicofisico, metafisico, dove la tensione cresce per accumulo, non per shock.

Se poi diamo uno sguardo al suono e agli effetti sonori, ecco un altro degli elementi forti che servono allo scopo: rumori di zoccoli, respiro degli animali (spesso rantoli), fruscii del corpo che cambia, silenzi improvvisi che risuonano come rumori insopportabili, preannuncianti nulla di buono. Di conseguenza, la musica interviene poco, lasciando che sia il suono del mondo a costruire la tensione.

Questa è la base, il terreno fecondo, che sarebbe inutile con un’attrice non adatta: Oulaya Amamra (che è Nejma) è il cuore del film. Lavora sul corpo prima che sulla parola e la si può ammirare come postura che le si irrigidisce, lo sguardo che si fa scuro “animale”, i movimenti che diventano istintivi. Una performance fisica, vulnerabile e feroce, capace di rendere credibile una trasformazione che è insieme biologica e simbolica. Non per nulla, in patria, ma anche in Spagna, è stata definita magnetica e ipnotica, una presenza che domina lo schermo. Intorno maschi - fatta eccezione l’apprensiva madre - maschi, maschiacci, che la trattano come una di loro, ma escludendola dalle prove più mascoline, quando invece lei vuole stare al gioco alla pari. E deve stare attenta, perché non tutti sono come il compagno più gentile e attento e quando subisce il grave torto la donna-toro si prenderà la vendetta di giustizia, personale e animalesca, calmando finalmente la sua furia.

Il film porta in scena la mascolinità più esplicita, più fisica, rappresentando il lato brutale del mondo che circonda Nejma, personaggio che funziona come contrappunto drammatico ed esistenziale: un film che colpisce per originalità, coerenza estetica e potenza simbolica, in un’opera che la potente Emma Benestan firma usando il genere per parlare di identità, corpo, violenza e liberazione, senza mai cadere nel didascalico. È un cinema che osa, che non cerca la compiacenza, che chiede allo spettatore di entrare in un territorio sensoriale e politico allo stesso tempo.

Presentato alla 43.a Semaine de la Critique di Cannes 2024, “Animale” (da leggere alla francese) è un film sospeso tra dramma e horror che offre uno sguardo inedito sulla Camargue e sul mondo della tauromachia locale, scegliendo la forma della favola fantastica per immergere lo spettatore nel mondo dei tori camarguesi e, soprattutto, per denunciare una mascolinità tossica che si traveste da virilità per nascondere dinamiche di abuso. In un ambiente dove tutto sembra naturale e legittimo per gli uomini, Nejma deve affrontare non solo i tori, ma anche un entourage maschile che tenta di relegarla al ruolo di comparsa, escludendola dal loro sport, dove gli uomini che combattono i tori sono spesso più pericolosi degli animali stessi.

Insomma, una regista donna che dirige un’attrice donna in un mondo machista con un cast tecnico al femminile, che ha mostrato coraggio artistico e concettuale.
Divise da esibizione bianche, tori nerissimi, bosco buio, occhio animale di fuoco, nasi dilatati sbuffanti, sensi animaleschi, una sorta di licantropia dove al chiarore della luna si diventa tori.
Potrebbe non piacere ma è molto interessante, una voce differente. Quindi da vedere.






Commenti