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Le città di pianura (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 12 gen
  • Tempo di lettura: 8 min

Le città di pianura

Italia Germania 2025 commedia 1h40’

 

Regia: Francesco Sossai

Sceneggiatura: Francesco Sossai, Adriano Candiago

Fotografia: Massimiliano Kuveiller

Montaggio: Paolo Cottignola

Musiche: Krano

Scenografia: Paula Meuthen

Costumi: Ilaria Marmugi, Guillem Soler Pou

 

Sergio Romano: Carlobianchi

Pierpaolo Capovilla: Doriano

Filippo Scotti: Giulio

Andrea Pennacchi: Genio

Giulia Bertasi: Giulia Antonia

Roberto Citran: cavalier Fadiga

Denis Fasolo: conte

 

TRAMA: Due 50enni spiantati con l’ossessione di andare a bere l’ultimo bicchiere conoscono un timido studente di architettura. Insieme, i tre intraprendono un caotico viaggio attraverso le pianure venete, dove cattivi consigli, sbornie e amicizie inaspettate sconvolgono i piani del giovane per il futuro.

 

VOTO 7

 

 

Non c’è solo la via Emilia che ha da raccontare qualcosa di interessante e indigeno, anche la via Veneta (in senso vasto) è ricca di registi poetici che serbano storie locali piene di vicende degne di attenzione. E se la prima, specialmente se vista dall’angolatura di Ligabue ha il ritmo del rock della Bassa, l’altra è pregna della malinconia del paesaggio piatto confinato con le Dolomiti che solo il folk blues riesce a raccontare, lucidi o alticci o bevuti del tutto che siano i chitarristi e le figure che vi si aggirano senza fretta, nonostante la grande lena che ci mettono gli operai nelle mille e mille fabbriche del nordest. Francesco Sossai, per esempio, bellunese della provincia, la “terra” che sa fotografare così bene, assieme allo sceneggiatore e docente argentino stabilitosi in Italia Adriano Candiago, ha saputo cogliere l’occasione per narrare questa zona con un racconto singolare, divertente, malinconico, degno dei personaggi mitici che vagano per le strade di pianura venete. Un vero road movie con due spiantati e un giovane di buone maniere prossimo alla laurea in Architettura con una cultura nella materia (e non solo) che fa sbalordire quei compagni occasionali di sventura. Come dire, un Sorpasso alla veneta, dove il giovane è il divertito ma spaesato Roberto di Jean-Louis Trintignant e gli altri sono lo sdoppiamento (anche di vista, considerato l’alcol ingurgitato) del Bruno di Gassman nel leggendario film di Dino Risi.

 

 

Due uomini di mezza età, Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), vivono alla giornata inseguendo sempre “l’ultimo bicchiere”, quello della staffa (continua). La notte prima dell’arrivo del loro amico Genio (Andrea Pennacchi), fuggito anni prima in Argentina, decidono di mettersi in viaggio verso Venezia con soste forzate per qualche bevuta. Lungo il cammino incontrano Giulio (Filippo Scotti), un timido studente di architettura che sta festeggiando la laurea dell’amica Giulia, di cui è inconfessato innamorato. I due cinquantenni lo trascinano con loro in un’improbabile deriva notturna tra bar, strade di provincia e confessioni alcoliche. Il viaggio si trasforma in un road movie: Giulio, inizialmente rigido e fuori posto, si lascia lentamente contagiare dal loro caos affettuoso e per lui l’esperienza assume la forma di un viaggio di formazione stradale ma senza velocità, ma con il giusto ritmo adeguato allo smaltimento di una sbronza, che però pare non completarsi mai. In tal modo, il giovane esce dalla bolla opprimente e monocolore in cui viveva e riesce a rapportarsi agli altri e vivere una bella storia di amicizia. Grazie a questa avventura, scopre un altro modo di guardare il tempo che si manifesta nel raccontare storie del passato: anche lui, quando sarà un professionista, avrà una storia da raccontare.

 

 

Intanto emergono i segreti del trio: anni prima lavoravano in una fabbrica di occhiali e avevano messo in piedi un traffico illegale di scarti di produzione. Scoperti, Genio era scappato in Argentina seppellendo la sua parte di soldi, mentre gli altri due avevano sprecato tutto il danaro. Come affermò anni fa il celebre calciatore nordirlandese George Best (Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato), così la battuta - o meglio, la confessione - riguarda Carlobianchi, che dice tra il candido e il divertito, che con quei soldi aveva comprato una Jaguar S‑Type (quella con cui girano ancora ora), e Doriano aveva dilapidato tutto divertendosi. Tra sbronze, nostalgia, fallimenti e un’improbabile amicizia intergenerazionale, specialmente a livello caratteriale e di visione, il film racconta un Veneto sospeso tra zone industriali abbandonate e campagne anonime, dove i personaggi cercano un senso esistenziale in mezzo al disorientamento in cui hanno versato, come un liquido spiritato, la loro esistenza senza tappe né traguardi.

 

 

Non è scontato scegliere il vero personaggio principale tra i due vagabondi, il giovane promettente o il geniale ladro operaio fuggito e in procinto di atterrare al rientro in Italia. A proposito, ma era l’aeroporto di Treviso chiamato di Venezia “per inculare i turisti” o doveva atterrare per davvero nella città lagunare? Eh, un problema aver capito correttamente e poi non sbagliare strada se ci si ferma ad ogni bar per chiacchierare con gli altri avventori, corteggiare una a caso tra le donne presenti e nel frattempo bere qualche boccale di birra o magari un bel grappino! Intanto hanno la fortuna e la capacità di venire a conoscenza di un campionario completo dell’umanità che vaga nella nebbia tra un locale e l’altro, e poi si può godere di tanta musica blues che riempie i bar con forti accenti folk che accompagna degnamente l’ultimo bicchiere che non è mai ultimo se non si arriva ad accogliere il famoso Genio.

 

 

Certo, si era partiti malissimo, sin dalla prima scena, dove i due scapestrati nullafacenti/nullatenenti si stavano scolando ancora una birra su un tavolino già colmo di bottigliette vuote ma, pur se non lucidi al cento per cento, chiedono meravigliati alla cameriera perché ha servito loro merce di cattivo sapore. “È birra analcolica! Dopo le 22, in autostrada, non si può vendere alcolici!” Che faccia disgustata hanno fatto quando hanno capito perché non era buona! Vabbè, c’è sempre tempo e modo per rimediare! E continuando il percorso, con la strada con troppe curve su cui la Jaguar fa bene il suo mestiere, si fermano per caso vicino ad un gruppo di studenti che festeggiano la laurea di Giulia: tra loro c’è uno studente timido che non beve e che vuole andare presto a letto per riprendere le lezioni il mattino dopo, che è ormai a poche ore di distanza. Lui è, appunto, Giulio e i due lo incitano a seguire la sua segreta amata ragazza perché non si sa mai se la vita potrà offrire ancora un’altra occasione. Ed invece lui segue loro e il viaggio diventa più vario, fantasioso, culturale.

 

 

Sì, culturale, perché Giulio sa proprio tutto e impartisce lezioni di architettura nel famoso Memorial di Brion a San Vito, frazione di Altivole, in provincia di Treviso. E fa sfoggio della sua preparazione professionale quando vengono scambiati per architetti da un conte (Denis Fasolo) proprietario di una villa antica. Anche quei 100 euro (oltre ad un momento sessuale, unico e sorprendente, tra Carlobianchi e il nobile) fanno comodo alla coppia errabonda, perché no? È, insomma, una serie di piccole vicende che messe assieme contribuiscono a confezionare la nottata di viaggio insonne e alcolica che deve condurre all’incontro dell’amico che torna. Una sequela di conoscenze, ma soprattutto di chiacchiere filosofiche esistenziali alquanto “fumosi”, tanto alcol e qualche sigaretta (“Perché non smetti?” “Ma perché non ha mai iniziato!”), qualche reminiscenza dei tempi andati, dei loschi affari compiuti nella fabbrica del cavalier Fadiga (Roberto Citran, immancabile in questo sottogenere tutto veneto), delle occasioni perse ma mai rimpiante.

 

 

Il film è divertente, con battute che fanno esplodere la risata a volte acida, dialoghi che riempiono la narrazione con molta efficacia, ritmo lento e costante in cui, una volta entrati nel climax giusto, ci si aspetta da un momento all’altro qualcosa che accade o che si inventano i due, con il viso prima sconcertato poi divertito e adeguato alla situazione del giovanotto, troppo educato per i due, ma che trova, con sorpresa e divertimento, piacevole la ribellione anarchica di Carlobianchi (che sorta di nome!) e Doriano verso un mondo e una società che rifiutano nella maniera borghese che a loro viene spontanea, come due corpi estranei al corpo benpensante che vive secondo i canoni tradizionali. Bastano i primi piani che Sossai dedica a quei due e, dopo i primi minuti sconcertanti, scatta nello spettatore il feeling positivo che lo lega ai protagonisti fino al termine. Ammesso che ci sia, un termine, perché alla fine lo studente deve tornare per forza ai suoi ritmi e alla sua vita, mentre i due si allontanano accompagnandolo paralleli al treno che lo riporta alla consuetudine e non sapremo mai cos’altro andranno a (s)combinare. Urla di saluti e cuoricini mentali che volano dalla Jaguar al finestrino del treno: loro strillano il ciao definitivo ma Giulio non se ne accorge, perché le loro strade non si incroceranno mai più. E non sapremo mai cosa gli avrà detto Carlobianchi aldilà del cristallo della porta scorrevole del treno. Chissà. Certamente un augurio maledetto alla loro maniera. I buffoni più simpatici che si possano incontrare. Due zingari (non in senso offensivo) picareschi, due goderecci scorretti (mai cattivi), spreconi, sregolati, a volte eccessivi, ma simpaticoni perché non fanno mai male ad alcuno se non solo negandosi a chi vuole bene a loro. Proprio perché cosiffatti si “mangiano” il tenero Giulio.

 

 

Francesco Sossai adotta una regia che sembra nascere da un doppio impulso: da un lato la volontà di registrare un mondo in via di estinzione - il Veneto marginale, alcolico, notturno - dall’altro il desiderio di trasfigurarlo in una ballata malinconica, appunto folk blues. La sua messa in scena è sobria ma vibrante, costruita su movimenti minimi, su un’osservazione che non giudica e non consola. Sossai lascia che siano i corpi dei tre personaggi a occupare lo spazio, a deformarlo, a renderlo vivo. La regia non li guida: li accompagna, li ascolta, li segue nelle derive notturne, nei bar sgangherati, nelle pianure che diventano una sorta di periferia dell’anima. Se ci si fa caso, pare che sia un film che sembra improvvisato ed invece è calibratissimo. La macchina da presa mantiene una distanza, come dire, etica e sta attenta non estetizzare la miseria, non romanticizzare l’alcolismo, non trasformare i protagonisti in macchiette. Li osserva con una tenerezza ruvida, lasciando che la notte e l’alcol diventino un linguaggio, non un espediente narrativo. La nostalgia che traspare costantemente non è mai compiaciuta e lui lavora su un immaginario che guarda indietro - ah, quel Veneto industriale che non c’è più! - ma lo fa con una regia giovane, fresca, non accademica (non sarebbe il caso). È una regia intima e direi “politica” in senso lato, semplice, e soprattutto senza manierismi, pur avendo accenti poetici e un tocco di fantasia: quando un cineasta si inventa con il cosceneggiatore la favola dell’espropriazione dei terreni della villa del Conte per la realizzazione dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest siamo quasi invadendo, ridendo, il campo del fantasy poetico. Un cinema che sente l’influsso di Mazzacurati, cantore delle minime storie venete, di Jarmusch, di Kaurismäki.

 

 

I tre attori? Un colpo di genio! Sergio Romano è asciutto e concreto, abita il suo personaggio conferendogli una dignità fragile, perché Carlobianchi è fragile e porta addosso la stanchezza provata da anni. Pierpaolo Capovilla è un corpo scenico magnetico, segnato, pieno di storia. La sua voce, il suo volto, la sua fisicità portano nel film un’energia ruvida: basti guardare il viso butterato col nasone del classico bevitore (attori fisicamente indovinatissimi); è l’anima impulsiva del trio, un corpo che agisce prima di pensare poché in lui convivono vitalità e autodistruzione. Ed infine Filippo Scotti, una bella conferma dopo È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino (2021) e L’orto americano di Pupi Avati (2024) che qui rende, secondo me, la sua migliore prestazione: lavora per sottrazione, con una sensibilità di vero attore. Il suo sguardo trattenuto e la sua delicatezza emotiva creano un contrappunto prezioso agli altri due, come il freno a mano tirato nei momenti giusti, alcune volte inutilmente. Il suo Giulio è enigmatico: osserva, trattiene, custodisce; la sua calma apparente è una maschera che lo rende il personaggio più misterioso e, in fondo, il più tragico, il più sensato.

Tre attori bravissimi!

 


 
 
 

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