Blood (2022)
- michemar

- 11 mar
- Tempo di lettura: 4 min

Blood
USA Lussemburgo Canada 2022 horror 1h48’
Regia: Brad Anderson
Sceneggiatura: Will Honley
Fotografia: Björn Charpentier
Montaggio: Robert Mead
Musiche: Matthew Rogers
Scenografia: Robert K. Laurie
Costumi: Sandra Soke
Michelle Monaghan: Jess
Skeet Ulrich: Patrick
Finlay Wojtak-Hissong: Owen
June B. Wilde: Helen
Jennifer Rose Garcia: Candice
Skylar Morgan Jones: Tyler
Danika Frederick: Shelly
Sarah Constible: dr. Avery
Erik Athavale: dr. Forsythe
Candice Smith: Regina White
TRAMA: Dopo una separazione difficile, l'infermiera Jess si trasferisce con i figli nella casa di famiglia. Quando il figlio Owen viene morso da un cane rabbioso, contrae una malattia misteriosa che sembra curarsi solo con sangue umano. Ora, la donna è costretta a prendere decisioni sempre più estreme pur di salvarlo.
VOTO 6 -

Horror statunitense con Michelle Monaghan nel ruolo di una madre che lotta per proteggere i propri figli mentre un’oscura minaccia si insinua nella loro vita quotidiana. Ambientato in una fattoria isolata e costruito su un crescendo di tensione psicologica, il film intreccia il dramma familiare con il soprannaturale, esplorando fino a che punto si può arrivare per salvare chi si ama. Perché il vero nocciolo della questione è duro quanto semplice: fino a che punto una madre è disposta a spingersi per amore dei propri figli? Qual è il limite legale, civile, sociale e di coscienza oltre il quale una madre non deve andare, spinta dal profondo senso materno della protezione? Figuriamoci se questo discorso si sviluppa nell’ambito del genere horror, cosa, in verità, non rara.

Jess (Michelle Monaghan), infermiera e madre in fase di recupero da un passato difficile e da una sofferta separazione, torna con i suoi due figli nella vecchia casa di campagna dove è cresciuta. Il luogo sembra tranquillo, ma qualcosa nel paesaggio - un lago prosciugato, un albero morto circondato da fango scuro - suggerisce che la zona nasconde un segreto inquietante. Quando il loro cane scompare nei boschi e ricompare improvvisamente aggressivo, un incidente sconvolge l’equilibrio della famiglia. Da quel momento, il comportamento del piccolo Owen inizia a cambiare in modi inspiegabili, mentre Jess, anche aiutata dalla figlia prima lasciata all’oscuro della situazione, si ritrova a fronteggiare sintomi e richieste sempre più allarmanti. Nel tentativo di capire cosa stia accadendo, la donna si scontra con un mistero che sembra legato alla natura stessa del luogo e che la costringe a mettere in discussione i propri limiti, la propria lucidità e il proprio ruolo di madre. La tensione cresce mentre la famiglia si isola sempre di più, e Jess deve decidere quanto è disposta a sacrificare per proteggere i suoi figli da una minaccia che non riesce ancora a definire.

Il cuore del film è Jess, interpretata da Michelle Monaghan con una fragilità sempre sul punto di spezzarsi. Ex tossicodipendente, madre divorziata, cerca di ricostruire un equilibrio con i figli trasferendosi in una casa isolata. L’orrore entra in scena quando il cane di famiglia, dopo essere scomparso nel bosco, ritorna “contaminato” e morde il piccolo Owen. Da qui Blood si trasforma in un racconto di dipendenza: Owen sopravvive solo bevendo sangue, e Jess – che conosce bene la logica del bisogno compulsivo – riconosce nel figlio la stessa fame cieca che un tempo la dominava. Il film non lo dice mai apertamente, ma la metafora è evidente: il vampirismo diventa una ricaduta, un ritorno del passato che si insinua nella famiglia.

La parte più interessante è la progressiva discesa di Jess. Anderson non la giudica, ma la osserva mentre attraversa una serie di scelte sempre più discutibili: prima si taglia per nutrire Owen, poi ruba sacche di sangue, infine arriva a sequestrare una donna per tenerla in vita come “fonte”. Il film non cerca il colpo di scena ma la tensione etica e si torna alla domanda iniziale: fino a dove può spingersi una madre? E quando l’amore diventa una forma di autodistruzione? La casa isolata, i boschi, il seminterrato diventano spazi mentali prima ancora che fisici: luoghi dove Jess si chiude, si nasconde, si convince che tutto sia giustificabile.

Brad Anderson (che conosciamo bene per L’uomo senza sonno, The Call, Transsiberian) lavora per sottrazione. L’orrore è quasi sempre fuori campo, suggerito più che mostrato. La fotografia fredda e desaturata accompagna la sensazione di un mondo che si sta lentamente svuotando, mentre la colonna sonora minimalista amplifica il senso di sospensione. Il film non punta a spaventare, ma a inquietare. E quando arriva il momento di mostrare la trasformazione di Owen, lo fa con un realismo disturbante, senza mai scivolare nel grottesco. Il finale ci riporta alla normalità dopo la sciagura che chiude la vicenda: si arriva persino al gesto della comprensione umana della figlia nei confronti della madre ormai distrutta.


Horror atipico, essendo più psicologico che sanguinolento, più drammatico che spettacolare. Funziona quando esplora la dimensione emotiva e morale dei personaggi, meno quando cerca di aderire ai codici del genere in modo più convenzionale. Poteva essere un film migliore, anche perché ben interpretato ma non riesce mai a fare il salto di qualità, pur restando nei livelli minimi di interesse, capace, però, di lasciare un’inquietudine persistente, soprattutto per il fatto di trasformare un tema familiare in un incubo intimo e plausibile. Michelle Monaghan regge il film sulle spalle: la sua Jess è credibile, tormentata, sempre in bilico tra lucidità e ossessione.
Vedibile.






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