C'era una volta a New York (2013)
- michemar

- 28 feb 2022
- Tempo di lettura: 4 min

C'era una volta a New York
(The Immigrant) USA 2013 dramma 2h
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray, Ric Menello
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: John Axelrad, Kayla Emter
Musiche: Christopher Spelman
Scenografia: Happy Massee
Costumi: Patricia Norris
Marion Cotillard: Ewa Cybulska
Joaquin Phoenix: Bruno Weiss
Jeremy Renner: mago Orlando / Emil
Dagmara Domińczyk: Belva
Jicky Schnee: Clara
Elena Solovey: Rosie Hertz
Maja Wampuszyc: zia Edyta Bistricky
Ilia Volok: zio Voytek Bistricky
Angela Sarafyan: Magda Cybulska
James Colby: John
Antoni Corone: Thomas MacNally
TRAMA: Nel 1920, Ewa e sua sorella Magda lasciano la Polonia su una nave diretta a New York, alla ricerca di una vita e di un mondo migliori. Non appena arrivate a Ellis Island, i medici di controllo scoprono che Magda è malata e viene messa in quarantena, separandola dalla sorella. Vagando per le strade di Manhattan, sola e senza nessuno a cui rivolgersi, Ewa cade nelle grinfie dell'affascinante Bruno, un uomo malvagio e crudele che prende il potere sulla sua vita e la costringe a prostituirsi. Quando ha perso ogni speranza di ricongiungersi con la sorella e tornare libera, Ewa conosce il disinvolto mago Orlando, cugino di Bruno, in cui intravede l'unica possibilità per sfuggire dall'incubo che sta vivendo.
Voto 7

Il matrimonio artistico tra James Gray e Joaquin Phoenix aveva già portato risultati davvero eclatanti e per giunta in crescendo se pensiamo al percorso del regista iniziato con il bellissimo Little Odessa (non ancora con il suo attore simbolo) e poi con lui proseguito con The Yards, I padroni della notte per arrivare, e prima di quest’ultimo, all’eccellente Two Lovers, caratterizzati tutti da storie ambientati nella metropoli natale del regista, New York, ma da una famiglia originaria dell’Ucraina, dalla città chiamata come l’opera prima. Anche se questi film hanno in comune la connotazione drammatica, sono in realtà appartenenti a generi diversi: noir, poliziesco, sentimentale, ma sempre connotati da un forte senso di mélo.

The Immigrant ci immerge immediatamente nell’atmosfera lugubre ma piena di speranze di Ellis Island, isolotto alla foce dell’Hudson che accoglie il fiume di gente che scappa dall’Europa per fame e guerra. La fotografia, quella del celebre e premiato Darius Khondji (già nel cast di Seven, Midnight in Paris, Amour giusto per intenderci) costruita da colori forti e cupi, riesce a farci entrare nell’animo e nella mente di queste migliaia e migliaia di persone che sperano, credono di aver lasciato il peggio dietro le spalle anche se sanno che dovranno superare momenti ancora difficili. Ma prima di tutto devono superare la verifica dei severi - ma corruttibili - poliziotti (argomento che si ripete nelle storie di Gray: i suoi cops sono spesso eroi o prezzemolati): è qui che le sorelle Ewa e Magda vengono divise perché la seconda è affetta da tubercolosi. Come farà la prima a cavarsela da sola nella terra della libertà promessa lo sa solo un furbacchione di nome Bruno Weiss, che ha le conoscenze giuste e che per campare adocchia belle ragazze, meglio se sbandate, per utilizzarle nella sua strampalata compagnia di spettacoli per soli uomini ed eventualmente sfruttarle per prestazioni meno artistiche. Risulta chiaro che, nonostante le speranze della cattolica ma bisognosa Ewa, le future vicissitudini non saranno rosee.

Ha inizio così un viaggio esistenziale che la povera ragazza non aveva minimamente immaginato, condizionato dalla necessità di vivere e sopravvivere, tra le mille trappole che una terra così grande e così diversa da dove proveniva, con tanti uomini pronti ad approfittare della sua semplicità. Il sogno americano che si realizza in un sogno sognato e basta. Il suo unico biglietto d’entrata esige come prezzo la mercificazione del suo corpo e di esibirsi, coperta di vergogna, nelle vesti proprio della Statua della Libertà, cioè di quel monumento eretto per ricordare i diritti fondamentali che a lei, immigrata come recita il titolo originale, sono negati. Raramente così classico e limpido, Gray intona un requiem per gli Stati Uniti e per il racconto mistificante che la nazione fa di sé, tutta ambientato fra i camerini e il palcoscenico, e riassunto nel co-protagonista, ancor più tragico, Bruno Weiss. Un uomo di spettacolo, che letteralmente mette in scena una finzione di salvezza e di accoglienza recitando il ruolo di generoso protettore. In realtà un uomo avido che, nella disperazione che legge negli occhi di chi bussa alla porta degli States, vede una risorsa da spremere e che in un finale di struggente perfezione riassume il peccato capitale di un’America che è un luogo imperfetto di accettazione: “Ti ho preso tutto e non ti ho dato niente.”.

Soprattutto nella parte iniziale, il regista guarda al Coppola della seconda parte Padrino, alle vecchie foto dei piroscafi che trasportavano aspiranti lavoratori americani, ai racconti degli zii d’America. E tutto diventa lirico, con la poesia ribaltata nella miseria, nel sacrificio: gli uomini sporchi e stanchi al ritorno dal lavoro, le donne a casa a racimolare una minestra per la sera, oppure illuse da giocolieri della vita per un benessere non tangibile se non realizzato con il proprio corpo. Per narrare questo c’era bisogno di due tipi di visi: quello poliedrico e indecifrabile del fidato Joaquin Phoenix e quello di un’attrice impareggiabile nel saper mescolare bellezza e paura, lucentezza e perdimento di se stessa: Marion Cottilard. Già reduce dai Batman di Nolan ma soprattutto dal sofferto ruolo di Un sapore di ruggine e ossa di Audiard, in questo film indossa i timori e il coraggio delle varie Giovanna d’Arco che il Cinema ci ha offerto nel tempo. Una interpretazione ancora magnifica e struggente, come il film, non meno del partner di scena, quel Joaquin Phoenix che sa essere sempre nel ruolo mai facile che gli affidano ogni volta, qui sfuggente e mutevole manipolatore.


Rivediamo la classica situazione della povera, bella e sfortunata ragazza che non vuole ma deve prostituirsi e arriva il cavaliere bianco (bravo anche stavolta Jeremy Renner, che di professione fa il mago, eroe capace però di essere anche un piantagrane per via della componente autodistruttiva della sua personalità) che ti vuole salvare, ma il destino atroce la aspetta per far saltare i piani e quindi il cattivo, che come sempre in fondo in fondo ti vuole bene, riprende il comando e soprattutto il “possesso” della donna.
James Gray è sempre un regista straordinario e dirige grandi attori, con un finale inevitabile.






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