Boy Erased - Vite cancellate (2018)
- michemar

- 18 mar 2019
- Tempo di lettura: 9 min

Boy Erased - Vite cancellate
(Boy Erased) Australia/USA 2018, drammatico, 1h55’
Regia: Joel Edgerton
Soggetto: Garrard Conley (Boy Erased: A Memoir)
Sceneggiatura: Joel Edgerton
Fotografia: Eduard Grau
Montaggio: Jay Rabinowitz
Musiche: Danny Bensi, Saunder Jurriaans
Scenografia: Chad Keith
Costumi: Trish Summerville
Lucas Hedges: Jared Eamons
Joel Edgerton: Victor Sykes
Nicole Kidman: Nancy Eamons
Russell Crowe: Marshall Eamons
Xavier Dolan: Jon
Troye Sivan: Gary
Flea: Brandon
Joe Alwyn: Henry
David Joseph Craig: Michael
Cherry Jones: dr.ssa Muldoon
TRAMA: Jared, il figlio di un predicatore battista, è costretto a prendere parte a un programma di conversione per gli omosessuali, supportato dalla Chiesa. Entrando in conflitto con il terapeuta, Jared imparerà ad accettare la sua natura e a far valere il suo io.
Voto 7

Con discrezione ma con precise intenzioni il regista-attore Joel Edgerton, sempre più concentrato nella sua recente attività di autore sicuramente in crescita, ci mostra nei primi istanti del film due particolari che servono ad introdurci nell’ambiente in cui si svolgono i fatti. Due dettagli parecchio esplicativi. Il primo è una inquadratura che mette a tutto schermo la targa dell’auto con cui la mamma Nancy accompagna il figlio Jared nella comunità “Love in Action” che i genitori hanno scelto per la sua “rieducazione”, targa che mette bene in mostra le scritte: Arkansas – Terra delle opportunità. Ecco, quindi ci troviamo in una regione statunitense dove, secondo gli abitanti, c’è possibilità per tutti ma evidentemente solo se sei inquadrato e normalizzato secondo il comune modo tradizionale che si riesce a concepire in quelle terre. È una promessa ma suona, soprattutto dopo aver conosciuto la storia raccontata, come una minaccia: devi essere forzatamente uniformato. Il secondo dettaglio è all’arrivo, appena dopo, dei due nel centro rieducativo, dove ad accoglierli c’è un dipendente che chiede il nome per la registrazione, ma chi risponde è la mamma, la quale per giunta non dichiara il nome di Jared ma il suo personale: Nancy Eamons. E riecco, Jared è come un pacco postale che viene consegnato a destinazione e lui, per gli altri, è un malato ed indispensabile proteggerlo. In quale misura lo considerano persona libera di decidere e di avere una vita propria? Evidentemente poco.

Siamo quindi nell’Arkasas, in una cittadina come tante, con tanti giovani studenti che conoscono i primi innamoramenti e i primi flirt, le prime uscite in coppia, magari quella stereotipata composta dal bel giovanotto bravo a basket e la attraente cheerleader. Il cliché è rispettato, almeno nelle apparenze, con un classico padre pomposamente soddisfatto dalle conquiste mascoline del figlio. L’uomo è un pastore di una delle chiese più importanti d’America, la Southern Baptist Convention, che con 15 milioni di fedeli risulta la più grande religione protestante al mondo e il secondo credo cristiano negli USA dopo la Chiesa Cattolica. Lui è Marshall Eamons, un integerrimo predicatore battista grosso e largo come una botte, calmo e tranquillo ma ferreo nelle sue convinzioni, fin troppo paternalistico verso il figlio Jared, un ragazzo così educato e disciplinato che sembra il figlio ideale che tutti vorrebbero avere. Sembra quasi fingere nell’atteggiamento remissivo ed invece è proprio così, gentile e rispettoso, coccolato dalla mamma Nancy, donna apertamente schierata con il marito e compiacente dei suoi sermoni (nessuna attrice è così capace di essere arrendevole a comando come Nicole Kidman) ma segretamente in disaccordo con i suoi metodi di educazione verso il figliolo. Le difficoltà psicologiche del ragazzo a riguardo delle sue preferenze sessuali vengono fuori alla prima vera occasione, quando si ritrova istintivamente a respingere le avances della ragazza con cui è uscito, anche se lui continuamente si autoinganna, si nega la realtà, anzi “vuole” negarsi la realtà e ad ogni domanda insistente del padre – che comincia a nutrire dubbi a proposito della mascolinità del figlio - nega in maniera energica, pur sapendo dentro di sé che la verità è un’altra. Ma per capirlo è necessario mettersi nei panni di Jared: lo sa bene che più volte è stato attratto dai suoi amici, ma come fa a confessarlo a quel genitore così severo? in quell’ambiente retrogrado e conservatore? con un padre che predica sermoni vantandosi orgogliosamente della sua felice famiglia “normale”? Condizionato in tal modo dall’ambiente, Jared rinuncia a se stesso e alla sua personalità e decide di far contenti tutti e di voler “guarire”, promettendo impegno accettando il ricovero in una comunità dove un sedicente moralizzatore, Victor Sykes, dirige con metodi poco ortodossi un gruppo di sostegno e terapia psicologica al fine di estirpare da ragazzi e ragazze la tendenza omosessuale che li sta rovinando, almeno a suo dire e secondo il comune pensiero predominante. Lo strano procedimento di quest’ultimo prevede che i “malati” confessino quali deviazioni morali, sociali e familiari hanno influito nel loro comportamento errato, denunciando genitori e parenti di improbabili macchie morali, quali ludopatia, alcolismo abusi sessuali e via dicendo. Intuibile è la sofferenza che provano quei ricoverati nel rinvangare (ma anche inventare pur di uscire da questo cul de sac) nell’intimo e nella memoria questi ricordi, ben consci che nulla ha potuto influire sulle loro tendenze.

È intorno a questa lunga e sofferta fase di “programma di conversione” che si svolge il film e che si sviluppano i tormenti di Jared, tra le riunioni-confessioni di gruppo e l’addestramento paramilitare per rendere i giovanotti più mascolini, negli intervalli dei quali le confidenze tra i ragazzi alimentano nel nostro protagonista molti dubbi, sia riguardo all’efficacia della terapia sia riguardo alle tentazioni sessuali che continua a provare. È in queste occasioni che ha modo di venire a contatto con altri nelle sue medesime condizioni, altri ragazzi che potevano essere per il regista occasione di approfondimento, per esporre meglio cioè le loro personalità. E invece Joel Edgerton non ci prova minimamente, se non in maniera superficiale. Peccato però, perché il personaggio di Jon, interpretato da un ospite di lusso come Xavier Dolan, poteva essere lo spunto di un bel soggetto da sviluppare, dal momento che l’apparizione di questi pare una sponda importante per la solitudine che prova il protagonista: pare anche un giovane che ha molto da dire di sé, un misterioso ragazzo dallo sguardo profondo che sembra addomesticato e narcotizzato dalla anomala terapia.

No, il regista punta invece tutto sul comportamento di Jared, da cui ci aspettiamo da un momento all’altro la comprensibile reazione all’imposizione delle dure regole della comunità e alla rigida disciplina a cui viene sottoposto. L’atmosfera infatti diventa sempre più pesante e raggiunge il culmine in un paio di frangenti, che poi portano all’epilogo. Il primo – clamorosa citazione e omaggio a Stanley Kubrick – si verifica quando Cameron, l’unico grassone degli ospiti, il ragazzone che fa più fatica degli altri ad adattarsi ai duri metodi della ‘Love in Action’, si rifiuta di obbedire agli ordini e perciò viene punito venendo picchiato violentemente a colpi di Bibbia dagli altri astanti: scena identica a quella di Full Metal Jacket (vedi recensione) in cui Palla di lardo, colpevole per la punizione subita da tutto il plotone a causa sua, viene percosso duramente dai commilitoni con una saponetta avvolta nell’asciugamano. Appena dopo, l’altro episodio, quando raggiunto il culmine della esasperazione assistendo a quella punizione Jared reagisce ed esplode nella ribellione tanto attesa, trovando finalmente l’alleanza della madre Nancy, la quale (era ora!) trova la forza per amor di figlio di ribellarsi alla ottusità del marito e lo aiuta nella tumultuosa fuga dal centro terapeutico, prima di ammettere le sue responsabilità con un mea culpa inaspettato in un ristorante. In realtà è proprio il padre e pastore Marshall la persona più debole dei personaggi: lui infatti è solo capace di porsi tante domande, di affidarsi alla saggezza dei pastori più anziani, di affidarsi ciecamente al Dio che sovraintende totalmente la sua vita ma non è mai in grado di darsi una risposta, mai di avere il coraggio di trovare una soluzione autonoma, cominciando per esempio di capire e accettare il figlio così com’è.
Ci ritroviamo quindi ancora una volta a riflettere sulle difficoltà che affrontano tutt’oggi gli omosessuali ad essere accettati per come sono, per come sono nati, per come hanno diritto ad una vita normale vissuta in mezzo agli altri. Interessantissimo è il film di Joel Edgerton che, oltre che buon attore, sta crescendo come regista e che torna, dopo il suo esordio con Regali da uno sconosciuto - The Gift, a parlare di ribaltamento dei comportamenti e di persone di dubbio affidamento, come proprio il suo personaggio, il vigoroso e per nulla titolato psicoterapeuta Victor, aiutato nel lavoro da un manesco addestratore fisico. Il regista australiano si era interessato molto alla reale storia di Garrard Conley, vero nome del protagonista, e ne ha scritto la sceneggiatura che però – questo va detto – risulta in qualche frangente un po’ lenta, dando quindi una andatura calma alla narrazione. Un maggior ritmo forse avrebbe dato più sostanza alla trama che però allo stesso tempo avrebbe fatto perdere per strada quell’ansia crescente su cui Edgerton ha invece ha puntato per aumentare la drammaticità delle situazioni. È infatti proprio nel lento aumento della tensione psicologica che si avverte il disagio fisico e mentale di Jared, che solo arrivando al culmine avrà la forza di reagire.

Si poteva fare meglio? Forse, intanto è un bel film impegnativo, ben illustrativo delle memorie scritte dallo stesso Garrard Conley in Boy Erased: A Memoir, pubblicate nel 2016, oggi felicemente sposato con un uomo, come descritto nei titoli di coda, che ci mostrano anche le foto originali della famiglia in cui è scresciuto. Lo scrittore ha ricordato così l'esperienza vissuta nella comunità di conversione e la decisione di vederne tratto un film: "Sono passati quattordici anni dal periodo che ho trascorso in terapia di conversione nella comunità Love in Action, eppure le immagini, i suoni e il trauma della mia esperienza sono vividi come allora: la scritta lucida che elencava i Dodici Passi sulle pareti candide della struttura, la cadenza delle istruzioni dei miei consiglieri, la sensazione delle sedie imbottite contro la mia camicia bianca abbottonata dietro. Quattordici anni non hanno cancellato del tutto il dolore né il trauma, ma mi hanno permesso di prendere da essi una discreta distanza. Mio padre non è più il cattivo e io non sono più la vittima. I membri dello staff di Love in Action non recitano più il ruolo ovvio dei dittatori. Mia madre non è più semplicemente la moglie di un predicatore intrappolata tra due estremi impossibili. Le nostre storie sono diventate, come lo sono tutte le storie quando attentamente considerate, fin troppo umane.
Quando Joel Edgerton, Lucas Hedges, e l'attore e co-produttore David Craig sono andati a vedere la casa della mia famiglia in Arkansas per delle ricerche iniziali per un possibile adattamento del mio memoriale, ho visto la mia prospettiva riflessa nel modo in cui questi estranei conversavano con estrema serietà coi miei genitori di religione battista. La mia storia - e la storia della mia famiglia - era stata presa sul serio. Basta con la satira e con le barzellette, non ci avrebbero più visti come il caso strano di una piccola città isolata, la terapia di conversione è diventata, in quel salotto, una pratica tragica le cui radici affondano in quelle coloniali del paese i cui effetti negativi a lungo termine hanno profondamente alterato non solo le vite dei pazienti "ex-gay" ma anche quelle dei loro familiari e dei loro amici. Il pregiudizio, sia che tu lo eserciti o che ne sia la vittima, danneggia sempre tutti.
La mia speranza è che il film perpetui il progetto del mio libro di memorie. Raccontando la mia storia, il nostro desiderio è quello di esprimere solidarietà a tutti coloro che sono stati sottoposti alla terapia di conversione. Ma altrettanto importante per il nostro progetto è la questione di come questo tipo di bigotteria possa essere perpetuato da persone che, fondamentalmente, si amano l'un l'altra. Speriamo di riuscire a far comprendere agli spettatori che questo tipo di ingiustizie sociali non sono sempre il frutto del pensiero e delle azioni di mostri, ma a volte sono il frutto delle azioni e del pensiero di persone a noi vicine, figure tragiche la cui morale è spesso contraddetta dalle loro azioni. <<Voglio convincere tuo padre che quello che ha fatto è sbagliato. E voglio farlo in una lingua che lui e altri come lui spero capiranno>>, mi ha detto Joel mentre tornavamo in aeroporto".

Il film ci dice anche che Joel Edgerton si sta tracciando una bella strada di autore mai banale, che sa scegliere storie particolari e di grande impegno. Nicole Kidman è come sempre una spanna su tutti, diva riconosciuta che sa dare un’impronta forte ai suoi vari personaggi, mentre il giovane Lucas Hedges (l’orfano di Manchester by the Sea, qui la mia recensione) addirittura si è guadagnata una candidatura ai Golden Globe di quest’anno: ottima prestazione anche la sua, sempre specializzato in drammi forti. Mentre il regista si riserva un ruolo particolare per lui, l’educatore antipatico Victor, Russell Crowe lo troviamo praticamente raddoppiato – grosso come una quercia per giunta con una “panza” che gli fuoriesce – e sentirlo doppiato dalla solita voce del Gladiatore fa impressione, ennesima dimostrazione della inadeguatezza del doppiaggio in tutti i casi nostrani. E Xavier Dolan (un mito!) sfruttato solo in parte, essendo il giovane genio francocanadese potenzialmente e perfettamente adatto ad una ambientazione come questa.
Sono molto curioso delle prossime scelte di Joel Edgerton, a cui auguro una bella carriera di regista.






Commenti