Antartica - Quasi una fiaba (2026)


Antartica - Quasi una fiaba
Italia 2026 commedia drammatica 1h33’
Regia: Lucia Calamaro
Sceneggiatura: Lucia Calamaro, Marco Pettenello
Fotografia: Carlo Rinaldi
Montaggio: Ilaria Fraioli
Musiche: Giorgio Giampà
Scenografia: Massimiliano Nocente
Costumi: Andrea Cavalletto
Silvio Orlando: Fulvio Cadorna
Barbara Ronchi: Maria Medri
Valentina Bellè: Rita
Lorenzo Balducci: componente
Enrico Borello: componente
Simone Liberati: componente
Astrid Casali: componente
Stefano Rossi Giordani: componente
Mario Russo: componente
Angelo Spagnoletti: componente
TRAMA: Nella base scientifica più remota dell’Antartide, isolata per almeno otto mesi all’anno, risiede e lavora una piccola comunità di studiosi italiani che, sotto la supervisione dal capomissione Fulvio Cadorna, cercano di fare luce sul futuro della specie umana. L’ultima arrivata alla stazione è Maria Medri, scienziata tanto geniale e testarda quanto scarsamente socievole.
VOTO 5

L’opera prima di Lucia Calamaro, regista teatrale al debutto nel cinema, è interpretato da Barbara Ronchi e Silvio Orlando e porta lo spettatore nella base scientifica più isolata dell’Antartide, un luogo estremo che diventa teatro di ricerca, tensioni umane e interrogativi sul futuro della specie. Il film si muove sul crinale tra progresso e fiaba moderna: indaga il desiderio umano di superare i propri limiti, di rendere eterna la vita, di immaginare ciò che potrebbe essere possibile. L’Antartide diventa così metafora di un’umanità in bilico, che cerca risposte nelle formule e nelle relazioni, nei dati e nelle emozioni.
Nella basa scientifica in Antartide chiamata Sidera, un gruppo di scienziati italiani, capeggiato dal capomissione Fulvio Cadorna (Silvio Orlando), si trova in isolamento per otto mesi. Il clima di cooperazione del team scientifico viene scombussolato con l'arrivo di Maria Medri (Barbara Ronchi), scienziata brillante, nota per il suo temperamento ribelle a Cadorna, in quanto sua ex allieva, e, come si scoprirà in seguito, non solo questo. I due scienziati entreranno in contrasto riguardo alle scelte etiche della missione e alle riflessioni sul futuro dell'umanità, portando il team e riconsiderare le proprie aspettative.
Parte come il classico film sugli scienziati isolati dal resto del mondo come fossero astronauti, dispersi nell’oceano bianco dell’Antartico, con i loro annoiati passatempi, le mense, i giochi, le discussioni, mettendo in primo piano il maturo direttore Cadorna che spera sempre in nuovi finanziamenti, la cui mancanza rischia di far terminare l’interessante missione scientifica e in secondo piano la voglia matta di uno dei componenti lo staff che non vede l’ora di tornare in famiglia. Scompiglia tutto e tutti l’arrivo di Maria, eccellente scienziata con idee tecnologiche avanzate. È figlia della migliore amica del capo, anzi, sua antica fidanzata, per cui, forse, lei è addirittura… sua figlia. Questa non è un soggetto facile da trattare e preferirebbe il silenzio, che non è certo la dote della collega Rita (Valentina Bellè) che invece è una chiacchierona instancabile. A sorpresa però le due diventano una coppia di ricercatrici infaticabili che raggiunge un risultato totalmente innovativo e rivoluzionario nel campo criogenico. Grazie a loro, lo spettatore ignorante come me scopre il termine rotifero, che è (l’ho cercato, eh!) il phylum di animali pseudocelomati microscopici.
La prima parte del film è pressocché inutile come una commedia bolsa, che non si sa dove voglia andare a parare; poi vira al serioso, allorché si intuisce l’importanza della missione e dei sacrifici che fanno quei giovani (ma son tutti giovani? boh!) mentre la politica romana sposta fondi verso tutt’altro che utile alla comunità scientifica e quando sorge l’occasione per sfruttare finanziamenti da una società privata cinese esplode la discussione sociopolitica: è giusto vendere la scoperta ai privati oppure deve essere messa a disposizione gratuitamente alla collettività. Oh, capperi, chi se l’aspettava una svolta così impegnativa? La polemica che sorge tra tutti i componenti svela perciò gli aspetti umani di ognuno, che erano solo assopiti forse perché si sentivano soli, ma ora sprizzano energia di dibattito che va oltre le previsioni. Certo, nel gruppo ci sono simpatie e mal sopportazioni ma questo è umano e comprensibile. Fa specie, nel frattempo, come la nuova arrivata Maria sia cambiata: ora è una che andrebbe frenata ed invece, sicuramente euforica per la sua scoperta fatta assieme all’amica Rita, è diventata una persona ciarliera che vuole far prevalere le sue scelte.
Il prefinale, annunciando certo non buone notizie, è un monologo malinconico e depresso del capo Cadorna, dallo stile lampante di esibizione teatrale, campo prediletto della regista Lucia Calamaro che ha una provenienza da quel mondo, essendo già regista del palcoscenico ed autrice di ben tre monologhi, quindi il suo terreno fertile. Proprio in questa forma di esibizione, il direttore ha modo di proiettare stilettate e maledizioni alla burocrazia e alla politica di questi anni, che hanno trascurato e osteggiato l’impiego dei capitali necessari per gli studi come il loro. La finale citazione hegeliana di Maria è una degna conclusione di un film che si spegne nel tempo sospeso, tipicamente rientrante nel carattere filosofico della studiosa, che entra nel glaciale limbo da cui è stata sempre attratta.

Ha voluto essere un’opera ambiziosa e sensibile, capace di fondere rigore scientifico e dimensione emotiva e si presenta come un racconto che vorrebbe emozionare grazie alla forza dei suoi personaggi e alla capacità di trasformare un luogo remoto in un palcoscenico di idee, paure e possibilità. La regia di Calamaro sembra puntare su un cinema che interroga il futuro dell’umanità senza rinunciare alla delicatezza dei sentimenti. Ma i giudizi non possono essere granché positivi perché in fondo è un piccolo film semivuoto, tenuto a galla dalla bravura dei tre interpreti principali: che Silvio Orlando, Barbara Ronchi e Valentina Bellè siano bravi non lo mette in dubbio nessuno ed anche qui sanno giostrarsi nei rispettivi ruoli, ma non è sufficiente per salvare del tutto l’opera. Poca grinta se non in qualche frangente, zero ritmo, ovviamente, poco interessante. È il cinema italiano di questi anni. Troppo poco per gioire. In conclusione, posso dire che il film procede senza slancio, come se si muovesse da solo, incapace di catturare davvero l’attenzione. Non arriva dove promette, e la voce fuori campo, con le sue riflessioni programmatiche, contribuisce a renderlo perfino più pedante, accentuando quella patina didascalica che ne smorza ogni possibile vibrazione.






Commenti