Bullitt (1968)
- michemar

- 2 feb 2023
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 25 mag 2023

Bullitt
USA 1968 poliziesco 1h54’
Regia: Peter Yates
Soggetto: Robert L. Pike (romanzo, firmato Robert L. Fish)
Sceneggiatura: Alan Trustman, Harry Kleiner
Fotografia: William A. Fraker
Montaggio: Frank P. Keller
Musiche: Lalo Schifrin
Scenografia: Albert Brenner
Costumi: Theadora Van Runkle
Steve McQueen: Frank Bullitt
Robert Vaughn: Walter Chalmers
Jacqueline Bisset: Cathy
Don Gordon: Delgado
Georg Stanford Brown: dott. Willard
Simon Oakland: cap. Sam Bennett
Pat Renella: Johnny Ross
John Aprea: killer
Felice Orlandi: Albert Renick
Carl Reindel: Stanton
Robert Duvall: tassista
Trama: Frank Bullitt (Steve McQueen) è un tenente di San Francisco incaricato di montare la guardia a un pentito, un certo Johnny Ross, che, dopo aver derubato la banda di cui faceva parte, ora si dichiara disposto a parlare. Questo non impedisce a due killer di uccidere l'uomo, ma Bullitt non si perde d'animo, scopre che il defunto era un tal Albert Remick e quindi si mette alla caccia del vero Ross.
Voto 7

San Francisco, California. Frank Bullitt, tenente della squadra omicidi, viene incaricato da un politicante, Walter Chalmers, di proteggere un certo Ross, un mafioso intenzionato a testimoniare contro Cosa Nostra. Bullitt cerca di garantire l'incolumità di Ross, ma questi viene ugualmente ucciso da due sicari; il tenente, per non incorrere nelle ire dell'uomo politico e per poter far luce sul caso, occulta il cadavere, proseguendo al contempo le indagini. Grazie alla collaborazione del fidato Delgado ricostruisce in modo discreto ma efficace la vicenda, scampando anche a un agguato stradale grazie alle sue formidabili doti di guidatore con la sua Ford Mustang. I due, pressati sempre più da vicino da Chalmers, riescono a scoprire che l'ucciso non è il vero Ross.

Siamo alle solite: politica e mafia, potere e criminalità. Fanno affari e accordi, ognuno per propria convenienza e quando si diventa scomodi si diventa immediatamente obiettivi da eliminare, specialmente se si ha l’intenzione di collaborare con la giustizia. Il cinema si è spesso occupato di affari del genere, come anche della protezione dei testimoni oggetto di vendetta da parte delle organizzazioni criminose: qui è il tenente Bullitt che se ne deve occupare. Come il celebre tenente che seguirà diversi anni dopo le orme del poliziotto duro e di poche parole (il Dirty Harry di Clint Eastwood), il personaggio dell’indimenticabile Steve McQueen è di poche parole e si muove sempre efficacemente, ma a differenza dell’altro, non ha l’espressione feroce e non è irascibile, ma è laconicamente triste, che nel cinema ha lasciato un ricordo differente, ancora più iconico e se molti spettatori abituali non lo ricordano o non lo conoscono è perché in quei meravigliosi anni di cinema non c’erano o erano distratti. Frank Bullitt poteva diventare seminale, ma per fortuna è un film unico e per questo raro e irripetibile, inimitabile, uno dei personaggi più belli del genere poliziesco. Merito principalmente di un attore che divenne ben presto un mito. Quegli occhi tristi, l’espressione scettica che accennava ad un sorriso concesso, il portamento.

Egli non ha solo nemici chiari che stanno dall’altra parte della strada, come ha modo di dire, ne trova anche dalla sua, come il consigliere locale Walter Chalmers (il gelido ed efficacissimo Robert Vaughn), che ha pianificato di utilizzare la testimonianza di Ross per promuovere la sua carriera politica e ha minacciato di rovinare Bullitt per non aver protetto il suo testimone principale. Da quel momento in poi, il nostro poliziotto si ritrova perseguitato dai suoi superiori e costretto a rispondere a domande probanti sulla sua indagine in corso. In definitiva, Bullitt deve affrontare il fatto che non sta solo combattendo l'elemento criminale, ma anche il sistema.

Se la buonissima regia di Peter Yates (non nuovo a film avvincenti e d’azione, bellissimo il suo Uno scomodo testimone, con l’allora sconosciuto William Hurt) rende il film appassionante e spettacolare sino al termine, tutta l’opera coincide con l’attore e la sequenza dell’inseguimento in auto tra i tanti saliscendi delle strade di San Francisco, sotto un cielo terso e azzurrissimo: ecco allora che la Ford Mustang GT390 Fastback diventa interprete a pieno titolo. Salti sulle cime delle strade prima di andare giù in picchiata, stridere di pneumatici, fumo di gomme frenate, testacoda: uno spettacolo avvincente, E lui, Bullitt, che alla fine scende in silenzio con il cervello che lavora a pieno ritmo per restare sempre in partita in un film che intanto crea un’atmosfera davvero unica, una simbiosi con lo spettatore in un’ambientazione credibile.


I rapporti umani e personali, magari sentimentali, sono ridotti al minimo, perfino la relazione con la bellissima Cathy (Jacqueline Bisset), che il regista riduce al minimo indispensabile, che scarnamente pare solo una pausa nell’attività investigativa. Bullitt è troppo preso dall’affaire e sentendo odore di bruciato e di fregatura è continuamente all’erta. Deve assolutamente venire a capo di una faccenda troppo compromessa e complessa e non si fermerà fino a quando non avrà risolto il caso.

Nella bella carriera (purtroppo non lunga) di Steve McQueen, ci sono pochissimi altri personaggi all’altezza di questo e si potrebbe anche azzardare a dire che forse è il migliore: il suo Bullitt gli si veste addosso come un guanto e se anche questo poliziotto è contro il sistema come tanti altri visti e quindi non è affatto il più originale, la presenza dell’attore lo trasforma invece in un personaggio proprio unico e irripetibile, iconico.
Film avvincente anche per la musica di Lalo Schifrin e pieno di numeri che, un po’ perché tenuto in naftalina, un po’ perché dimenticato, necessita riabilitare e portare alla luce, perfetto esempio del cinema rigoglioso degli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70, popolati da registi che hanno dato fulgore ad Hollywood anche mediante attori divenuti miti eterni. Proprio come Steve McQueen






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