Anniversary (2025)

Anniversary
USA 2025 dramma 1h51’
Regia: Jan Komasa
Sceneggiatura: Lori Rosene-Gambino
Fotografia: Piotr Sobociński Jr.
Montaggio: Michał Czarnecki
Musiche: Danny Bensi, Saunder Jurriaans
Scenografia: Lucy van Lonkhuyzen
Costumi: Lorna Marie Mugan
Diane Lane: Ellen Taylor
Kyle Chandler: Paul Taylor
Phoebe Dynevor: Elizabeth “Liz” Nettles
Dylan O’Brien: Josh Taylor
Madeline Brewer: Anna Taylor
Zoey Deutch: Cynthia Taylor
Mckenna Grace: Birdie Taylor
Daryl McCormack: Rob Thompson
Sky Yang: Moses
TRAMA: Durante la celebrazione dell’anniversario di una coppia, una famiglia unita e apparentemente felice inizia a sfaldarsi a causa della progressiva diffusione di un misterioso movimento sociale che prende piede in tutto il Paese. Quella che doveva essere una festa intima si trasforma in un dramma psicologico in cui i legami personali, le convinzioni profonde e gli affetti familiari vengono messi a dura prova da una minaccia invisibile ma pervasiva.
VOTO 7

Di famiglie apparentemente felici (ma anche realmente felici), che poi si disfano come un maglione agganciato ad un chiodo, ce ne sono a bizzeffe nel cinema. Se poi, in aggiunta, questo nucleo in disfacimento rappresenta una sineddoche dell’intera nazione, allora il quadro d’insieme diventa inquietante. Come d’altronde è sempre il cinema di Jan Komasa, come ci ha già dimostrato nei precedenti Corpus Christi (2019), The Hater (2020) e Good Boy (2025), giusto per fare qualche esempio calzante.

L’inizio pare caotico e pieno di personaggi appena abbozzati con frequenti cambi di scena. Mica per errore: volutamente per catapultare il pubblico nella famiglia di Paul Taylor, di professione chef, rinomato, affermato e ricco, tanto da abitare in una villa da benestanti. Ma lui non è il vero protagonista della storia, sebbene all’inizio, come detto, si fa fatica a capire dove siamo capitati. Nel più che riempitivo incipit, veniamo a conoscenza che, in occasione della bella festa che i coniugi Taylor hanno organizzato per il loro 25° anniversario (ecco il titolo) del matrimonio, sono arrivate o già ci abitano le tre figlie Anna, Cynthia e Bordie, oltre al mezzo fallito (ad oggi) Josh, che per l’occasione ha portato a far conoscere alla famiglia la fidanzata Liz. Partecipa al party anche il marito della seconda, Rob (Daryl McCormack), entrambi avvocati per cause ambientali. Ma caotico, questo inizio, in realtà non è: Komasa ci ha solo introdotti nella numerosa riunione ed ora ci sta preparando – per restare nel tema culinario del padrone di casa – un menù acido fagocitante che corroderà la felice armonia che regna nella casa.

La grande abilità del regista – che abbiamo imparato a conoscere con i citati titoli, che ci portano ad aspettarci mai nulla di buono e tranquillo – è di iniziare il film come una commediola americana (festa con pranzo, baci, sorrisi ipocriti, regalini, pettegolezzi) per poi trasformarla in un dramma familiare e professionale (litigi, incomprensioni, addii combattivi) e finire nel pieno e completo dramma sociale e politico che inquieta non poco. Inquieta per il semplice fatto che ci mostra crudamente la situazione sociopolitica dell’attuale contratto sociale costituito essenzialmente da razzismo, classismo e suprematismo, idee politiche, cioè, che stanno invadendo e condizionando il mondo da qualche anno. È la fotografia dell’America di oggi e di altri Paesi che hanno già voltato a destra? Ognuno tragga le considerazioni che ritiene giuste. A proposito: il protagonista, dicevo, non è il buon uomo padrone di casa, paziente e mediatore, ma il ruolo se lo spartiscono due donne, un po’ come accadeva in Eva contro Eva. Sto parlando di Ellen, professoressa alla Georgetown, e Liz, sua ex allieva che non ha mai ricevuto le simpatie della prof per via delle sue idee politiche, che l’hanno anche portata a scrivere un libro per conto e a sostegno del movimento nazionalista The Change, il Cambio, che prevede un solo partito della Nazione. In pratica una “democrazia” ad una solo voce. In poche parole, il film, alla fine, diventa il dramma di una società distopica, con tanto di soldati armati come Star Wars per le strade della città, pronti ad intervenire al minimo allarme, anche sollecitato da un semplice clic di un vicino di casa. Una sorta di Fahrenheit 451 del futuro prossimo venturo. Anzi oggi.

La famiglia Taylor, come detto, si riunisce per festeggiare il venticinquesimo anniversario di matrimonio di Ellen (Diane Lane) e Paul (Kyle Chandler), coppia progressista dell’alta borghesia americana. Tra gli invitati c’è Liz Nettles (Phoebe Dynevor), fidanzata del figlio Josh (Dylan O’Brien) ed ex studentessa di Ellen. Dietro la sua apparente cordialità, Liz nasconde una visione politica autoritaria che anni prima era stata criticata dalla stessa docente. Nel giro di due anni il suo saggio, The Change, diventa un fenomeno nazionale e il movimento che promuove conquista sempre più consenso. Mentre Josh si trasforma in un fervente sostenitore della nuova ideologia, Ellen assiste impotente all’erosione dei valori democratici che hanno guidato la sua vita. Le tensioni politiche penetrano nella famiglia, dividendo fratelli, coniugi e generazioni. Anna (Madeline Brewer), comica satirica e apertamente oppositrice del regime nascente, è costretta alla fuga. Intanto Birdie (Mckenna Grace), la figlia più giovane, sviluppa posizioni sempre più radicali contro il nuovo ordine.


Negli anni successivi “The Change” si trasforma in un sistema sempre più repressivo, sostenuto da una potente corporazione e da strumenti di controllo sociale. Ellen perde il lavoro, Paul vede fallire il proprio ristorante e la famiglia si disgrega progressivamente. Alcuni membri cedono al conformismo, altri scelgono la resistenza. Durante il trentesimo anniversario di matrimonio dei genitori, le tensioni esplodono definitivamente. Un attentato biologico contro la Cumberland Corporation sconvolge il Paese e Birdie ne rivendica il gesto sacrificando la propria vita. La tragedia innesca una spirale di violenza: Cynthia (Zoey Deutch) ferisce Josh, la polizia interviene e Anna viene inseguita dagli agenti. Ellen e Paul vengono arrestati e separati, completando la distruzione della famiglia Taylor. Nell’ultima immagine, Liz osserva una vecchia foto della famiglia che ha contribuito a demolire, lasciando intuire un ambiguo miscuglio di rimorso e soddisfazione. Quella inquadratura finale è la fotografia chiarificatrice dell’intera opera, tra sarcasmo e perplessità. Un miscuglio esplosivo. No, il mio non è lo spoiler, perché, al massimo, esso è fotografato nel beffardo, triste, vuoto e insensato sorriso di Liz quando osserva la foto alla parete.

A quel punto lo spettatore è sulle spine perché deve intuire da solo cosa ne consegue, quale sarà il futuro di quel Paese, se si estenderà la malsana idea politica dappertutto, se non si potrà mai ostacolare. Cosa ci attende, da quando la situazione che viviamo è una società retta da eletti che si ergono a unici despoti, sorretti dalle potenti lobby miliardarie? Ma soprattutto, come è potuto succedere nel mezzo della vita civile del nostro pianeta che pareva tranquilla fino a sembrare monotona? Il film – non so sbilanciarmi fino a dire che è a tesi, non saprei – ci mostra con una inquietante calma la deriva autoritaria che ha ammantato la società odierna, anche e soprattutto mediante la manipolazione ideologica, polarizzando la politica in portatori di verità e nemici (senza scampo ed eccezioni), causando – come nella famiglia Taylor – il collasso dei legami familiari. Il risultato è, narrato alla maniera di Jan Komasa, la dimostrazione chiara e lampante di ciò che potrebbe accadere dappertutto, con la perdita del compromesso morale, causa che ha approfittato della fragilità della democrazia.
Ci si dovrebbe chiedere se è proprio la democrazia, così preziosa, che è debole, in quanto basata sulla libertà di espressione che ne è alla base. Il problema è che i malintenzionati politici ne sfruttano il lato debole e aprono varchi tra le maglie dei comportamenti leciti. Il titolo del film si scrive Anniversary ma si legge The Change, come dire: si parte da una festa per giungere alla tragedia sociale, si parte da un’idea teorica e si arriva alla rivoluzione dittatoriale e monopensiero. Chi la pensa differentemente è fuori, o, meglio, dentro per sempre, ammesso che sia prevista la sopravvivenza.
La valenza del film consiste nel fatto che trasforma la crisi della democrazia in una tragedia familiare. O anche viceversa, come appunto una sineddoche. Jan Komasa evita il racconto politico tradizionale e osserva la deriva autoritaria attraverso gli incontri, i pranzi e gli anniversari della famiglia Taylor, facendo coincidere il progressivo deterioramento dei rapporti affettivi con quello delle istituzioni democratiche. La sua intuizione più originale consiste nel mostrare come le grandi trasformazioni storiche non irrompano dall’esterno, ma penetrino lentamente nella vita quotidiana, alterando legami, convinzioni e identità. In questa prospettiva, la casa di famiglia diventa una metafora dell’intera società americana, mentre il confronto tra Ellen e Liz assume il valore di uno scontro tra due idee opposte di convivenza civile: da un lato il pluralismo, il dubbio e il dialogo, dall’altro l’ordine, la semplificazione e la promessa di una sicurezza assoluta. Sapete cosa mi ha fatto più paura di tutto il resto? La semplificazione. Che serve anche, a chi manovra, a non spiegare nulla perché, a suo dire, è già tanto semplice.
Sul piano cinematografico, Komasa costruisce una distopia inquietante sebbene priva degli eccessi tipici del genere. Non ci sono scenari futuristici spettacolari, ma un processo graduale e plausibile di normalizzazione dell’autoritarismo, reso attraverso salti temporali (indicati da didascalie del tempo) che scandiscono il racconto come tappe di un lento declino. Il regista privilegia il confronto psicologico all’azione, facendo emergere il peso delle ideologie attraverso le scelte dei personaggi e le fratture emotive che esse provocano. In questo senso, il film richiama anche il meccanismo di Teorema di Pasolini: l’ingresso di una figura esterna destabilizza un equilibrio già fragile e porta alla luce contraddizioni profonde. Ne scaturisce un’opera che parla della fragilità della democrazia, ma soprattutto della fragilità degli affetti e della facilità con cui una famiglia, come un Paese, può disgregarsi dall’interno.
Devo fare un applauso al regista e al responsabile del casting. Ogni personaggio è interpretato da un’attrice o da un attore il cui viso non poteva essere più adatto. A prescindere dalla clamorosa performance di Diane Lane, ultrabrava, e dell’eccellente apporto di Kyle Chandler, persino bravo a sapersi tenere un passo indietro, quasi in sottrazione, ma il resto – e cioè i vari interpreti giovani – hanno la faccia precisa dei personaggi che ti puoi attendere, a cominciare dalla trasformazione estetica e recitativa di Dylan O’Brien (che cambio nel finale!). Ma la vera sorpresa è Phoebe Dynevor: se è antipatica fino ad essere insopportabile vuol dire che ha centrato in pieno il suo lavoro, aiutata ovviamente dai primi piani che il regista le dedica più volte. Jan Komasa, dal canto suo, è ormai un marchio e lascia sempre un’orma sulla strada che percorre: nulla è lasciato al caso, ogni particolare è perfetto, ogni meccanismo funziona a meraviglia. La guerra dialettica tra le due prime donne Ellen e Liz è il clou del film e del contenuto. Nel confronto, la regia di Jan Komasa e la sceneggiatura di Lori Rosene-Gambino costruiscono un duello psicologico fatto più di sottintesi che di esplosioni emotive. Gli sguardi taglienti, le pause cariche di tensione e i dialoghi intrisi di disprezzo trasformano ogni incontro in una partita di potere, dove entrambe cercano di affermare il proprio controllo senza mai abbassare la guardia. È proprio questa guerra a volte silenziosa altre volte a spada tratta, giocata attraverso gesti e parole misurate e non, a rendere il loro rapporto uno degli aspetti più inquietanti e affascinanti del film.
Ho notato che qualcuno ha criticato negativamente il film: ho il dubbio che non abbia capito bene il suo significato allarmante.







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