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Inside Man: Most Wanted (2019)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Inside Man: Most Wanted

USA 2019 thriller poliziesco 1h45’

 

Regia: M.J. Bassett

Sceneggiatura: Brian Brightly

Fotografia: Manoel C. Ferreira

Montaggio: Vanick Moradian

Musiche: Sonya Belousova, Giona Ostinelli

Scenografia: Sylvain Gingras

Costumi: Neil McClean

 

Aml Ameen: Remy Darbonne

Rhea Seehorn: Brynn Stewart

Roxanne McKee: Ariella Barash

Urs Rechn: Joseph

Akshay Kumar: Ansh Ramachandra

Jessica Sutton: Ava Barash

Tanya van Graan: Josie

Andre Jacobs: serg. Sam Abrams

Greg Kriek: Dietrich Case

 

TRAMA: Un esperto di negoziazione di ostaggi della polizia di New York collabora con un’agente federale per liberare decine di clienti sequestrati nel corso di una rapina ad una filiale della Federal Reserve che dura ormai da 10 ore.

 

VOTO 6 –

 

 

Un classico esempio di film direct-to-video, cioè quei prodotti che vengono realizzati con lo scopo non di essere immessi nel circuito internazionale delle sale cinematografiche ma solo ad uso e consumo delle piattaforme in abbonamento e home video: in Italia, per esempio, è arrivato su Sky e chissà se andrà anche altrove. E vi arriva anche con buon ritardo, visto che approda nel 2026 ed il film è edito 2019. Inoltre, ha una particolarità: è un sequel, ma forse potrebbe assumere anche una denominazione diversa tenuto presente che il film di partenza - il bellissimo e quasi omonimo (ecco l’idea d’origine) Inside Man di Spike Lee, da cui prende i nomi dei personaggi eccellenti protagonisti di quella storia e li scaraventa nella sceneggiatura - crea personaggi che hanno riferimenti di familiarità diretta con quelli, ne ricalca per certi versi lo svolgimento della trama ed infine chiarisce le motivazioni a monte della storia thriller.

 

 

Vediamo le similitudini, la discendenza e la nuova storia.

Un gruppo di rapinatori altamente organizzato assalta una filiale della Federal Reserve Bank di New York, prendendo in ostaggio decine di persone. L’FBI e la NYPD si trovano costrette a collaborare per gestire una situazione che si rivela subito più complessa di una semplice rapina. Mentre i negoziatori cercano di capire le vere intenzioni dei criminali, emergono collegamenti con eventi e figure del passato che mettono in discussione la natura stessa dell’operazione. La tensione cresce man mano che diventa chiaro che dietro l’assalto si nasconde un obiettivo molto più personale e strategico di quanto sembri.

 

 

Infatti, l’incipit (a prescindere da un breve preambolo di un combattimento tra tedeschi e americani durante la Seconda Guerra Mondiale dove scoprono casse piene di lingotti d’oro) è parecchio uguale al film capostipite: una donna (eheh, stavolta la capa è donna! almeno pare sia lei…, no spoiler) entra nella filiale della banca e studia la situazione con disinvoltura mentre alcuni uomini entrano come clienti ed altri come operai che, dicono, sono stati chiamati per un’operazione di disinfestazione da insetti e le guardie giurate li lasciano fare. Taglio delle linee per le telecamere di sicurezza, irruzione, chiusura porte, minaccia delle armi e personale e clienti ammanettati e con una tuta uguale a quella dei criminali: non ricorda parecchio il film di Lee? Lo scopo è penetrare nei locali di sicurezza sotterranei, dove è depositato l’obiettivo dell’azione.

 

 

Viene allertata l’FBI e viene incaricata delle trattative la tosta agente Brynn Stewart (Rhea Seehorn) e nel contempo, siccome lei non può entrare nell’edificio per trattare, per la negoziazione è incaricato Remy Darbonne (Aml Ameen), un agente della polizia newyorkese, una sorta di incrocio tra Will Smith e Eddie Murphy, o almeno prova a muoversi ed esibirsi in quella maniera. Il decorso della trama è molto simile all’originale: ostaggi tenuti ammanettati a terra, minacce al direttore per ottenere le chiavi delle porte blindate, l’interrogatorio severo degli ostaggi post-liberazione (ma qui la serie viene malamente interrotta riducendola ad una parvenza di seduta ridicola) e via dicendo. Ma ciò che interessa la banda non è il caveau dove vorrebbe andare ogni rapinatore, bensì un preciso locale accanto dove ci sono delle casse. Quelle casse, quelle della Guerra: lingotti d’oro che gli americani si erano portati dietro e che ora un tizio misterioso ha deciso di riprendersi. Ed ecco, pian piano, lo svelarsi dell’arcano.

 

 

Il mandante è addirittura l’erede dell’Arthur Case di Spike Lee - il banchiere che aveva collaborato con i nazisti e che conservava gioielli e documenti della sua colpa - rappresentato da Dietrich Case (Greg Kriek), che (questo è mezzo spoiler) sta ricattando Ariella Barash (Roxanne McKee) obbligandola a organizzare e pianificare la rapina in corso. Ma chi è in realtà Ariella? Altra sorpresa di appartenenza familiare, importante e riferita sempre al film di Lee. Chi era l’ideatore lì? Dalton Russell!

 

 

Molte attinenze ed altre simili, ma paragone insostenibile: ben altra sceneggiatura, ben altra consistenza. Per non parlare della regia e del cast: qui dirige M.J. Bassett, una regista più che altro di serie TV e che ha prodotto finora lungometraggi mediocri, avendo più presa nelle serie; gli interpreti sono del tutto imparagonabili. Lì una schiera di prim’ordine composta da Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe, Chiwetel Ejiofor. Qui nomi sconosciuti ad eccezione della rigida Rhea Seehorn nota e premiata protagonista in alcune serie di grande successo, in special modo l’acclamato Pluribus, dove ha vinto un Gloden Globe. Per il resto, oltre forse a Urs Rechn, l’omone della squadra criminale, nulla di importante.

 

 

Il paragone è inammissibile e perde significato perché i personaggi sono poco approfonditi e la sceneggiatura è ordinaria, con dialoghi scontati. L’unico aspetto che desta interesse è la rivelazione del motivo per cui parte la rapina e di chi orchestra il progetto, di chi muove i fili e perché Ariella è così apprensiva. Non manca, come da prassi prevedibile, la rivalità tra FBI e NYPD che si riflette nel primo incontro tra Remy e Brynn, che invece, come va sempre a finire, devono collaborare e poi conquistano la fiducia ed il rispetto reciprocamente. Di buono c’è il ritmo e la tensione che cresce come da schema classico, una discreta tenuta fino alla fine, in cui tutto si rivela ed ogni cosa va al suo posto.

 

 

Si è detto che è un prodotto per le serate in TV o in streaming e ciò lo fa non benissimo, ma in modo quasi sufficiente: in altre parole si può vedere, senza aspettarsi opere che saranno ricordate. Diciamo che tenta di catturare l’essenza di Spike Lee ed ottiene un risultato perlomeno decente, pur se non sfrutta alcun argomento veramente serio ed impegnativo, come avrebbe potuto essere l’aspetto morale dell’avidità del passato nazista.

 


 
 
 

Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

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