top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Anna (2025)

Immagine del redattore: michemar
michemar
34 minuti fa
Tempo di lettura: 6 min

Anna

Italia 2025 biografico 1h51’

 

Regia: Monica Guerritore

Sceneggiatura: Monica Guerritore

Fotografia: Gino Sgreva

Montaggio: Massimo Quaglia

Musiche: Giovanni Nuti, Paolo Daniele

Scenografia: Lily Pungitore

Costumi: Nicoletta Ercole

 

Monica Guerritore: Anna Magnani

Tommaso Ragno: Roberto Rossellini

Lucia Mascino: Carol Levi adulta

Beatrice Grannò: Carol Levi giovane

Roberto De Francesco: Ferruccio Ferrara

Alvia Reale: Ada

Francesca Cellini: Suso Cecchi D’Amico

Massimiliano Vado: Indro Montanelli

Nicolo Giacalone: Vieri Niccoli

Edoardo Purgatori: Luca Magnani

Giampiero Judica: Tennessee Williams

Luca Lazzareschi: Carlo Ponti

Antonio Zavatteri: Alberto Moravia

Diego Migeni: Antonello Trombadori

Stefano Rossi Giordani: Sergio Amidei

Matteo Cirillo: Federico Fellini

Lucia Lavia: Ingrid Bergman

Antonio Calbi: Mario Camerini

Claudio Vanni: playboy

Chiara Bassermann: Helen

Robert Madison: Hal Wallis

Gian Maria Sainato: un amante di Anna

Alessandro Di Somma: Tazio Secchiaroli

 

TRAMA: Anna Magnani, già considerata fra le migliori interpreti della sua generazione e della giovane storia del cinema, è in attesa di una fatidica telefonata per gli Oscar. Nel frattempo, però, si è consumata una burrascosa e dolorosa separazione da Roberto Rossellini, che la lascia per Ingrid Bergman.

 

VOTO 5 –

 

 

Ci risiamo. Nel mio infinitesimale piccolo, ho sempre scritto che i biopic sono un campo minato su cui si può fallire poco o tanto, saltando in aria avendo realizzato un’opera inutile se non deficitaria. A volte si riesce appena meglio, in altre peggio. Il problema principale, secondo me, dipende dalla notorietà e dalla grandezza della persona che si vuole celebrare, e quanto più sono importanti queste, tanto più è facile sbagliare o almeno deludere le aspettative. Rari sono a mio parere i film riusciti, come è capitato negli ultimi tempi con l’Elvis di Baz Luhrmann (2022) o il sentito omaggio di Richard Linklater a Jean-Luc Godard con Nouvelle Vague (2025), che più che un biografico è un film dedicato alla produzione di un film leggendario. Anna Magnani è un personaggio veramente enorme ma ha la fortuna, per il pubblico, che non è molto nota la sua vita privata, anche perché sono trascorsi diversi decenni ed oggi pochi ricorderanno le sue vicende personali ed intime.

 

 

Traspare chiaro l’amore che Monica Guerritore ha sempre avuto per la grande attrice, come anche la passione e l’impegno che lei vi ha innestato, quasi fosse l’opera della vita. Ciò, però, non può sempre bastare perché comunque il film va scritto, diretto e recitato il meglio possibile. E se questo è il meglio siamo molto lontani dalla riuscita dell’operazione artistica. La nostra Monica ha scelto di assumersi tutti e tre i compiti, senza alcuna esperienza precedente in merito ai primi due e l’inesperienza è venuta alla luce in maniera chiara.

 

 

Roma, 21 marzo 1956. Anna Magnani trascorre una notte sospesa, in attesa della telefonata da Los Angeles che potrebbe consacrarla con l’Oscar per La rosa tatuata, il film girato con Burt Lancaster, di Daniel Mann (1955) con la sceneggiatura scritta da Tennessee Williams. Mentre amici, collaboratori e presenze affettive attraversano la sua casa (un numero considerevole, basti leggere il numerosissimo cast nella scheda), l’attrice ripercorre la propria vita come in un flusso di memoria che si apre e si richiude a ondate. Il film la mostra nel pieno della sua grandezza e delle sue fragilità: la carriera folgorante, gli scontri con Cinecittà, la lotta per difendere la propria identità artistica, la sensazione di essere troppo vera per un sistema che spesso la teme. Al centro, l’amore bruciante per Roberto Rossellini (Tommaso Ragno), che l’ha segnata nel profondo e che ora è una ferita ancora aperta, dopo l’abbandono per Ingrid Bergman (interpretata dalla figlia della regista, Lucia Lavia). L’attesa dell’Oscar diventa così un dispositivo narrativo che permette di attraversare passioni, cadute, trionfi e solitudini.

 

 

Attraverso gli occhi di Anna e quelli della sua giovane agente-confidente, Carol Levi (prima Beatrice Grannò e poi Lucia Mascino), il film ricostruisce i momenti cruciali della sua vita pubblica e privata: il ritorno al teatro quando il cinema sembra escluderla, le collaborazioni con figure decisive della cultura italiana e internazionale, gli incontri con Carlo Levi, Suso Cecchi D’Amico, Indro Montanelli, Tennessee Williams, Carlo Ponti, Alberto Moravia, Federico Fellini, Mario Camerini e altri ancora.

 

 

Tantissimi personaggi importanti della nostra cultura come raramente è successo, alcuni dei quali non sono semplici cameo, ma tasselli che compongono il ritratto di una donna che ha vissuto ogni emozione in modo assoluto. La notte dell’Oscar è solo l’occasione storica della vita dell’antidiva per antonomasia per inquadrare il momento cruciale su cui costruire il film e che rappresenta moralmente la resa dei conti con se stessa: un bilancio di ciò che ha perso e di ciò che ha conquistato, della gloria che la circonda e delle ombre che non l’hanno mai abbandonata. Dall’amore mai messo da parte – e quindi sofferto film nell’anima – per Rossellini a quello per i gatti, perché lei era una gattara reale. In questo modo, il film segue la Magnani nel punto esatto in cui mito e vulnerabilità si incontrano, restituendo la complessità di un’attrice che ha trasformato la verità ed il realismo in arte.

 

 

Attraverso i suoi occhi e quelli della giovane sua agente e confidente si ripercorrono i momenti cruciali della carriera e della vita, dagli scontri con Cinecittà alle le passioni brucianti, dal ritorno al teatro quando il cinema inizia a escluderla alla clamorosa proposta di partecipare alla Ciociara di De Sica che lei rifiuta impetuosa per non voler interpretare una donna più che matura, cioè la mamma di Sophia Loren che avrebbe avuto il ruolo della figlia. Voleva a tutti i costi essere Cesira ma non una madre invecchiata. Sarà l’inizio della fine.

 

 

Iniziando la visione, necessita abituarsi, un po’ a sorpresa, all’andamento non lineare della narrazione poiché il film non segue una biografia cronologica, ma intreccia presente e passato in un flusso di ricordi dove compaiono Rossellini, Fellini, Bergman, Moravia, Tennessee Williams, Indro Montanelli e altri protagonisti della cultura del tempo, non come figure documentarie ma come presenze emotive, tanto che ora l’uno, ora l’altro, le provocano reazioni e sentimenti viscerali. L’attesa dell’Oscar diventa così una soglia narrativa: la vittoria apre a una nuova stagione del cinema che finisce per marginalizzare la Magnani, e il film esplora questa trasformazione come un passaggio intimo, fatto di domande irrisolte, solitudini e cambiamenti. Anna si configura quindi come un percorso interiore, più che come un racconto cronologico: un attraversamento di una notte, di una vita e di un’epoca, dove la memoria diventa il vero spazio drammaturgico.

 

 

È indubbiamente un’opera sentita, rigorosa e interpretata con grande intensità, ma anche imperfetta, talvolta troppo enfatica o prigioniera del modello biografico. La scrittura di Monica Guerritore non è molto scorrevole, per giunta è inciampante, a volte retorica, pezzi di dialoghi da avanspettacolo e troppi personaggi famosi che entrano ed escono dallo schermo come fosse una stazione ferroviaria, il tutto sullo sfondo di squarci della Roma notturna tanto amata e abitata dai vip della dolce vita e gatti da sfamare. Spider e popolani, prostitute e bottegai, produttori e scrittori e contratti milionari non rispettati, mentre Anna è un mare di vita in perenne modo ondoso quasi tempestoso. La recitazione lascia a desiderare in non poche scene, rese troppo plateali, da commediaccia, anche a causa di una sceneggiatura poco curata. Il che significa anche che la regia ha trascurato di correggere gli errori e ha lasciato al suo destino attori, dialoghi e recitazione. Alcuni interpreti mi risultano troppo rigidi (Tommaso Ragno lo è un po’ per natura ma è capace di ben altro), altri paiono essere appena usciti dalle borgate senza essere passati dai romanzi di Pasolini.

 

 

No, non ci siamo. Monica Guerritore si è appassionata al mitico personaggio ma si è lasciata trascinare oltre o mancando l’obiettivo, forse anche per troppo amore e passione, per troppa foga di rendere tangibile e alla portata di tutti la personalità inquieta e ardente, sempre istintiva, e perciò inafferrabile per un’attrice/regista che tende a rassomigliarle. La Guerritore non ha grandi titoli nel suo nutrito carnet di attrice di cinema dove non è mai stata diretta da registi di alto livello, che invece ha incontrato sul palcoscenico. Ciò l’ha condotta ad una regia invisibile in senso negativo, con scelte sbagliate e conduzione approssimativa del cast, che è, diciamolo, di medio livello (eccettuato Ragno).

 

 

Anna è un biopic ambizioso e visivamente acceso, ma attraversato dalla serie di imperfezioni prima accennate che ne rendono il risultato disomogeneo. La struttura che ruota attorno alla notte dell’Oscar è potente ma talvolta appare artificiosa, con passaggi didascalici che espongono più che raccontare. L’origine teatrale del progetto emerge con forza, generando una messa in scena intensa ma spesso chiusa, segnata da scelte stilistiche marcate – ralenti, sovrimpressioni, cambi di registro – che non sempre si integrano con naturalezza nel linguaggio cinematografico. Il film evita l’agiografia solo in parte: nel tentativo di restituire la verità della Magnani, finisce talvolta per celebrarla, oscillando tra sincerità emotiva e costruzione narrativa. Il ritmo è irregolare, il montaggio non sempre fluido, e alcune sequenze sembrano appartenere a film diversi, contribuendo a un sovraccarico emotivo che, pur coerente con la figura raccontata, rischia di appesantire il percorso dello spettatore. Come è appunto successo alla mia esperienza. Non so di chi mi legge.

 

 

Se la Guerritore, che è indubbiamente molto brava, si fosse fatta dirigere da un vero regista e sulla base di una sceneggiatura efficace, il film sarebbe stato un’altra cosa e forse avrebbe raggiunto meglio lo scopo dell’omaggio e del ricordo senza dover essere per forza celebrativo e quindi agiografico. Immagino anche che per lo sforzo sopportato, come attrice e autrice sperasse ed ambisse a riconoscimenti importanti a livello nazionale ma purtroppo per lei sono arrivati soltanto due premi al festival femminile di Toronto e appena due candidature tecniche ai Nastri d’argento.

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page