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The Mastermind (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

The Mastermind

USA UK 2025 thriller drammatico 1h50’

 

Regia: Kelly Reichardt

Sceneggiatura: Kelly Reichardt

Fotografia: Christopher Blauvelt

Montaggio: Kelly Reichardt

Musiche: Rob Mazurek

Scenografia: Anthony Gasparro

Costumi: Amy Roth

 

Josh O’Connor: James Blaine “JB” Mooney

Alana Haim: Terri Mooney

Hope Davis: Sarah Mooney

Bill Camp: Bill Mooney

Sterling Thompson: Carl Mooney

John Magaro: Fred

Gaby Hoffmann: Maude

Eli Gelb: Guy Hickey

Javion Allen: Ronnie

Cole Doman: Larry Duffy

Reighan Bean: Julie

 

TRAMA: Nel Massachusetts del 1970, in una sonnolenta periferia del New England, James Blaine Mooney, carpentiere disoccupato e aspirante ladro d’arte, tenta il colpo della vita: rubare quattro quadri di Arthur Dove da un piccolo museo locale. Il furto riesce, ma non senza conseguenze.

 

VOTO 6,5

 

 

Se c’è una vera e forte esponente del cinema indie, Kelly Reichardt ne è una delle rappresentanti più chiare e affermate, e se c’è una caratteristica in questo cinema, l’essere minimale e sussurrato, lei ne dà sempre una dimostrazione. Come nelle altre occasioni, anche questa trama si sviluppa con calma, sprofondando lentamente nel dramma e nell’assenza di soluzione nella vita dei protagonisti. Qui è James Blaine, un perfetto Josh O'Connor, una persona che se potesse si farebbe invisibile per non farsi notare da alcuno e magari adagiarsi nel personale liquido amniotico in cui si trova meglio, isolato dal resto del mondo. Difficile leggere nella sua mente, definita dal titolo come geniale: lui si limita, una volta sollecitato dal mondo esterno – che sia sua moglie o siano i genitori – ad un sorriso sornione come per voler essere accondiscendente ma prendendo sempre, in ogni caso, la decisione che aveva già in mente e tirare dritto per la sua strada. Pur nella sua calma esistenza, entra sempre nei guai e poi, sorridendo alla sfortuna e alle coincidenze contrarie, cerca una soluzione che, guarda caso, non lo tira mai fuori dal pantano. Neanche gli amici di una volta riescono a dargli una mano, un po’ perché preferiscono evitarlo, un po’ perché sono malmessi come lui.

 

 

Nel 1970 a Framingham, Massachusetts, James Blaine “JB”, un carpentiere disoccupato e padre di famiglia, elabora un piano per rubare quattro dipinti di Arthur Dove dal museo d’arte locale. Per finanziare l’operazione chiede soldi alla madre fingendo che gli servano per un lavoro, così da poter pagare tre complici. Il colpo riesce ma dimostra pienamente quanto siano tutti dilettanti. JB nasconde i quadri in un fienile e torna a casa, dove trova l’FBI che interroga la sua famiglia. Gli agenti gli rivelano che uno dei complici è stato arrestato dopo una rapina in banca e ha fatto il suo nome come “mente” del furto.

 

Ne seguono ricatti, fughe verso vecchie amicizie che lo accolgono e lo respingono, altri amici che non trova più, la rapina ai danni di una donna anziana, un arresto fortuito: incredibilmente sfortunato come tutta la sua vita sventurata, nonostante una bella famiglia e genitori benestanti, a partire dal padre, giudice del tribunale.

 

 

Una rapina d’arte, quindi come punto di partenza, e perciò, teoricamente, un heist movie atipico ambientato nel 1970, in un’America attraversata da tensioni politiche, disillusione post-sessantottina e proteste contro la guerra in Vietnam. Il protagonista, JB Mooney, è un uomo comune che vive in una tranquilla periferia del Massachusetts, ma è frustrato dalla sua condizione di disoccupato e dal peso delle responsabilità familiari. Anzi, chissà, forse tutto parte dalla sua inadeguatezza di essere padre di famiglia. Il furto dei quadri, infatti, non nasce da un vero progetto criminale, ma da un miscuglio di orgoglio ferito, desiderio di riscatto e fascinazione per l’arte. Il furto come gesto di ribellione confusa, come lui. Non punta a opere celebri o facilmente vendibili: sceglie quattro dipinti di Arthur Dove, artista che ammira e che rappresenta una sorta di culto per intenditori. Il colpo è mal organizzato, affidato a complici inaffidabili e segnato da improvvisazione. La violenza di uno di loro, Ronnie, durante il furto incrina subito la sua illusione romantica del furto geniale ed allora succede che si ritrova coinvolto in un crimine più sporco e reale di quanto immaginasse.

 

 

Quando l’FBI arriva a casa sua, JB capisce che la situazione gli è sfuggita di mano. La moglie Terri (Alana Haim), esasperata dalle sue bugie, lo abbandona temporaneamente portando via i figli. O meglio, solo uno. L’altro, Carl (Sterling Thompson), diventa compagno di viaggio scomodo. La criminalità organizzata, immancabile in questi casi e nei film americani, entra in scena, intuendo che lui possegga quadri di valore: lo rapisce e lo costringe a rivelare il nascondiglio. Il protagonista diventa così un uomo braccato da tutti: la legge, i complici, i criminali e la sua stessa famiglia. Ed ora? Il viaggio verso il nulla, sostantivo ma anche aggettivo che va a pennello con la sua esistenza. Le vecchie amicizie si rivelano fragili e anche lì trova solo disillusione, perché capiscono che la ricerca di rifugio presso di loro non era un gesto eroico, ma un abuso di fiducia e un tentativo di sfruttare gli altri. JB vaga allora verso Cleveland e poi Cincinnati, sempre più solo, sempre più distante da qualsiasi scopo. Quando scopre che i quadri sono stati recuperati, il suo “grande piano” si dissolve definitivamente.

 

 

Lo sberleffo del destino, quando si ritrova alla fine senza soldi e senza prospettive a Cincinnati, si prende gioco di lui compiendo un ultimo, misero atto criminale rubando la borsa a un’anziana. Si perde in mezzo a una manifestazione contro la guerra, simbolo di un’America in tumulto che lui non ha mai davvero compreso. La polizia carica i manifestanti e arresta anche lui, confondendolo tra tanti altri. Altro che genio del crimine! Un uomo qualunque travolto dagli eventi che non riesce a percepire, a capire in anticipo, che lo travolgono come un fessacchiotto.

 

 

Heist movie come vagamente alluso? A ben guardare no, per nulla, anzi: la sempre ottima Reichardt ribalta le convenzioni del genere, concentrandosi non sul colpo ma sul suo fallimento e sulle conseguenze, sulla personale battaglia che il protagonista ingaggia come un individualismo (il suo) contro la comunità e la società tutta. Sogna e si immagina ribelle, pure solitario, tra l’altro, ma dipende costantemente dagli altri e non sa farne a meno. Quante telefonate fa per recuperare denaro? Il colmo è che li danneggia pure, gli altri. Osserviamo lo sconforto sul viso della moglie Terri: è come se lo prevedesse, il fallimento del matrimonio e dell’uomo che ha sposato. Per giunta, lui godeva anche di un certo privilegio, appartenendo ad una buona famiglia ma l’irresponsabilità che lo abita lo ha reso un uomo che sfrutta la sua posizione sociale per evitare le conseguenze, finché non può più farlo. Conosciamo la regista e sappiamo che ama fotografare il declino del sogno americano: questa è un’America disorientata, dove anche i gesti di ribellione sono privi di direzione.

 

 

Ovviamente non c’è da attendersi un film d’azione, non sarebbe da Reichardt, che piuttosto costruisce la tensione tramite silenzi, sguardi e la consapevolezza crescente di una vita che sfugge al controllo, con il risultato di spiegarci una meditazione sull’illusione del controllo e sul peso invisibile delle scelte. La regista, sapientemente, ricrea l’estetica delle pellicole anni ’70 con una fedeltà quasi tattile: colori smorzati, grana evidente, luci naturali che avvolgono gli interni e notti profonde, attraversate solo da lampioni e fari d’auto. L’ambiente è fatto di dettagli quotidiani - automobili d’epoca, case modeste, radio che diffondono aggiornamenti dal Vietnam - che costruiscono un tempo sospeso, dove la vita scorre lenta mentre sotto la superficie cresce un’inquietudine costante. La colonna sonora jazz (a proposito: wow! che musica! complimenti!) non commenta l’azione, ma accompagna i personaggi come un flusso emotivo sotterraneo. Reichardt dilata i tempi, insiste sull’attesa e sui gesti minimi, generando una tensione sottile, mai esplicita, ma sempre presente.

 

 

Se normalmente il cinema di Kelly Reichardt è minimalista, qui ho l’impressione che lo esibisca come forma della sua arte, lo accentui perché lo evidenzia non solo con la narrazione ma soprattutto con la direzione degli attori e l’ottima interpretazione di Josh O'Connor. Come al solito è un film intelligente e scritto bene, ma in fondo lo si percepisce troppo semplicistico: disegna il suo protagonista ma non lo colora, ne traccia i contorni ma non lo fa crescere. Evidentemente per accentuare il suo essere insignificante, come i suoi inutili e superflui complici, degni compari. Se manca di cattiveria (in fondo, JB è proprio scemo) è perché non è nelle corde della regista farlo ed è evidente che siamo lontani da film che narrano il loser che aggredisce, fosse anche per disperazione o sfinimento. Siamo, cioè, lontani da Vigilato speciale, siamo in modalità di puro cinema indie della regista di Miami: quello dove contano più le minime espressione che i gesti eclatanti. Anzi, questo protagonista è tanto vicino al mansueto tombarolo di La chimera di Alice Rohrwacher che ai ladri di professione. Questo è solo un perdente che sa di esserlo e si illude continuamente di trovare sempre una soluzione. Che non trova mai.

 

 

Buon film ma non memorabile, che fa piacere vedere, comunque. Non è il migliore della regista ma vanta un discreto cast (immancabile il cameo di John Magaro) in cui l’ottimo Josh O’Connor dà l’ennesima dimostrazione del suo talento e della sua polivalenza: è sempre sullo schermo e quando sparisce, nel cellulare della polizia, non è un buon segno per il suo JB, che fa quasi compassione.

Presentato in concorso a Cannes 2025.

 


 
 
 

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